Il costo della democrazia

Candidarsi alle elezioni politiche costa.

Forza Italia ha messo nero su bianco le proprie regole di ingaggio: euro 30.000 come una tantum alla accettazione della candidatura e euro 900 entro il 10 di ogni mese per gli eletti.

Ovviamente, il contributo può arrivare da terzi che così potranno anche approfittare delle agevolazioni fiscali. Tutto nella opacità più totale, come già avviene con le fondazioni politiche. Sui nomi dei finanziatori c’è sempre la massima riservatezza.

Costi importanti anche per la Lega; si vocifera di un contributo di euro 20.000.

Nel PD c’è un contributo mensile di euro 1.500 a carico degli eletti, ma si vocifera che per essere candidato in determinati collegi come capolista occorre essere generosi con il partito.

Il Movimento 5 Stelle prevede il taglio di una parte dello stipendio, che viene devoluto al fondo per l’accesso al microcredito, e un contributo di 300 euro mensili per sostenere l’associazione Rousseau.

Sparito il finanziamento pubblico ai partiti, dobbiamo fare i conti con il finanziamento privato al candidato, che poi saprà come ricompensare gli sponsor …

Mentre i vecchi partiti sono in crisi, si moltiplicano le fondazioni politiche, oltre 100, strettamente legate a politici e a strutture partitiche, ma solo poche pubblicano i bilanci e rendono noti i loro finanziatori. Nonostante i tanti progetti legislativi, siamo in un campo senza regole che non conosce trasparenza.

Il rischio maggiore è che le Fondazioni si trasformino in collettori di finanziamenti politici ed elettorali.

I finanziamenti possono arrivare anche da Enti pubblici e Istituzioni. Per esempio, il Ministero degli esteri retto da Alfano ha elargito un contributo di 20.000 euro alla Fondazione De Gasperi presieduta da Alfano …

In assenza di una legge regolatrice le fondazioni vivono nell’opacità. A ciò si aggiunga che manca in Italia una legge sulle lobby, nonostante siano stati presentati una cinquantina di progetti di legge!

Il quadro si complica se all’intreccio opaco tra gestione finanziaria dei partiti, ruolo delle fondazioni, finanziamenti pubblici discutibili … si aggiunge un sistema dei partiti per nulla democratico e trasparente nei suoi processi decisionali. Continua a leggere

Al voto, al voto!

Perché precipitarsi al voto?

Abbiamo importanti scadenze finanziarie, ci sono in discussione leggi sinora considerate urgenti, tra queste la riforma del processo penale, occorre mettere in sicurezza i conti pubblici anche per evitare sanzioni a livello europeo.

Come se non bastasse c’è la legge di stabilità che il Governo dovrà presentare in parlamento entro il 15 ottobre per essere approvata entro fine anno.

Su tutto ciò grava il rischio della speculazione finanziaria: questa corsa al voto è un ghiotto pasto per gli squali della finanza.

Tutto questo per andare al voto qualche mese prima della naturale scadenza della legislatura; perché? a chi giova?

Non certo al Paese e agli italiani; quindi, serve solo agli interessi di parte dei capi-partito che gridano al voto, al voto!

Vediamo il calendario.

Dopo aver cincischiato per mesi – il parlamento poteva e doveva mettersi al lavoro sulla legge elettorale sin dal 5 dicembre – adesso vogliono accelerare per approvare un “mega porcellum”, come giustamente Paola Taverna ha definito questa nuova proposta di legge elettorale.

La tabella di marcia prevede l’approvazione definitiva della legge al 7 luglio.

Che succede dopo? Continua a leggere

Le sgangherate tesi del SI by Violante e Ceccanti

Uno degli argomenti forti degli oltranzisti della riforma targata Boschi è che il bicameralismo perfetto sarebbe il maggiore responsabile dei 63 governi repubblicani in soli 68 anni.

In “Le ragioni del SI”, un lungo intervento fitto di surreali affermazioni, LucianoViolante pone degli interrogativi e ovviamente ci regala le sue risposte: “L’instabilità, dodici governi negli ultimi venti anni, verrà finalmente superata?  (…) Si potranno riattivare forme di partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche?
La riforma risponde positivamente a questi interrogativi. Poiché una delle grandi difficoltà delle democrazie occidentali è costituita dalla estraneità dei cittadini alla politica, dovrebbe essere particolarmente sottolineata quella parte della riforma che riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a vedere prese in esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare, che oggi finiscono in un cestino. Si tratta di novità che, insieme ad una nuova legge elettorale che non sacrifichi la rappresentanza dei cittadini, potrebbe riattivare il circuito virtuoso tra società e politica.

