Mi dicono … che noi del NO abbiamo sbagliato

Qualche amico osserva che noi del NO, che bocciamo questa riforma nel merito e non per un giudizio negativo sul Governo, abbiamo sbagliato a fare campagna referendaria perché avremmo dovuto spiegare che riforma della Costituzione vorremmo.

Questa critica è illogica da diversi punti di vista.

 

Il momento del confronto sulle diverse opzioni possibili ci doveva essere prima di giungere alla approvazione parlamentare e purtroppo la discussione sulle diverse opzioni di revisione costituzionale è stata bloccata dall’accordo del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. E’ stato imposto al Parlamento un pacchetto sul quale, sotto continue minacce di dimissioni, si doveva in fretta procedere. Il 15 aprile 2014 il Senato ha avviato l’esame del disegno di legge di riforma che è stato approvato, con modificazioni, nella seduta dell’8 agosto 2014: meno di 4 mesi per giungere alla prima votazione da parte del Senato su una riforma così corposa. Figuratevi lo spazio che è stato dato alle proposte alternative rispetto a quanto previsto dal famoso accordo Renzi-Berlusconi.

 

Il referendum non è il momento in cui discutere tra diverse opzioni di riforma, ma si decide su una precisa riforma approvata dal parlamento. Occorre un giudizio sintetico, SI o NO, per confermare o bocciare la proposta stessa. Già si fa fatica a smontare le falsità della propaganda avversaria figuriamoci se ci mettessimo a spiegare come vorremmo modificare la Costituzione. Abbiamo concentrato l’attenzione su un paio di punti essenziali: Continua a leggere

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Il quesito referendario del  4 dicembre (forse)

Il referendum di ottobre del 4 dicembre 2016 ci chiede un SI o un NO alla riforma costituzionale Renzi – Boschi esemplificata dai 5 punti indicati nel quesito che  recita:

<<Approvate il testo della legge costituzionale concernentedisposizioni per  il  superamento  del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento  dei  costi  di  funzionamento  delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del  titolo  V  della  parte  II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?>>

Il superamento del bicameralismo paritario

L’obiettivo non è raggiunto.

La riforma non conduce al superamento del bicameralismo paritario ma al suo ridimensionamento.

Il Senato non avrebbe più un rapporto fiduciario con il governo ma ciò non significa che scompare il bicameralismo paritario perché va analizzato cosa succede dell’altro aspetto del bicameralismo: la funzione legislativa.

Ebbene, diversi ambiti legislativi resterebbero BICAMERALI, vale a dire che le due camere avrebbero la stessa dignità e le leggi dovrebbero essere approvate da entrambe le camere.

Si tratta dei provvedimenti indicati al primo comma del nuovo art. 70: leggi costituzionali, leggi di attuazione della Costituzione, leggi elettorali, tutto ciò che riguarda i rapporti con l’UE e l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni europee, tutto ciò che attiene funzioni, organizzazione e organi di governo di comuni e città metropolitane, compresa la definizione delle linee generali per la costituzione delle associazioni di comuni, passaggio fondamentale anche per il superamento effettivo delle province.

Quante sono le leggi che hanno implicazioni con le norme comunitarie? Tante, alla faccia di coloro che dicono che il residuo bicamerale è poca roba…

Resterebbe soggetta a bicameralismo paritario una parte qualificante dell’attività legislativa, da cui dipenderà la stessa attuazione della riforma costituzionale.

La prima affermazione del quesito (superamento del bicameralismo paritario) è FALSA: si confonde un traguardo con il percorso per raggiungere il traguardo, senza verificare che effettivamente il percorso conduca al traguardo.

La riforma genera un nuovo bicameralismo asimmetrico in cui si affidano importanti funzioni a persone con doppio incarico, con il rischio che facciano male entrambi. In più, si amplificano i rischi di inefficienza e instabilità perché in Senato avremmo con molta probabilità una maggioranza disomogenea con quella della Camera. Continua a leggere

La democrazia e il Capo

Una strana concezione della democrazia parlamentare ritiene che “la democrazia decidente” prenda corpo nella elezione diretta del partito di governo.

Vale a dire in un sistema in cui non si vota più per eleggere i rappresentati parlamentari, i quali daranno vita a una maggioranza che sosterrà il governo, ma si vota direttamente per eleggere il partito cui affidare il governo del Paese. Questa è la migliore soluzione per Renzi e parte del PD.

E’ con evidenza una concezione che porta verso un sistema di tipo presidenziale e non ci sarebbe nulla di male se l’obiettivo fosse perseguito in modo trasparente e coerente, vale a dire con tutto l’armamentario di garanzie e contrappesi che accompagna il sistema presidenziale e con una legge elettorale che renda evidente per cosa si vota.

Con la riforma elettorale approntata per giungere alla elezione del Partito di Governo si trasforma una minoranza in una maggioranza assoluta, attraverso un premio e attraverso un meccanismo – unico nel mondo di tradizione democratica – che garantisce con assoluta certezza a un partito di avere la maggioranza assoluta della Camera politica.

