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Le sgangherate tesi del SI by Violante e Ceccanti

Uno degli argomenti forti degli oltranzisti della riforma targata Boschi è che il bicameralismo perfetto sarebbe il maggiore responsabile dei 63 governi repubblicani in soli 68 anni.

In “Le ragioni del SI”, un lungo intervento fitto di surreali affermazioni, LucianoViolante pone degli interrogativi e ovviamente ci regala le sue risposte: “L’instabilità, dodici governi negli ultimi venti anni, verrà finalmente superata?  (…) Si potranno riattivare forme di partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche?
La riforma risponde positivamente a questi interrogativi. Poiché una delle grandi difficoltà delle democrazie occidentali è costituita dalla estraneità dei cittadini alla politica, dovrebbe essere particolarmente sottolineata quella parte della riforma che riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a vedere prese in esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare, che oggi finiscono in un cestino. Si tratta di novità che, insieme ad una nuova legge elettorale che non sacrifichi la rappresentanza dei cittadini, potrebbe riattivare il circuito virtuoso tra società e politica.

Violante rafforza il concetto: “le proposte di iniziativa popolare devono essere necessariamente prese in esame dalle Camere

 

Chissà se Violante ha fatto fatica a mettere insieme in poche righe tante inesatte semplificazioni o se gli riesce spontaneo.

Il DDL Boschi all’art. 11 rinvia a una legge costituzionale approvata da entrambe le Camere per definire le modalità e gli effetti dei referendum propositivi e d’indirizzo.

Tutto è rinviato – senza tempi certi – a una legge soggetta a bicameralismo paritario.

Forse Violante ha dimenticato che la Costituzione del 1947 prevedeva il referendum abrogativo ma la legge attuativa è arrivata solo nel 1970!

Sempre l’art. 11 del DDL Boschi che evidentemente Violante non ha letto o non ha capito – diversamente sarebbe un bugiardo – afferma: “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”.

Non c’è un obbligo a prendere in esame in un tempo certo le proposte di legge di iniziativa popolare, come Violante erroneamente sostiene, c’è la garanzia che i regolamenti parlamentari definiranno i tempi, le forme e i LIMITI con cui dovranno essere discusse queste proposte, per le quali intanto abbiamo la certezza che sono richieste il triplo delle firme: 150.000 contro le attuali 50.000! Capito?

Quanto alla legge elettorale nuova, ringraziamo per non aver abolito il parlamento, ma la rappresentanza dei cittadini è ampiamente sacrificata giacché un numero variabile di deputati da un minimo di 200 a un massimo di 378 su 618 (non su 630 perché 12 sono riservati alla circoscrizione estera) sarà NOMINATO dai partiti senza aver previsto un meccanismo democratico e trasparente per la selezione di chi candidare nelle liste.

Quelli che mancano per giungere a 618 saranno i più votati di ciascun partito e non i più votati in un confronto tra candidati in un collegio, con la conseguenza che potrebbero entrare in parlamento persone che hanno preso meno voti di altre che restano fuori. E potrebbe entrare anche un capolista che nel suo collegio non ha preso alcun voto perché quella lista in quel collegio è stata schifata da tutti!

Ancora, il minimo di 200 è puramente teorico perché ciò si verificherebbe solo nell’ipotesi che due soli partiti partecipino alla spartizione dei seggi.

Certo, è un passo avanti rispetto al porcellum, in cui “alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini”, circostanza  “che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”.

Se le censurate norme del porcellum “coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento,  che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost.” (citazione dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale)  che importanza ha che la coartazione sia ridotta per determinare una significativa quota dei deputati?

Se un rapinatore portandovi via tutto vi lasciasse le monetine e le scarpe, non vi sentireste vittime di un reato?

Chiarito ciò, analizziamo l’argomento forte delle poco meditate esternazioni di Violante.

Violante afferma che il bicameralismo paritario è fattore di instabilità e argomenta così: “Nel 1994 il centrodestra guidato da Berlusconi vinse bene alla Camera, ma non al Senato, dove la maggioranza si costituì grazie ad alcuni senatori che passarono al centrodestra, pur essendo stati eletti in altre liste. Nel 1996 Prodi fu autosufficiente al Senato, ma non alla Camera. Nel 2006, ancora, Prodi, vinse alla Camera ma non al Senato e ne 2013 è accaduta la stessa cosa a Bersani. Oggi il governo Renzi, si basa al Senato sui voti del gruppo del senatore Verdini, uscito da Forza Italia”.