Violante rafforza il concetto: “le proposte di iniziativa popolare devono essere necessariamente prese in esame dalle Camere

 

Chissà se Violante ha fatto fatica a mettere insieme in poche righe tante inesatte semplificazioni o se gli riesce spontaneo.

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La scelta dei candidati

Un elemento qualificante della democrazia rappresentativa è la scelta dei candidati.

Questa dovrebbe avvenire attraverso due passaggi fondamentali:

  1. la selezione dei candidati a cura di iscritti, attivisti e sostenitori dei soggetti politici che partecipano alla competizione elettorale
  2. la scelta tra i candidati a cura degli elettori.

Perché questi due passaggi possano essere efficaci serve una rigorosa disciplina legale dei partiti per assicurare trasparenza nei processi decisionali interni ai partiti. Una disciplina legale che assicuri democrazia, partecipazione e trasparenza. In assenza di ciò, sarebbe la ristretta oligarchia alla guida dei partiti a nominare i rappresentanti del popolo.

In Italia, al massimo gli elettori scelgono tra un menù prestabilito dalle oligarchie in cabina di comando.

Nella nostra realtà, alla storica opacità che contraddistingue la gestione del sistema dei Partiti, si aggiunge la confusa e poco trasparente selezione dei candidati. Da anni, agli elettori non è data la possibilità di scegliere tra i candidati al Parlamento. Con queste caratteristiche, non c’è alcun dubbio che siamo in un autentico regime partitocratico: una oligarchia che sta portando a compimento il passaggio dal Partito Stato allo Stato dei Partiti.

Qualcosa però si muove. Continua a leggere

I cattodem hanno rotto i fioroni

Gli argomenti dei cattodem riguardo al ddl Cirinnà sono un miscuglio di pregiudizi, ipocrisie, competizioni elettorali con i loro omologhi del cdx.

Se realmente fossero interessati a contrastare l’utero in affitto, negli ultimi dodici anni si sarebbero dati da fare per rendere efficiente e applicabile la legge 40/2004 che sulla carta punisce il ricorso alla “maternità surrogata“.
È quello il luogo per contrastare le pratiche che i cattodem nei fatti hanno contribuito a favorire. Il ddl Cirinnà con l’utero in affitto non c’entra nulla.

Comma 6, art. 12 legge 40/2004: “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro.

Come mai allora diverse cliniche possono impunemente pubblicizzare i loro servizi per la gravidanza surrogata?

Come mai studi legali italianissimi offrono assistenza per una gravidanza surrogata?

Come mai nessuno è perseguibile in Italia se fa ricorso all’estero alla gravidanza surrogata?

Stranamente a tutti questi cattodem dalla etica granitica da dodici anni sfugge che la legge è inapplicata e inapplicabile perché così decise chi l’ha voluta e difesa.

Un reato commesso all’estero non è sostanzialmente punibile in Italia se la pena minima è inferiore a 3 anni.
Peccato che questi legislatori siano così impreparati, però la loro etica è granitica.

Ovviamente, se non passa l’art 5 del ddl Cirinnà quei bambini nati con tecniche immorali, continueranno a nascere perché sinora non sono nati grazie al ddl Cirinnà. Ma questo ai nostri campioni di etica non interessa… chissà a quale prezzo cambierebbero idea. Sono sempre disponibili i saldi da Poltrone e Sofà!

Esiste un corso di specializzazione in etica della disonestà intellettuale?
Perché il Parlamento è pieno di autentici campioni di disonestà intellettuale.

Ovviamente, gli altri del PD, quelli che non sono cattodem, non stanno meglio a disonestà intellettuale.
Diversamente, affronterebbero i loro colleghi respingendo le loro tesi perché inconsistenti e irricevibili sul piano logico, culturale, etico e giuridico.
Ma poiché ritengono che averli dentro nel partito aiuti elettoralmente, preferiscono continuare a non affrontare il tema di sempre: chiarire il rapporto tra peccato e reato, tra etica individuale e laicità dello Stato e delle Istituzioni.
Così un pezzo di PD compete in minchiate etiche con Gasparri, Giovanardi, Casini, Alfano, Lorenzin, Binetti…

Il PD dimostra di avere un serio problema di identità culturale e politica.
E gli altri non sono messi meglio.

