La Costituzione non è in buone mani

Negli atti parlamentari si legge che la proposta di riforma dell’art. 57* della Costituzione, con la quale il Senato non sarebbe più eletto su base regionale ma circoscrizionale, servirebbe a rafforzare la rappresentatività del Senato.

Quasi tutti omettono di spiegare che poiché il numero dei senatori in ogni regione continuerebbe a essere in rapporto alla popolazione e ogni regione e provincia autonoma continuerebbe ad avere non meno di 3 senatori, ad eccezione della Valle d’Aosta e del Molise che ne hanno rispettivamente 1 e 2, il passaggio dalla base regionale a quella circoscrizionale non darebbe alcun contributo a migliorare la rappresentatività del Senato.

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Il TRASFERIMENTO DEL VOTO TRA CANDIDATI UNINOMINALI E LISTE PLURINOMINALI

Siamo in tanti a ritenere che la legge elettorale vigente presenti evidenti elementi d’incostituzionalità, al punto che – considerata l’inerzia del Parlamento – alcuni elettori ed elettrici ancora una volta ricorrono al ricorso giudiziario affinché sia ripristinato il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti.

Sorprende che in un’ordinanza di rigetto del ricorso per la verifica di costituzionalità di alcune norme della vigente legge elettorale, nello specifico l’ordinanza del 20/03/2021 del Tribunale di Roma  N.R.G. 30246/2019, si legga che il trasferimento del voto dal candidato uninominale alla lista proporzionale e viceversa sia “coerente con la manifestazione di volontà dell’elettore”?

Quale ragionamento e dato oggettivo consente di affermare che chi ha apposto un segno su una lista plurinominale voglia dare il suo voto anche al candidato uninominale collegato?

Si tratta di una presunzione d’interpretazione della volontà dell’elettore. Presunzione priva di qualsiasi pregio logico e giuridico.

Che poi nella stessa Ordinanza si rigettino le argomentazioni di censura del voto congiunto obbligatorio ricorrendo alla motivazione che analogo meccanismo era “già previsto dalla cd legge Mattarella del 1993 per l’elezione del Senato; in ambedue i casi il voto va al candidato uninominale che alla lista” … lascia semplicemente sbigottiti per almeno due motivi.

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L’aborto e la Corte Suprema USA

L’ultima decisione della Corte Costituzionale USA sull’interruzione volontaria di gravidanza ci riporta a irragionevoli contrapposizioni, anche perché prevale una narrazione che non aiuta comprendere, ma è solo funzionale alla formazione di tifoserie.

Preferisco utilizzare l’espressione Interruzione Volontaria della Gravidanza (IVG) al termine “aborto” perché l’aborto è un evento naturale o indotto e le legislazioni si occupano solo dell’aborto indotto, vale a dire della scelta consapevole di interrompere la gravidanza.

La Corte Suprema USA ha affermato che l’IVG non trova giustificazione e protezione a livello costituzionale poiché attiene alle competenze di ogni Stato federato. Nell’assumere questa decisione la Corte ha ribaltato una sentenza del 1973 che assumeva la decisione di prevedere l’IVG a livello federale appoggiandosi su un passaggio del XIV Emendamento: “Nessuno Stato farà o metterà in esecuzione una qualsiasi legge che limiti i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà qualsiasi Stato privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un processo nelle dovute forme di legge; né negare a qualsiasi persona sotto la sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.”

La Corte affermava il diritto alla libera scelta in tutto ciò che attiene alla sfera individuale, ma per la Corte questa libertà di scelta non era assoluta. La Corte pose dei limiti all’IVG: poteva essere effettuata solo fino a quando il feto non fosse in grado di vita autonoma, anche con l’ausilio di apparecchiature (solitamente 24-28 settimane), o in caso di pericolo di vita per la madre.

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Basta ipocrisie sull’astensione

A ogni tornata elettorale ritornano puntuali tutte le ipocrisie di sempre sull’astensione, poi tutto finisce nel dimenticatoio perché il ceto politico non ha alcun interesse alla partecipazione attiva dei cittadini.

Il potere politico prescinde dal tasso di partecipazione e più alto è il distacco dalle cose politiche, più i politici possono manovrare indisturbati.