Con la riforma costituzionale sottoposta a referendum la funzione di controllo sull’operato del Governo spetta esclusivamente alla Camera dei deputati (art 55 del nuovo testo costituzionale).

La combinazione delle due riforme comporta che controllore e controllato coincidono poiché il controllore (vale a dire chi dispone della maggioranza assoluta) è colui che esprime il controllato. E il controllore non ha nemmeno il conforto del sostegno diretto degli elettori poiché una parte consistente degli eletti sarà imposta dai partiti e, in ogni caso, sono i Partiti che hanno il monopolio della selezione dei candidati.

Se fosse corretta la lettura che i sostenitori della riforma ci propongono, vale a dire che avremmo una Camera che decide e “approva definitivamente” e un Senato che rappresenta le istituzioni territoriali, allora avremmo un solo partito che controlla tutto.

Se consideriamo che nella realtà avremmo un Senato che dispone di un residuo potere perfermarela Camera, allora saremmo in una situazione di trincea in cui una parte politica è avvantaggiata sulle altre.

La semplice costatazione che questo scenario si possa realizzare conferma che questa riforma produce una disfunzione strutturale del parlamento.

Evidentemente, il residuo potere del Senato potrebbe essere utilizzato per nobili cause o per interessi locali o peggio per interessi personali.

Il Senato potrà assumere la funzione di “camera politica di riserva” il cui peso dipenderà da chi sarà il vincitore alla Camera.

Se chi vince alla Camera ha anche il controllo del Senato (o è molto vicino al controllo), il Senato conterà poco e sarebbe facilmente addomesticabile.

Se chi vince alla Camera è molto lontano dall’avere il controllo del Senato, quest’ultimo conterà molto.

Lo strumento principale per l’esercizio di questo potere sarà ogni legge necessariamente bicamerale, ma anche la stessa funzione di iniziativa legislativa che resta pienamente riconosciuta anche a ogni senatore (vedasi nuovo art 70 e art 71 della Costituzione).

Una riforma che si presenta a favore di una parte politica a danno di altre.

La scelta compromissoria che è stata fatta – escludendo la soluzione monocamerale o l’altra soluzione bicamerale in cui una camera prevale sempre sull’altra  – appare in sintonia con gli interessi di una parte politica, mettendo un giocatore in situazione di vantaggio rispetto agli altri.

La paura del NO

La storia dell’umanità inizia con un NO, con la disobbedienza.

Da Cacciari a Ceccanti ci imbattiamo a un SI illogico e pretestuoso alla proposta di revisione costituzionale. Un SI che tenta di far leva sulla paura, sulla irrazionale rappresentazione di un prossimo futuro catastrofico.

Se la revisione dovesse essere bocciata, non succederà nulla di tremendo: andremo avanti con la Costituzione attuale che, nel bene e nel male, ci accompagna dal 1948!

Questa riforma fa schifo ma votare NO significa decretare il fallimento della classe politica, afferma Massimo Cacciari.
Bocciare la riforma significa delegittimare il parlamento e si aprirebbe una stagione di instabilità … aggiunge Stefano Ceccanti.

Non so dove stia di casa la logica per costoro, ma è opportuno ricordare che questa legislatura è nata sotto la stella della massima instabilità ed è diventata una delle più stabili della nostra storia repubblicana. Quindi, non agitiamo spettri inesistenti.

Inoltre, le Camere sono già delegittimate politicamente dal metodo con cui sono state elette.
Gli attuali parlamentari non rappresentano il popolo ma i partiti che hanno coartato la libertà degli elettori nella determinazione dei propri rappresentanti.
I gruppi parlamentari sono alterati nella propria consistenza da premi elettorali incostituzionali.
Ho ricordato due aspetti censurati dalla Corte Costituzionale; ma evidentemente c’è chi ha già dimenticato la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale.

Non c’è bisogno della vittoria del NO per delegittimare politicamente questo Parlamento che è nato delegittimato e resta in vita solo per il necessario principio di continuità dello Stato!

Non solo abbiamo parlamentari che sono stati nominati dai partiti, ma un parlamentare su quattro è oggi in un partito diverso da quello in cui è stato candidato e l’elettore non ha votato lui ma la lista in cui era candidato. Chi rappresenta Alfano e i suoi del NCD che non ha preso alcun voto nel 2013? E chi rappresenta Verdini e i suoi?
Questa situazione avrebbe dovuto imporre prudenza e responsabilità.

Va ancora considerato che gli elettori, votando nel 2013 i partiti, non hanno nemmeno espresso un generico consenso su questi propositi di riforma costituzionale, assenti dai programmi elettorali.

Il NO oltre a certificare che la riforma ha più aspetti negativi che positivi, che fa schifo come afferma Cacciari, rappresenta anche la bocciatura di un ceto politico in gran parte pressapochista, trasformista, opportunista, irresponsabile … che non è stato capace di mettere insieme una revisione costituzionale decente.

La vittoria del NO sarebbe la bocciatura dei Partiti che da tempo sono privi di un progetto politico e culturale; partiti che non hanno mai smesso di occupare lo Stato e le Istituzioni, come disse nel 1981 Enrico Berlinguer. E l’occupazione continua: dal Partito Stato allo Stato dei Partiti.