Uno studio legale che offre assistenza per la gravidanza surrogata: http://www.maternitasurrogata.info/contatti

La ricca offerta commerciale di una clinica ucraina:

Servizi/Costi

Il trionfo dell’imbecillità

lista nazionale

Stralcio dell’intervento del senatore Tonini (PD) in aula.

La cosa importante che vogliamo conservare della seconda parte della Costituzione – la prima non è infatti in discussione – è la forma di Governo parlamentare. In fondo questo è anche il filo rosso che accompagna l’azione del centrosinistra italiano, dagli anni dell’Ulivo fino ad oggi. Abbiamo difeso, qualche volta anche con durezza, in particolare nello scontro con il centrodestra, la forma di Governo parlamentare, che i costituenti ci hanno consegnato.
(…)
Noi abbiamo difeso, e lo facciamo anche con la riforma in esame, la forma di governo parlamentare, cioè l’idea che il Governo debba essere espressione del Parlamento e debba trovare nel Parlamento il momento della sua legittimazione costituzionale, la sede dove trova la fiducia, che sa che in ogni momento può essere revocata.
Al tempo stesso noi dobbiamo, cioè, saper leggere i segni dei tempi, di questo nostro tempo, e quello principale è che i cittadini vogliono essere protagonisti della scelta di chi li governa.
(…)
Tanti degli interventi dei senatori che io ho ascoltato pazientemente e diligentemente hanno posto il seguente problema: questo Governo non è legittimato direttamente dal voto popolare. Hanno ragione, ma nello stesso tempo dicono una bestemmia dal punto di vista costituzionale, perché dal punto di vista della Costituzione del 1948 nessun Governo viene eletto dagli elettori, in quanto i Governi trovano la loro legittimità nella fiducia del Parlamento. Tuttavia è vero e sacrosanto che nel nostro tempo c’è voglia di legittimazione diretta dei Governi da parte dei cittadini e degli elettori. Infatti tutti diciamo che Tsipras è stato eletto, invece l’altro giorno Tsipras è stato eletto solo deputato, ma il Presidente della Repubblica greca non si sarebbe mai sognato di dare l’incarico a una personalità diversa, perché Tsipras ha vinto le elezioni arrivando al 34-35 per cento e, grazie al premio di maggioranza che prevede anche quel sistema, arriva alla maggioranza assoluta dei seggi. Diciamo che Cameron governa il Regno Unito, è Primo Ministro inglese, perché lo hanno voluto gli inglesi; certo, gli inglesi lo hanno eletto deputato del suo collegio, ma è sicuro che Cameron, essendo il leader del Partito conservatore che ha vinto le elezioni, legittimissimamente governa la Gran Bretagna. La signora Merkel non è eletta direttamente dai tedeschi, ma dal Bundestag; tuttavia tutti diciamo che lei è espressione del popolo tedesco.
Nel 2013 non abbiamo avuto un Governo eletto dai cittadini, legittimato direttamente dai cittadini, perché il nostro sistema, così come è congegnato oggi, mentre è in grado di risolvere e conservare ciò che va conservato, cioè la forma parlamentare, non è in grado di fare i conti con questa domanda nuova di legittimazione diretta che c’è da parte dei cittadini. Questa è la contraddizione nella quale viviamo.
La riforma in discussione si propone di sciogliere questa contraddizione, perché per un verso noi manteniamo il sistema della democrazia parlamentare, atteso che il Presidente del Consiglio che avremo con la riforma avrà comunque bisogno della fiducia della Camera; non avrà nessun potere nuovo rispetto a quello che la Costituzione oggi assegna al Presidente del Consiglio. Nello stesso tempo, il combinato disposto di riforma del bicameralismo (quindi il superamento del bicameralismo paritario e della necessità che anche il Senato dia la fiducia) e della legge elettorale maggioritaria consentiranno ai cittadini di essere loro i protagonisti della legittimazione del Governo.