E’ giunto il momento di occuparci dell’astensione per il bene del nostro regime democratico e per avere una politica più inclusiva.

Un caro amico con cui da tempo discuto di astensione e altri temi attinenti alla democrazia rappresentativa ha lanciato una petizione per valorizzare politicamente l’astensione.

Vi invito a sostenerla con la vostra firma.

https://chng.it/qnWmBnswqb

Fare i conti con l’astensionismo

Spesso si liquida perentoriamente l’astensionismo affermando “chi non vota non conta“, ma la questione è “quanto conta chi vota“?

Se il corpo elettorale non può scegliere coloro che in Parlamento dovrebbero rappresentare il popolo sovrano, se i candidati alla carica di sindaco o di presidente di Regione sono calati sulle comunità locali da ristrette oligarchie partitocratiche, se la volontà del popolo viene cancellata persino quando il popolo sovrano con il voto referendario decide qualcosa (vedi finanziamento pubblico ai partiti, acqua pubblica …), se l’accesso alle cariche elettive di cui all’art. 51 Cost. è appaltato ai Partiti che decidono chi candidare e dove … quanto vale realmente il voto di ogni cittadino e cittadina?

Certo, chi non si sente rappresentato dalle attuali forze politiche (circa 70), può sempre fondare il proprio partito, ovviamente senza gareggiare alla pari con le altre forze politiche perché chi ha già un posto al sole ha dei privilegi … E’ la nuova forma di nobiltà che ha edificato la casta degli eletti, per preservare se stessa. La conseguenze è che chi dovesse entrare nella casta, ben preso impara ad apprezzarne i privilegi e viene fagocitato dal sistema.

La Costituzione definisce l’esercizio del voto un  “dovere civico“ (art. 48 Costituzione). Il concetto è ripreso all’art. 4 del Testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati e richiamato anche dalla legge costituzionale di attuazione del referendum (L. 352/1970) che recita all’art. 50: “Per tutto ciò che non è disciplinato nella presente legge si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni del testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361“. Il successivo art. 51 richiama anche per i referendum le sanzioni penali di cui al Titolo VII del citato Testo Unico, quindi anche l’art. 115 che, fino al 1993, sanzionava chi senza valido motivo non esercitava il diritto di voto.

Altra conferma della non differenza di valore “civico” tra le diverse tipologie di voto si desume dalla discussione sulla legge attuativa del referendum. In quella discussione fu, infatti, respinto un emendamento teso a equiparare il “non voto” al “voto contrario” all’abrogazione. Anche la disciplina della propaganda referendaria, legge n. 28/2000, stabilisce che nella comunicazione radiotelevisiva per i referendum abrogativi gli spazi siano “ripartiti in misura eguale fra i favorevoli e i contrari al quesito referendario“, escludendo qualsiasi valore alla posizione di chi invita a disertare le urne.

I Costituenti non avevano pensato che le forze politiche parlamentari avrebbero fatto ricorso all’astensione per invalidare un referendum e che avrebbero invitato ad andare al mare o esplicitamente a non votare, anche perché l’invito al non voto esponeva a conseguenze penali. Nel 1967, infatti, la Cassazione confermò la condanna di alcuni anarchici che avevano fatto propaganda per l’astensione; i giudici ravvisarono nella propaganda astensionista il reato di istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato (art. 415 c.p.). L’art. 115 del Testo Unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati, che sanzionava chi senza valido motivo non esercitava il diritto di voto, è stato abrogato con decreto legislativo n. 534 del 1993.

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I tagli lineari sulla Costituzione

L’accetta dei tagli lineari indiscriminati si abbatte sulla Costituzione. Di questo si tratta quando ci occupiamo della modifica costituzionale oggetto dell’imminente referendum del 20 e 21 settembre.

Una banalissima operazione contabile che investe la Costituzione in uno dei suoi aspetti fondanti e fondamentali: la rappresentanza politica, strumento principe attraverso cui si esprime la sovranità popolare.

