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Zingaretti, Bersani … non ci siamo!

La cultura progressista, riformista e di sinistra sta replicando scelte sbagliate del passato; scelte che hanno favorito il degrado istituzionale svilendo la costituzione a strumento di lotta politica nelle mani della maggioranza di turno e a merce di scambio in accordi di potere, mentre persiste l’incertezza sulle regole elettorali, una delle cause della instabilità politica. In soli 26 anni abbiamo cambiato 5 leggi elettorali nazionali e ci apprestiamo a varare la sesta.

Dal 1993 viviamo sotto il rischio che una minoranza politica, per effetto del sistema elettorale, possa assumere il controllo assoluto del parlamento, eleggersi il proprio presidente della repubblica, controllare la corte costituzionale, modificare a piacimento la Costituzione senza nemmeno l’impiccio di un referendum se questa minoranza dovesse disporre, per meccanismi di ingegneria elettorale, dei due/terzi del parlamento.

Il centro-sinistra dopo aver impiegato 26 anni per rendersene conto, nuovamente se ne dimentica, mentre in questi 26 anni si è cincischiato con leggi elettorali indecenti (italicum e rosatellum, dopo aver lasciato colpevolmente in vita il porcelum e non aver corretto il mattarellum) e riforme costituzionali pasticciate e dannose.

Oggi dobbiamo fare i conti con una maggioranza che si è costituita su un patto che prevedeva l’approvazione della riduzione dei parlamentari.

Così in nome di un patto di governo PD e LeU, che per tre volte avevano votato contro quella riduzione dei parlamentari, approvarono la riforma del M5S che riprende un DDL del 2008, quasi identico a quello oggi sottoposto a referendum, a firma Zanda, Finocchiaro, Ceccanti e altri. Quindi, nel 2008 in piena epoca porcellum esponenti di spicco del PD proponevano di scendere a 400 deputati e 200 senatori e la posizione attuale del PD e dei proponenti di allora dimostra la volatilità della cultura politica sempre pronta a piegarsi agli opportunismi del momento.

Ci dicono che il patto di governo del 2019 si basa sulla condizione che si proceda con altre revisioni della Costituzione e con l’approvazione di una nuova legge elettorale. In realtà non esiste alcuna condizione quando qualcosa si attua mentre in contemporanea non si realizzano le altre cose concordate e non esiste nemmeno la certezza che si realizzino.

Non si approva una riforma costituzionale ritenuta dannosa nella speranza poi di rimediare al danno fatto!

Il DDL costituzionale del novembre 2019 a firma Fornaro e altri, tra cui alcuni deputati del M5S, è introdotto con queste parole: “La riduzione del numero dei parlamentari pone il problema della rappresentatività delle assemblee legislative nazionali nei confronti del pluralismo degli interessi territoriali, politici e sociali espressi dal corpo elettorale, come anche la questione della funzionalità delle nuove Camere. Si tratta di un problema ignorato dalla legge 27 maggio 2019, n. 51”.

Cos’è la legge 51/2019? E’ una modifica dell’attuale legge elettorale per adattarla a qualsiasi numero di parlamentari; quindi, il M5S, che nel 2017 insieme ad Art 1 criticò aspramente il rosatellum, a maggio 2019 l’ha fatto proprio e fino a settembre 2019 sosteneva che il taglio dei parlamentari non richiedesse altro.

Dunque, le forze di maggioranza riconoscono che il taglio dei parlamentari produce problemi di rappresentatività e di funzionalità delle camere.

Allora, che senso ha oggi approvare una riforma che genera danni sperando poi di poter rimediare?

Semplicemente assurdo e irresponsabile!

Inoltre, di che correttivi stiamo parlando?

I correttivi di cui si dibatte (voto al senato anche ai 18enni, eliminazione del criterio regionale di elezione del Senato, riduzione del numero dei delegati per l’elezione del Presidente della Repubblica) sono inadeguati a risolvere il nodo che ha portato alla nascita di questa maggioranza: evitare che una parte politica possa assumere il controllo dei poteri di garanzia!