Stese tesi, quasi con le stesse parole, sono state affermate da Stefano Ceccanti e altri.

Aldilà delle inesattezze, si tratta di tesi fondate su una lettura capziosamente distorta della realtà per surrettiziamente sostenere la riforma, che evidentemente non riescono a sostenere con argomenti veri.

Violante & C. offrono argomenti che possono essere digeriti solo da chi ignora i meccanismi istituzionali e la storia recente.

Intanto, dal 1994 al 2016 sono 22 anni e non venti.

Bersani non rientra nel pantheon dei Governi della Repubblica, come non vi rientra Maccanico e Marini, perché non hanno formato il governo e non hanno chiesto la fiducia.

Nel 1994 il voto elettorale porta a Berlusconi 156 senatori e ottiene la fiducia grazie ai senatori a vita! Non per i transfughi, che ci saranno nel corso della legislatura, come in ogni legislatura compresa l’attuale che rappresenta il record del trasformismo.

Con la riforma costituzionale nulla cambia riguardo all’assenza di qualsiasi forma di vincolo di mandato, alla prassi per il cambio di maggioranza o di governo, ai poteri del Presidente della Repubblica nell’affidamento dell’incarico di Governo.

Il trasformismo potrà sempre determinare cambi di maggioranza, checché ne dicano Violante e Ceccanti.

Il Berlusconi I se non ha avuto numeri sufficienti al Senato non è per causa del bicameralismo, ma per effetto della legge elettorale e di alcune previsioni costituzionali connesse al sistema elettorale.

La Costituzione del 1947 prevedeva alcune differenziazioni tra Camera e Senato:

  • Diverso corpo elettorale, tutti i maggiorenni per la Camera, over 25 per il Senato
  • Durata differente della legislatura per ciascuna camera
  • Ripartizione dei seggi su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato
  • Assegnazione minima di 6 senatori per ciascuna regione, con esclusione della Valle d’Aosta che ne ha uno, stabilendo una relazione discorsiva nel rapporto tra popolazione e rappresentanti al Senato, rispetto a quella vigente alla Camera.

I parlamentari non hanno mai rispettato la differente durata delle camere, sciogliendo sempre anticipatamente il Senato fino a quando nel 1963 approvarono una modifica costituzionale con la quale uniformarono la durata delle camere.

La differenza di corpo elettorale è stata ampliata con l’abbassamento a 18 anni della maggiore età.

La ripartizione dei seggi su base regionale, e con un numero di senatori per regione non proporzionato alla popolazione, è stata mantenuta e rafforzata sia con la riforma costituzionale del 1963 sia con la legge elettorale del 2005.

Quindi, permangono nel nostro sistema degli elementi (corpo elettorale differente, metodo diverso di assegnazione dei seggi e sproporzione dei seggi rispetto alla popolazione) che rendono più marcate le differenze tra le due camere in termini di assegnazione dei seggi.

La modifica costituzionale del 1963 ha innalzato a 7 il minimo dei senatori per ciascuna regione, a esclusione del Molise che ne ha due e della Valle d’Aosta che ne ha 1. Questo comporta una ripartizione non omogenea dei seggi sulla base dei voti.

Per intenderci, Abruzzo, Basilicata, Friuli VG, Trentino AA, Umbria hanno ciascuna 7 senatori; Liguria, Marche e Sardegna 8 ciascuna.

Quindi, la Basilicata con una popolazione che è il doppio del Molise ha 7 senatori contro 2; Basilicata e Umbria hanno gli stessi senatori di Friuli e Abruzzo, pur avendo una popolazione nettamente inferiore.

Ciò comporta, per fare un esempio, che un partito forte in Basilicata con pochi voti può conquistare più seggi al Senato di un altro partito che prende più voti in Liguria o in altre regioni.

L’analisi del voto del 1994 per il Senato conferma il peso di questi elementi distorsivi.

In Abruzzo il centro-sinistra si presenta unito nella coalizione dei Progressisti e si aggiudica 5 senatori su 7 pur prendendo decisamente meno voti del centro-destra perché questa coalizione si presentava con due liste.

In Umbria i Progressisti conquistano 5 seggi pur prendendo meno del doppio dei voti del CDX che conquista un solo seggio.