Un mucchio di rispettabili imbecillità. Continua a leggere

I costituenti fregnoni

I rappresentanti dei Partiti che occupano il Senato hanno approvato una modifica al famigerato art. 2 del testo di riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario e la revisione del Titolo V della seconda parte della Costituzione.

Sono tutti contenti, in particolare la gran parte dei dissidenti interni al PD, perché, dicono, è stato affermato un punto fondamentale e qualificante: saranno gli elettori a indicare coloro che tra i Consiglieri regionali andranno al Senato… a fare i dopolavoristi!

Ciarlatani.

Ecco cosa recita l’emendamento della ritrovata concordia: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge“.

Complimenti. In italiano significa poco e sul piano giuridico vale meno di zero.

In conformità alle scelte espresse dagli elettori” non ha alcun valore vincolante tenuto conto che la riforma costituzionale prevede che i consiglieri regionali eleggono CON METODO PROPORZIONALE i senatori tra i propri membri e tra i sindaci della Regione.

Da un lato si afferma che sono i consiglieri a eleggere tra loro i senatori, dall’altro lato si dice che lo fanno in conformità al voto degli elettori.

L’art. 2 appena approvato recita “I Consigli regionali e i Consigli delle province autonome di Trento e di Bolzano, ELEGGONO, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori”.

I sindaci sono tutti eletti dagli elettori e i consiglieri sceglieranno un sindaco per regione: che significa scegliere in conformità?

Quindi, i Sindaci mandati a fare i dopolavoristi a Palazzo Madama non sono scelti in conformità alle scelte degli elettori perché tutti i sindaci sono conformi alle scelte degli elettori.

Delle due l’una: o la maggioranza dei senatori è costituita da imbecilli o si tratta di disonestà intellettuale.

Le scelte dei consiglieri\elettori saranno autonome; e non può, nel nostro sistema, essere diversamente. Sono invitati a fare delle scelte che somiglino e corrispondano a quelle effettuate degli elettori, ma come possono essere “conformi” alle scelte degli elettori?

Considerate le nostre disposizioni, nessuno può essere vincolato a votare “in conformità” al voto espresso da altri.

Sono forse tenuti a eleggere i più votati? NO

E più votati in assoluto o in rapporto ai voti raccolti da ciascun partito? BOH

Sono forse tenuti a rispettare le proporzioni tra i diversi gruppi consiliari? NO

E come potrebbero farlo? Non potrebbero, considerato l’esiguo numero di senatori che ogni regione dovrà eleggere. E poi, non tutti i Consiglieri sono eletti direttamente: ci sono quelli che entrano in Consiglio con il Listino del candidato alla Presidenza della Regione. Sono questi ultimi esclusi dal computo dei Consiglieri che devono eleggere i senatori? NO, al momento no!

Rifletteteci. Fate delle simulazioni sui diversi scenari che si potrebbero verificare… e vi renderete conto che è stata scritta una autentica fregnaccia!

Cosa autorizza certi senatori a raccontare che saranno gli elettori a scegliere i Senatori? Risposta: l’imbecillità o la malafede, o un mix di entrambe le cose.

Se sono scelti o indicati dagli elettori a che serve che i Consiglieri Regionali li eleggano? Boh!

Devono convalidare l’elezione fatta dagli elettori?

Siamo al delirio!

Poi, cosa c’entra con il Senato rappresentativo delle Istituzioni Territoriali la nomina, facoltativa, da parte del Presidente della Repubblica di cinque Senatori per meriti analoghi a quelli degli attuali Senatori a vita?

E i Senatori a vita attuali, che fine fanno? Tranquilli, sono confermati, al momento. Quindi, il numero dei Senatori è mobile: 95 + gli ipotetici magnifici 5 del PdR + gli attuali Senatori a Vita.

Che si tratti di una epidemia di demenza senile?

De Luca governatore

Come previsto, De Luca ha fatto ricorso contro la sospensione, ha intanto vinto e può svolgere l’incarico per cui è stato eletto, in attesa dei prossimi sviluppi.

Abbiamo avuto una ulteriore conferma di quanto sia pessima la legge Severino: legge scritta male, confusa, contraddittoria e inapplicabile.