Riusciranno la minoranza dei politici e la maggioranza degli italiani a imprimere una svolta in grado di archiviare l’andazzo degli ultimi decenni?

Non lo so, ma so che votare NO è la premessa perché una svolta positiva possa verificarsi. Una svolta in cui il cittadino, i diritti e la legalità siano finalmente al centro dell’azione politica.

Renzi, Mattarella, i Pokemon e… quando si vota?

Il 27 luglio 2016 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affermava: “a proposito della data e del cosiddetto spacchettamento, mi è parso di assistere a discussioni un po’ surreali, quasi sulla scia della caccia ai Pokemon” e ricordava che la data poteva essere fissata solo dopo la conclusione delle verifiche in capo alla Corte di Cassazione.

Ebbene, l’Ufficio centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione in data 8 agosto 2016 ha emesso l’ordinanza con la quale ha ammesso il referendum sul testo di Iegge costituzionale avente ad oggetto il seguente quesito referendario:

<<Approvate il testo della Legge costituzionale concernente  “disposizioni  per il superamento del bicameralismo paritario, Ia riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della  parte II della Costituzione “, approvato  dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 de/15  aprile 2016?».

Dal giorno 8 agosto il pallino è passato al Presidente della Repubblica che deve emettere il decreto di indizione del referendum su deliberazione del Consiglio dei Ministri. Il Consiglio ha fatto già passare oltre un mese sui due a sua disposizione per indire il referendum.

Successivamente alla data di indizione potrà essere definita la data del referendum che si svolgerà in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giornoLa data ultima potrebbe essere domenica 11 dicembre dell’anno di grazia 2016!

Certamente il Consiglio dei Ministri non è occupato nella caccia ai Pokemon e chissà se il Presidente della Repubblica ha sollecitato il Consiglio dei Ministri a darsi una mossa, onde evitare che il clima surreale diventi grottesco e monti l’incertezza sui mercati. Incertezza che tanto preoccupa il ministro Padoan.

Devono essere molto complesse le incombenze e analisi che il Consiglio dei Ministri presieduto dal piè veloce Matteo deve svolgere per giungere a questa deliberazione da sottoporre al Presidente Mattarella… se ancora non ha deliberato.

Tutta questa pantomima è la dimostrazione di quanto siano inconsistenti le valutazioni del ministro Padoan, della ministra Boschi, del presidente del consiglio Renzi riguardo alle attese dei mercati da questa revisione costituzionale.

Sarebbe irresponsabile, infatti, prolungare l’incertezza sui mercati rinviando la data di questo referendum il cui esito, a loro dire, sarebbe decisivo per dare serenità e spinta alla crescita.

Abbiamo già avuto modo di sbugiardare il ministro Padoan che nel Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) scrive di “superamento del bicameralismo”… (pag. VI    http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/sp2016_italy_it.pdf )!

Qualcuno può spiegare al ministro Padoan che è stata approvata dal Parlamento, vedremo cosa succederà con il referendum – quando decideranno di farci votare – la trasformazione del bicameralismo ma non il suo superamento? Che persino il bicameralismo paritario è stato solo ridimensionato ma non abolito?

Abbiamo già avuto modo di commentare il dossier del centro studi di Confindustria e la lunga sequenza di affermazioni faziose e immotivate in esso esposte, che con uno studio non hanno nulla da spartire. Per approfondire andate su Bullshit e Confindustria.

Se i mercati sono in una fase di tensione anche per l’incertezza sull’esito di questo referendum, sarebbe opportuno non prolungare inutilmente questa incertezza.

Il fatto che se la prendano con comodo è la dimostrazione che Renzi, Boschi, Padoan e il Centro studi di Confindustria raccontano panzane o sono degli irresponsabili.

A voi l’ardua sentenza.

Le sgangherate tesi del SI by Violante e Ceccanti

Uno degli argomenti forti degli oltranzisti della riforma targata Boschi è che il bicameralismo perfetto sarebbe il maggiore responsabile dei 63 governi repubblicani in soli 68 anni.

In “Le ragioni del SI”, un lungo intervento fitto di surreali affermazioni, LucianoViolante pone degli interrogativi e ovviamente ci regala le sue risposte: “L’instabilità, dodici governi negli ultimi venti anni, verrà finalmente superata?  (…) Si potranno riattivare forme di partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche?
La riforma risponde positivamente a questi interrogativi. Poiché una delle grandi difficoltà delle democrazie occidentali è costituita dalla estraneità dei cittadini alla politica, dovrebbe essere particolarmente sottolineata quella parte della riforma che riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a vedere prese in esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare, che oggi finiscono in un cestino. Si tratta di novità che, insieme ad una nuova legge elettorale che non sacrifichi la rappresentanza dei cittadini, potrebbe riattivare il circuito virtuoso tra società e politica.

Violante rafforza il concetto: “le proposte di iniziativa popolare devono essere necessariamente prese in esame dalle Camere

 

Chissà se Violante ha fatto fatica a mettere insieme in poche righe tante inesatte semplificazioni o se gli riesce spontaneo.

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