Nelle Marche il CDX presente con due liste alleate prende 312.000 voti e un seggio; i Progressisti prendono 375.000 voti e 6 seggi.

Se passiamo in rassegna il risultato delle diverse regioni emerge che l’affermazione di Violante e Ceccanti è infondata e si basa su una rappresentazione falsa della realtà: il risultato elettorale del 1994 non è una conseguenza del bicameralismo perfetto ma dei meccanismi elettorali, della ripartizione minima dei seggi per regione senza una corretta relazione con la popolazione, delle scelte effettuate dalle forze politiche.

In conclusione, i parlamentari hanno nel tempo eliminato un elemento di differenziazione elettorale tra Camera e Senato, ma hanno peggiorato gli altri aspetti addirittura prevedendo un premio di maggioranza assegnato su base regionale (premio censurato dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale).

Gli studiosi, che attribuiscono tante responsabilità al bicameralismo paritario, fingono di ignorare questi fattori e omettono di dire che i transfughi potrebbero esserci anche in futuro perché con la nuova costituzione perché nulla cambia su questo fronte.

Non è solo Verdini, infatti, che oggi fa parte della maggioranza consentendone l’esistenza, Violante e Ceccanti dimenticano che nessuno ha votato il NCD, tutto uscito da Forza Italia.

Non c’entra nulla il bicameralismo paritario perché i transfughi e le scissioni potranno avvenire anche con la nuova Costituzione, determinando nuovi governi, come quello Monti o Renzi.

Proseguendo nella rassegna dei governi succedutisi dal 1994 a oggi, il Berlusconi I cadde per l’uscita della Lega dalla maggioranza e per vicende giudiziarie di Berlusconi.

Nacque il governo Dini. In occasione dell’insediamento Dini annuncia che rassegnerà le dimissioni una volta raggiunti gli obiettivi programmatici. Così fu. Scalfaro assegna l’incarico di formare un governo a Maccanico che accetta con riserva; scioglierà la riserva comunicando di non essere in grado di trovare un accordo per portare a termine la legislatura. Scalfaro scioglie il Parlamento. Anche qui il bicameralismo non c’entra nulla.

Dalle elezioni nasce il governo Prodi che terminerà perché alla Camera perde la maggioranza a causa del passaggio di Rifondazione all’opposizione. Sarebbe caduto anche se fossimo stati in un regime monocamerale.

A Prodi succede D’Alema il cui governo darà seguito al D’Alema II perché D’Alema stesso reputa più opportuno assecondare un cambio di maggioranza. Il bicameralismo perfetto non c’entra nulla. Il problema sta tutto nella conflittualità interna alla compagine governativa. Cosa che potrebbe succedere anche in futuro perché nulla vieta a più partiti di mettersi insieme in una sola lista per vincere le elezioni … e basterà che venga meno la coesione interna alla maggioranza perché si possa verificare un cambio di maggioranza e un nuovo governo.

Il D’Alema II finisce per volontà  politica del premier, pardon, del presidente del consiglio dei ministri – non sia mai che l’acido Fusaro mi rimproveri per l’uso inesatto del termine premier – in conseguenza dell’esito delle elezioni regionali.

E’ il turno di Amato il cui governo termina per la naturale fine della legislatura.

Siamo arrivati al 2001 ed è nuovamente il turno di Berlusconi che vara il Berlusconi II cui seguirà il Berlusconi III.

Il Berlusconi II finisce perché UDC e Nuovo PSI escono dalla maggioranza e ritirano i propri ministri.  Entrambi i partiti entreranno nella formazione del Berlusconi III.

Vi pare che il Berlusconi II sia finito a causa del bicameralismo o per accontentare la fame di poltrone di alcune componenti della maggioranza, come nella tradizione della cosiddetta “Prima Repubblica”?

Siamo al 2006 e a nuove elezioni con la nuova folle legge elettorale.

Vince di stretta misura Prodi che forma il Prodi II che terminerà perché – per la seconda volta nella storia repubblicana – il governo è sfiduciato al Senato. Il presidente Napolitano, accetta le dimissioni di Prodi invece di utilizzare uno strumento consentito dalla Costituzione: lo scioglimento del solo Senato, giacché alla Camera Prodi aveva ancora la fiducia.