Applicare la legge al caso De Luca significa bloccare il funzionamento della Istituzione che la legge vorrebbe preservare; significa violare i diritti del soggetto sospeso al quale occorre riconoscere il diritto di essere reintegrato nella funzione, nel caso ne ricorrano le circostanze.

Conclusione.
I Iegislatori sono in maggioranza mediocri e incapaci, quelli di questo parlamento come quelli della precedente legislatura.

Il PD è stato irresponsabile nel sostenere una persona destinata alla sospensione, lasciando che il problema della pessima legge sia affrontato a livello giudiziario.

Ancora su De Luca

De Luca è già stato eletto ed è già presidente della Campania perché la Costituzione e lo Statuto regionale prevedono la elezione diretta del Presidente di Regione, che è anche Presidente della Giunta regionale, l’organo di governo regionale.

Perché allora non è stato già sospeso applicando quanto previsto dalla legge Severino?

C’è chi afferma che questo sarebbe l’univo esito possibile della applicazione della Legge Severino e ogni deviazione da ciò sarebbe una forzatura.

La questione è più complessa e apre un conflitto tra l’applicazione della legge e altre nome anche di ordine superiore fino a investire la Costituzione stessa.

Non si può invocare l’applicazione rigorosa della legge Severino e contemporaneamente alterarla dando alla sospensione un valore che non ha. Chi vuole approfondire, legga la cosiddetta legge Severino, vale a dire il d.lgs. 31 dicembre 2012, n. 235 in particolare l’articolo 8.

Sospensione significa che bisogna lasciare aperta la possibilità della riammissione all’incarico da cui si è sospesi; è una forma di impedimento temporaneo, che può avere l’esito del reintegro nell’incarico elettivo o la decadenza in caso di sentenza passata in giudicato. La sospensione non è equivalente a ineleggibilità, incandidabilità o decadenza. Basti pensare al paradosso che se si tornasse al voto De Luca potrebbe ricandidarsi

Il problema, dunque, è da un lato la scelta del PD di candidare una persona che se eletta avrebbe causato questo caos, dall’altro la legge Severino che lascia dei buchi enormi e non si raccorda con le altre norme, a partire dalla Costituzione, che prevede l’elezione diretta del presidente e la decadenza di giunta e consiglio in caso di rimozione o impedimento permanente del presidente (art 126 Costituzione).

La sospensione non è un impedimento permanente e non è una rimozione.

Quindi il ritorno al voto, invocato come fatale esito di questa pasticciata situazione, è escluso perché creerebbe una situazione irreversibile rispetto al sospeso e un danno a tutto l’organo istituzionale con la decadenza di tutto il consiglio.

L’applicazione di una legge non è mai o quasi mai con una sola strada obbligata.

Se si fa prevalere il dato che il presidente è un componente del Consiglio, prima ancora di essere il presidente, De Luca dovrebbe essere già sospeso con tutte le conseguenze assurde che derivano da questa inflessibile applicazione della legge.

Se invece si fa prevalere la funzione di presidente, che la Severino non prende in considerazione ma la Costituzione sì, allora bisogna attendere la formazione della Giunta per poi sospenderlo e nel caso in futuro riammetterlo, ipotesi che l’applicazione della legge deve contemplare.

Questo porta al problema della efficacia retroattiva della sospensione, questione residuale che sarà rimessa a un eventuale giudizio e che per opportunismo politico adesso il PD non si porrà come per motivi elettorali non si è fatto alcun problema a candidare alla carica di Presidente una persona che se eletta sarebbe stata sospesa.

Quindi, i problemi sono:

la legge Severino, scritta male

l’inerzia dei legislatori

l’incoerenza e l’inaffidabilità del sistema dei partiti.

Da questo ultimo punto occorre partire per evitare che si possa ripetere quanto avvenuto e avviene da anni, motivo per cui è imperdonabile la superficialità della legge Severino. Avevamo già avuto i casi di ricandidatura di condannati, ricordate il caso Cuffaro, per fare un esempio su tutti? Non si doveva fare esclusivo affidamento sul senso di responsabilità dei partiti.

Serve una rigorosa disciplina legale dei partiti: personalità giuridica, democrazia e trasparenza nei processi decisionali interni ai partiti, nell’affidamento degli incarichi, nella selezione dei candidati.