I correttivi in discussione non rispondono all’esigenza di introdurre contrappesi e garanzie nel nostro sistema costituzionale: non costituzionalizzano il principio elettorale, non modificano la procedura per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale, non modificano la procedura di revisione costituzionale con l’introduzione obbligatoria del referendum confermativo, non prevedono uno statuto a tutela di opposizioni e minoranze …

I correttivi in discussione non risolvono alcunché in una Costituzione che consente a una parte politica il controllo totale del Parlamento, dell’Esecutivo, della Corte Costituzionale, del Presidente della Repubblica e persino di modificare in autonomia la Costituzione.

Suscita molti dubbi sentire Di Maio affermare che chi sostiene che servono altre riforme per accompagnare il taglio dei parlamentari in realtà non vuole cambiare nulla; siamo tornati ad agosto 2019 quando il M5S sosteneva che il taglio dei parlamentari andava bene senza bisogno di altro. Si direbbe che l’accordo di settembre 2019 fu per il M5S solo un tatticismo del momento.

Sentire Zingaretti affermare che il SI al referendum è condizionato all’approvazione almeno in una camera della nuova legge elettorale è semplicemente patetico. Non solo l’approvazione in una camera della nuova legge elettorale suona come il perdono di una moglie tradita a condizione che il consorte le offra un mazzo di fiori rubato da una tomba al cimitero, ma che razza di bilanciamento è una legge elettorale?

Presentare la legge elettorale di tipo proporzionale come una garanzia a fronte del taglio dei parlamentari è una cosa inaudita: una legge elettorale è e resta una legge ordinaria e non potrà mai equilibrare una riforma costituzionale giacché in poche ore può essere modificata.

Ma poi, di quale perla di legge proporzionale stanno disquisendo?

La legge elettorale in discussione non prevede voto di preferenza ed è poco proporzionale perché mantiene le attuali 29 circoscrizioni. La conseguenza è che si eleggono pochi deputati per circoscrizione realizzando una soglia implicita mediamente ben superiore al dichiarato 5% su cui qualcuno si strappa le vesti.

Il DDL Fornaro, che propone per l’elezione del Senato il passaggio dal criterio regionale al criterio circoscrizionale, è cosa sensata ma mutilata e inefficiente perché non stabilisce il numero massimo di circoscrizioni, quindi potrebbe avere perfino effetti peggiorativi. Grottesco sentire Bersani che valuterà nei prossimi giorni come muoversi riguardo al referendum valutando anche che percorso prenderà la proposta Fornaro.  

Quanti percorsi sono previsti per un DDL costituzionale? Uno solo e certamente in tempi che vanno oltre il referendum.

PD e LeU continuano a muoversi sulla stessa strada del passato dimostrando di aver capito poco del processo che ha portato il centro-sinistra alla attuale dimensione elettorale.

Augusto Barbera afferma da tempo che “Il primo obbiettivo di una buona riforma elettorale è la governabilità ma un obbiettivo altrettanto importante è una buona selezione dei candidati”, che invece è affidata alle “ristrette oligarchie partiticheprivando gli elettori della possibilità di scegliere.

Il centro-sinistra accetta il taglio dei parlamentari, disinteressandosi completamente della qualità degli eletti e del diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

Il centro-sinistra con il M5S persiste nell’antica abitudine di coartare la volontà degli elettori, come dichiarato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1/2014.

Il centro-sinistra con il M5S sta favorendo la cultura oligarchica e quella visione privatistica delle istituzioni che caratterizza la destra più reazionaria.

Il centro-sinistra così non crea le condizioni per la rinascita di una sinistra moderna e di governo, ma pianifica la propria estinzione.

Il taglio dei parlamentari non serve a nulla tranne che alla destra o alla maggiore coalizione del momento, perché la riduzione dei parlamentari ha effetti distorsivi di tipo maggioritario con qualsiasi legge elettorale in quanto produce un innalzamento del 50% della soglia implicita per avere un eletto nelle circoscrizioni e nelle regioni.

Germanicum

La tabella mostra quale sarebbe la soglia naturale da superare per avere un eletto in una circoscrizione o in una regione con il proporzionale puro e con il numero attuale di parlamentari o con quello che avremmo se al referendum vincesse il SI

Il taglio dei parlamentari non migliora la qualità del parlamento e non lo rende più efficiente perché l’efficienza del parlamento dipende dall’organizzazione dei lavori, dal procedimento legislativo, dalle funzioni delle camere … tutti aspetti su cui la riforma non interviene.