Non si può ridurre tutto a un mero aggiustamento numerico dei rappresentanti parlamentari, perché la misura del taglio (36,5%) va ben oltre il semplice aggiustamento e ci porta ad avere di gran lunga il peggior rapporto alla camera bassa tra abitanti e deputato (1 oltre 150.000 abitanti, qualsiasi altro paese ha un rapporto molto più favorevole) e uno degli ultimi tra i paesi che dispongono di una camera alta: peggio di noi ci sarebbe solo la Polonia, il cui Senato ha poteri legislativi ridotti e non ha un rapporto fiduciario con l’esecutivo, e la Germania, la cui camera alta – Bundesrat – è una assemblea federale che rappresenta i Länder e si occupa di determinate materie, quindi non paragonabile al nostro Senato che ha la stessa identica funzione della Camera.

Non si può nemmeno affermare che  questo taglio aumenta l’efficienza del parlamento e avvicina il Parlamento ai bisogni dei cittadini.

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Zingaretti, Bersani … non ci siamo!

La cultura progressista, riformista e di sinistra sta replicando scelte sbagliate del passato; scelte che hanno favorito il degrado istituzionale svilendo la costituzione a strumento di lotta politica nelle mani della maggioranza di turno e a merce di scambio in accordi di potere, mentre persiste l’incertezza sulle regole elettorali, una delle cause della instabilità politica. In soli 26 anni abbiamo cambiato 5 leggi elettorali nazionali e ci apprestiamo a varare la sesta.

Dal 1993 viviamo sotto il rischio che una minoranza politica, per effetto del sistema elettorale, possa assumere il controllo assoluto del parlamento, eleggersi il proprio presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare a piacimento la Costituzione senza nemmeno l’impiccio di un referendum se questa minoranza dovesse disporre, per meccanismi di ingegneria elettorale, dei due/terzi del parlamento.

Il centro-sinistra dopo aver impiegato 26 anni per rendersene conto, nuovamente se ne dimentica, mentre in questi 26 anni si è cincischiato con leggi elettorali indecenti (italicum e rosatellum, dopo aver lasciato colpevolmente in vita il porcelum e non aver corretto il mattarellum) e riforme costituzionali pasticciate e dannose.

Oggi dobbiamo fare i conti con una maggioranza che si è costituita su un patto che prevedeva l’approvazione della riduzione dei parlamentari.

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Allinearsi alla Germania?

La Germania è uno stato federale. Al Bundestag federale composto da 709 parlamentari va aggiunto il Bundesrat (il senato federale) e ogni singolo parlamento di ogni Stato della federazione. Solo così si ricompone l’interezza del potere legislativo e della rappresentanza.

Il Senato tedesco, Bundesrat, non rappresenta la sovranità popolare, come il Senato italiano che ha stesse funzioni e competenze della Camera. Il senato tedesco rappresenta i Governi degli Stati federati.

In base a quale logica si confronta il Senato tedesco con quello Italiano?

La Germania, sommando il parlamento federale tedesco, composto da Bundestag e Bundesrat, ai parlamenti degli Stati federati, dispone di 2.526 parlamentari! Già, perché la sola Baviera ha 180 deputati (la Lombardia 80 consiglieri regionali) per circa 13 milioni di abitanti.

Anche in Italia per ricomporre l’interezza del potere legislativo bisogna considerare le regioni (art. 117 Cost.): “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:” (segue elenco che va dalla lettera A alla lettera S).

Tralasciando le differenze tra le nostre Regioni e i Länder tedeschi, scopriamo che le nostre regioni contano tra Presidenti e Consiglieri regionali appena 897 persone!

Quindi,

in Germania 2.526 legislatori, uno ogni 33.063 abitanti

in Italia un legislatore ogni 32.872 abitanti (sommando ai 945 parlamentari gli 897 presidenti e consiglieri regionali).

Siamo già perfettamente allineati alla Germania!

Germania vs Italia

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Uniformarsi ai paesi europei più virtuosi …

Ridurre i nostri parlamentari del 36,5% avrebbe la finalità di uniformare il nostro Parlamento ai più virtuosi paesi europei, sostengono i promotori di questa drastica riduzione.

E’ davvero così?

Esiste un modello europeo e all’interno di questo modello paesi più virtuosi e mono virtuosi?

La risposta è NO: i parlamenti dei paesi europei esprimono rapporti di rappresentanza molto differenti che vanno da 16,5 parlamentari ogni 100.000 abitanti a 1 parlamentare ogni 100.000 abitanti. La media tra i 27 paesi UE (quindi UK escluso) è 1,88 parlamentari ogni 100.000 abitanti.