Il Pasticcio De Luca

Una condanna di primo grado non impedisce di essere candidato.

Se la condanna è per determinati reati (come l’abuso di ufficio), se eletto sei sospeso dall’incarico elettivo. Ciò vale per le cariche elettive in comuni, province e regioni. Per il Parlamento serve la condanna definitiva per nel caso essere dichiarati decaduti o ineleggibili.

De Luca poteva essere candidato alla regione ed è stato candidato; è stato anche eletto e sarà sospeso.

Quando scatta la sospensione?

La legge non dice nulla. La sospensione è un accidente che la Severino non aveva contemplato in fase di elezione poiché confidava sul buon senso di un partito che non avrebbe candidato chi poi sarebbe stato sospeso. Quindi, la legge ha preso in considerazione il caso della condanna di primo grado nei confronti di chi ricopre già una carica: e la legge decide che va sospeso. Logica vuole, quindi,  che la sospensione scatti non appena l’incarico viene assunto, ovvero con la proclamazione degli eletti.

La legge, infatti, riguarda ogni consigliere e si viene sospesi dall’incarico elettivo, senza distinzioni in base alle funzioni dell’eletto.

Ma se De Luca fosse sospeso alla convalida del risultato elettorale, non si costituirebbe la Giunta e bisognerebbe tornare al voto. In tal modo, però, la sospensione diventerebbe decadenza.

Sebbene questa situazione fosse ampiamente prevista, non solo il maggior partito d’Italia si è cacciato in questo cul de sac candidando De Luca e sostenendolo, ma il legislatore non ha approntato alcuna norma per individuare un criterio che consentisse di sciogliere la matassa nel caso il predestinato alla sospensione fosse il candidato vincente a Presidente della Regione.

Che fare?

Avanza la tesi secondo cui De Luca dovrebbe essere sospeso dopo la formazione della giunta; soluzione che suona come un classico cavillo da azzeccagarbugli.

Lasciare che De Luca inizi a svolgere l’incarico, fino alla formazione della giunta, per poi sospenderlo, appare a tanti come una violazione della legge che non può essere giustificata dal semplice evento che De Luca è stato votato. Se candidi qualcuno è chiaro che crei le condizioni per eleggerlo e per l’elettore la sola presenza in lista è motivo sufficiente per ritenere che quel candidato sia votabile ed eleggibile. Non spetta all’elettore svolgere sottili analisi giuridiche ma al legislatore scrivere leggi lineari e chiare, tanto più che le candidature sono vagliate dagli organi di Partito.

E’ vero che per sospendere qualcuno occorre che costui assuma l’incarico da cui deve essere sospeso. E’ pur vero che De Luca si è candidato per svolgere la funzione di Presidente, ma se non fosse arrivato primo sarebbe diventato semplice Consigliere. Ed è pur vero che il Presidente della Regione è anche e prima Consigliere Regionale.
E’ altrettanto vero che la legge Severino non distingue tra le funzioni degli eletti ma interviene con la sospensione o la decadenza a prescindere dalla funzione svolta.

Quindi, De Luca dovrebbe già essere sospeso perché è già stato proclamato eletto… a un incarico, quale che sia, che non può al momento ricoprire.

La tesi secondo cui si debba attendere l’effettiva assunzione dell’incarico per il quale è stato votato inevitabilmente sembra la solita toppa per rimediare alla inefficienza legislativa e alla inaffidabilità dei Partiti che non sanno assumere comportamenti rigorosi, coerenti e trasparenti. La paura di non vincere in Campania ha indotto il PD a questo imperdonabile passo falso che getterà molto discredito sulla volontà riformatrice della gestione Renzi. Infatti, De Luca non intendeva mollare e se il PD non lo avesse candidato, avrebbe costituito una Lista De Luca…

Il bello è che lo stesso Partito, che non ha voluto evitare la candidatura di De Luca, che non ha voluto trovare una soluzione che non fosse una ennesima legge ad personam, ha appena voluto una nuova legge elettorale con la quale concede ai Partiti il diritto di nominare una gran parte di parlamentari e di decidere in modo opaco sulla candidatura degli altri tra cui gli elettori potranno esercitare qualche scampolo di diritto costituzionale a eleggere i propri rappresentanti.

E’ così che il PD dimostra di saper selezionare la classe dirigente?