Il taglio dei parlamentari non serve ad allineare l’Italia ai paesi europei più virtuosi, come falsamente si afferma,

1) perché nessuno ha mai stabilito il criterio della virtuosità nella rappresentanza

2) perché bisogna decidere chi prendere a modello giacché in Europa ci sono diversi sistemi istituzionali e non si cambia sistema modificando il numero dei parlamentari; non diventeremmo uno stato federale allineandoci al parlamento federale tedesco, ragione per cui è stupido proporre un confronto numerico tra Italia e Germania trascurando le differenze tra i due sistemi istituzionali che producono quei numeri diversi

3) perché è capzioso e illogico proporre confronti decidendo arbitrariamente di non calcolare i parlamentari eletti indirettamente; i senatori francesi esistono perché sono previsti dalla Costituzione francese che all’art. 3 stabilisce che il voto può essere diretto o indiretto; i parlamentari eletti indirettamente non hanno meno dignità degli altri e sono anch’essi rappresentativi anche se eletti con modalità differente rispetto al suffragio universale; provate a fare una riforma costituzionale in Francia senza i senatori;

4) perché nessun adeguamento a nessun paese porterebbe a una simile riduzione dei parlamentari e il modesto maggior nostro numero di parlamentari rispetto a Francia o Spagna è ampiamente giustificato dal nostro sistema a bicameralismo paritario che rappresenta un unicum in Europa.

Quando una proposta è sostenuta con argomenti falsi e capziosi, occorre chiedersi a quale reale e inconfessabile logica risponde la proposta?

Modificare la Costituzione è possibile, ma è ragionevole attendersi che ogni modifica sia migliorativa e quindi nell’interesse dei cittadini, del pluralismo, della democrazia.

Da qualche decennio assistiamo alla costante erosione del tasso di partecipazione alla politica e alla vita dei partiti, tanto da indurci a interrogarci sulla crisi della democrazia rappresentativa. Forse, dovremmo interrogarci sulla crisi di rappresentazione che anche i leader politici propongono con le loro lunari dichiarazioni.  

Sia come sia, la crisi di rappresentanza dovrebbe indurre a modifiche costituzionali che rafforzino il rapporto tra rappresentati e rappresentanti, che rafforzino il pluralismo e il dissenso, senza il quale non ci sarebbe democrazia, che tutelino le minoranze, perché ogni costituzionalismo è sempre nato affinché una maggioranza o la maggiore minoranza non prevaricasse le minoranze.

La Costituzione è come un organismo vivente e ogni modifica ha effetti su tutto l’organismo; per questo ogni modifica, anche quella apparentemente più innocua, va valutata considerando gli effetti certi e probabili sul sistema istituzionale.

Gli effetti certi e probabili sono:

– perdita di pluralismo

– perdita di rappresentatività

– distorsione della rappresentanza con grave rischio per la democrazia in mancanza di costituzionalizzazione del principio elettorale e adeguati contrappesi

– accentuata asimmetria tra le due camere per effetto del sistema regionale di elezione dei senatori che comporta una forte penalizzazione per tutti i partiti fino al 12%

– perdita di efficienza del parlamento perché tutto il lavoro parlamentare origina dalle commissioni che dovranno essere diminuite accorpando materie e competenze, con inevitabile allungamento dei tempi

– rischio di paralisi parlamentare se non dovessero essere approvati i nuovi regolamenti in questa legislatura.

L’unico vantaggio è un modesto risparmio che potrebbe essere ottenuto per altre vie.

Questa riforma serve probabilmente solo a far durare 5 anni questa legislatura; chi avrà interesse a farla terminare prima sapendo che 1 su 3 non sarebbe rieletto?

La riduzione dei parlamentari è molto popolare a causa del discredito che investe la classe politica e di tanti politici che non portano la discussione su un piano culturale e istituzionale più elevato rispetto alla propaganda basata su argomenti immotivati, falsi e capziosi, contribuendo così ad alimentare il qualunquismo.

Cultura e coraggio politico vorrebbero che proprio in una simile battaglia impopolare si impegnassero le forze politiche riformiste e democratiche, diversamente contribuiscono alla loro estinzione perché accentuano il distacco tra la base elettorale e i vertici, sempre disponibili a compromessi al ribasso per vivacchiare ipotecando il futuro e facendo un passo avanti verso il baratro.

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