L’Italia ha 1,45 parlamentari ogni 100.000 abitanti, quindi se dovessimo uniformarci alla media europea dovremmo aumentare il numero di parlamentari

Il concetto di virtuosità nella rappresentanza solleva molte perplessità perché si tratta di una valutazione rimessa alla libera e soggettiva interpretazione : per qualcuno potrebbe significare avere un rapporto di rappresentanza alto, per altri potrebbe significare avere un rapporto di rappresentanza basso; oppure, la virtuosità potrebbe stare nell’essere nella media o nell’essere nella fascia alta o in quella bassa. Continua a leggere

Il SI al taglio dei parlamentari fa a pugni con la logica

Perché quando persone “intelligenti” si esprimono a favore della riduzione dei parlamentari sorge il dubbio che non siano obiettivi o che  non siano così brillanti nella loro capacità di analisi logica?

Non ho sinora avuto il piacere di imbattermi in un argomento a favore della riduzione dei parlamentari che non sia stato sostenuto solo con slogan o con argomenti falsi, capziosi, illogici.

Questa volta è il turno di Roberto Perotti e Tito Boeri che su la Repubblica di ieri 11 agosto pubblicano un intervento a sostegno del SI alla riduzione dei parlamentari e offrono argomenti logici a sostegno del NO.

BoeriI due economisti Boeri e Perotti esordiscono ricordando che “da 40 anni si parla di tagliare il numero dei parlamentari”.

Evidentemente i due sono distratti da tanto tempo perché non è vero che da 40 anni si discute di ciò; da decenni si discute di modificare il bicameralismo, il procedimento legislativo, i poteri del presidente del consiglio e la ripartizione dei poteri tra Stato e Regioni … e in conseguenza di queste riforme si proponeva un ridimensionamento del numero dei parlamentari che mai in ogni caso giungeva a questo livello. Oggi si discute per la prima volta di riduzione “drastica” dei parlamentari lasciando invariato tutto il resto.

Il primo argomento di Boeri e Perotti è quindi respinto per evidente superficialità e pressapochismo.

Il secondo argomento riguarda il risparmio.

I due riconoscono che si tratta di un risparmio modesto, in sostanza pari a un cappuccino all’anno per italiano o a un caffè se si considerano i costi al netto delle imposte che ritornano nelle casse dello Stato e che quindi costi non sono, come dimostra Cottarelli. Quindi, Boeri e Perotti, confrontatevi con Cottarelli se vi piace fare i conti della serva, a me poco importa se i risparmi sono circa 80 milioni all’anno o 57 milioni all’anno, mi interessa che siano nettamente inferiori ai declamati 100 di cui blatera da un anno il M5S e che anche per voi, esimi Boeri e Perotti, si tatti di un risparmio “simbolico”.

Possiamo convenire che in politica i simboli contano, ma perché per ottenere un risparmio simbolico si tocca la Costituzione in uno dei suoi aspetti più delicati, la rappresentanza politica del popolo sovrano, e non si riducono le diarie parlamentari, le indennità e i contributi ai gruppi parlamentari che ammontano da soli a 55 milioni di euro all’anno?

Perché non ci spiegate le ragioni della ineluttabile necessità di tagliare i parlamentari modificando la Costituzione anziché modificare leggi ordinarie e ottenere lo stesso risparmio?

Cari Boeri e Perotti, se il Parlamento avesse deciso di ridurre del 30% i contributi ai gruppi parlamentari, le indennità parlamentari e gli altri benefit … il popolo, che come voi ricordate vive “nella recessione più grave del dopoguerra”, avrebbe gradito, anche perché i risultati sarebbero stati certi e immediati. La vostra esperienza come mai non vi conduce a interrogarvi sul perché non sia stata seguita questa strada per anni indicata agli elettori?

L’aver scelto la strada della riduzione dei rappresentanti del popolo sovrano, disinteressandosi di ogni aspetto relativo al pluralismo e del sistema elettorale, fa nascere il dubbio che il tema del risparmio sia solo fumo negli occhi per assecondare il qualunquismo e il risentimento distruttivo verso la classe politica poiché non si fa nulla per migliorarla.

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