Anche in questo caso, la legge elettorale ha dato un bel contributo a determinare questo risultato, ma se guardiamo i voti  vediamo che il csx alla Camera prende qualche voto in più rispetto al cdx e si assicura il premio del porcellum, mentre al Senato il csx prende in assoluto meno voti del cdx. Sarà grazie alla circoscrizione estero che Prodi riesce a formare una maggioranza risicata.

Il problema ancora una volta non risiede nel bicameralismo ma nella polverizzazione delle formazioni politiche, nelle coalizioni litigiose e nei diversi criteri di elezione e di elettorato tra Camera e Senato di cui si è detto prima.

Nel 2008 vince alla grande Berlusconi: diversi milioni di voti in più rispetto al csx tanto alla Camera quanto al Senato. Il suo governo finirà per lo sgretolamento della formidabile maggioranza e per questioni giudiziarie: Berlusconi si dimette. Non c’entra nulla il bicameralismo nelle fine del Berlusconi IV.

E’ il turno di Monti che porta a termine la legislatura e si vota nel 2013 ancora una volta con il porcellum. Non vince nessuno, anche perché intanto il bipolarismo salta per l’entrata in forze del M5S.

Nasce nel 2013 il governo Letta, con le finalità con cui si sarebbe potuto giungere nel 2008 se Napolitano avesse usato in modo diverso il suo discrezionale potere. Anche su questo punto la riforma non modifica nulla: il Presidente della Repubblica conserverebbe lo stesso potere discrezionale; e la discrezionalità può sfociare nell’arbitrio. Il modello tedesco è molto più rigoroso nel definire le prerogative presidenziali.

Il governo Letta finirà per volontà della direzione del PD che fuori dal Parlamento dichiara conclusa l’esperienza Letta, il quale si dimette, dimostrando di essere obbediente al suo partito. Napolitano, accetta le dimissioni di Letta senza nemmeno mandarlo in Parlamento per verificare quali fossero le volontà dei parlamentari, gli unici da cui dovrebbe dipendere la vita di un governo parlamentare. E siamo tornati con la coppia Napolitano – Renzi alla tradizione delle crisi extraparlamentari tipiche del periodo 1948 – 1994.

Dalla rassegna degli eventi degli ultimi 12 governi in 22 anni emerge che Violante e Ceccanti hanno distorto la realtà per fini propagandistici.

Hanno offerto argomenti falsi per sostenere la loro tesi e non hanno indicato un solo elemento in grado di dare risposte positive per la stabilità di governo.

Certo, il Senato verrebbe escluso dal rapporto fiduciario con il governo, ma ciò non è sufficiente a dare stabilità. Per ottenere questo risultato bastava modificare due parole dell’attuale art. 94 senza necessità alcuna di stravolgere e complicare l’iter legislativo; senza necessità di mettere su un Senato dai poteri confusi, con un sistema elettorale raccapricciante, illogico e pericoloso per la somma di potere nazionale e locale che si avrebbe nelle mani dei senatori dopolavoristi.

Se si voleva superare anche il problema della navette tra Camera e Senato – che esiste solo per poche leggi; anche in questa legislatura l’80% delle leggi è stato approvato con un solo passaggio – si sarebbe potuto adottare il criterio francese: in caso di disaccordo prevale una Camera sull’altra. Ma questo deve avvenire sempre, per qualsiasi provvedimento, e non come fa questa assurda riforma che mantiene ambiti di bicameralismo paritario, con rischio di creare nuovi problemi nel procedimento legislativo. E’ singolare che Fusaro arrivi ad affermare che “la navette sparisce” e due righe prima afferma che ciò vale per il 95% delle leggi. Ergo per il 5% la navette rimane … e per queste leggi soggette a bicameralismo paritario il Governo e la maggioranza potranno essere alla mercé del Senato, in cui potrebbe non esserci una maggioranza politica.

La navette non sparisce, sarà limitata ad alcune tipologie di leggi – importanti – come quelle costituzionali e quelle che riguardano i rapporti con l’UE – e in queste materie la navette diventa un cacciatorpediniere.

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One thought on “Le sgangherate tesi del SI by Violante e Ceccanti

  1. C’è di peggio. Qualora In Senato si formasse una maggioranza ostile al Govrrno poiché il potere di iniziativa legislativa é attribuito al Senato indistintamente ratio materiae questo potrebbe trasmettere un disegno di legge al giorno. Poiché vi è l’obbligo costituzionale di procedere al l’esame si creerebbe un ingorgo alla Camera ed una paralisi del lavori.

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