Gesti simbolici e istituzionali

La decisione del Presidente del Senato, Pietro Grasso, di lasciare il PD e confluire nel Gruppo Misto ha suscitato prevedibili polemiche.

Qualcuno aveva invitato Grasso a dimettersi dalla carica di presidente; “Dimettiti se hai la schiena dritta”, disse qualcuno. E giustamente Grasso ha replicato che “può essere più duro resistere che abbandonare con una fuga vigliacca”.

Personalmente apprezzo la scelta, dal forte valore simbolico e politico, di Grasso e  trovo preoccupante la sordità di Renzi … e di tanta mediocre politica.

Osservo però che tutto il dibattito è avvitato sulla fittizia contrapposizione su dimissioni o restare nella carica di presidente.

Mi chiedo perché ci limitiamo fino al punto di rendere impossibile la soluzione dei problemi.

Infatti, le dimissioni da Presidente del Senato non avrebbero risolto proprio nulla, come nulla risolve l’uscita dal PD. Entrambi sono gesti dal forte valore simbolico che lasciano esclusivamente al destinatario del messaggio simbolico trarre le conclusioni … se vorrà trarle; oppure ignorare anche questo messaggio, come ha fatto sinora.

Esiste invece un gesto molto semplice, perché ISTITUZIONALE, che avrebbe posto le condizioni per RISOLVERE il problema: negare la fiducia e aprire presso la Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato perché un organo (l’Esecutivo) usa un potere che gli è legittimamente riconosciuto, ma in modo tale da impedire o menomare l’uso di un altro potere spettante a diverso organo (il Senato, potere legislativo).

Il voto di fiducia su una legge o parte di essa poggia sul rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo, nel presupposto che la legge in questione sia essenziale o necessaria per la realizzazione del programma di Governo.

Tale presupposto è con evidenza inesistente quando parliamo di legge elettorale che per definizione serve a eleggere il nuovo Parlamento che darà vita a un nuovo Governo. Quindi, negare la fiducia e aprire un conflitto nella unica sede istituzionale che è in grado di dare una risposta certa e risolutiva … sarebbe stato un comportamento istituzionale risolutivo a tutela della dignità del Parlamento e delle funzioni dei parlamentari, che subiscono l’imposizione della fiducia per evitare conseguenze imprevedibili.

Il ricorso alla fiducia, in questa situazione, si presenta come un vero e proprio abuso di potere che fa leva sul ricatto dell’esercizio provvisorio come unico sbocco possibile se non si poneva il voto di fiducia, come ha affermato lo stesso Gentiloni … Peccato che è ponendo la fiducia che Gentiloni ha esposto il Paese al rischio dell’esercizio provvisorio.

Ergo, ha ricattato i parlamentari abusando di una facoltà.

Allora, al di là dei gesti simbolici, è chiedere troppo che chi rappresenta una Istituzione abbia la responsabilità della propria funzione?

Lo so, sono esigente … e credo che dobbiamo imparare a esserlo con chi rappresenta le Istituzioni repubblicane perché non è possibile che ci trasciniamo in eterno qualsiasi problema senza mai risolverne uno.

Nei prossimi anni parleremo ancora di legge elettorale o, in ogni caso, se ne occuperanno i Tribunali e quindi anche il Parlamento.

Non esiste alcun Paese che in 24 anni ha approvato 4 leggi elettorali nazionali senza nemmeno applicare la terza.

Per la cronaca, non è vero che si tratti di un record avere cancellato una legge elettorale senza nemmeno applicarla. C’è un precedente, proprio in Italia: la riforma elettorale approvata con legge 15 febbraio 1925, n. 122, poi recepita nel Testo unico 17 gennaio 1926, n. 118, che reintrodusse il collegio uninominale … non fu mai applicata! Si passò alle elezioni plebiscitarie con cui nel 1929 e 1934 si procedette alla semplice approvazione dei candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo.

Dopo tanti anni siamo approdati a un pluripartitismo in cui scegliamo il Partito “approvando” la lista che ciascun partito in modo opaco decide di presentare: dal Partito Stato allo Stato dei Partiti.

C’è qualcosa che non torna!

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Il referendum costituzionale spiegato a Stefano Ceccanti

Su il Foglio del 23 agosto Stefano Ceccanti scrive La logica del referendum costituzionale spiegata a Di Maio & co.

Ceccanti , costituzionalista e già deputato del PD, è tra i più attivi sostenitori della riforma costituzionale.

La domanda che regge tutto il suo articolo è “che strategia hanno i sostenitori del NO in caso di vittoria? Come gestiranno il dopo referendum?

Ceccanti ci spiega che gli inglesi stanno sperimentando cosa voglia dire votare per la Brexit senza sapere come sarà gestita questa desiderata uscita … Allo stesso modo, Ceccanti chiede: come gestiranno il dopo referendum coloro che sostengono il NO alla riforma?

La domanda è capziosa.

Risulta evidente a chiunque che come in un referendum abrogativo la direzione di marcia è indicata nelle volontà di chi propone l’abrogazione, in un referendum costituzionale la bocciatura della riforma indica che gli elettori ritengono preferibile tenersi la Costituzione vigente e non cambiarla con qualcosa che considerano peggiorativo.

E’ stata una precisa volontà dei parlamentari approvare una sola riforma con tanti aspetti eterogenei, costringendo così l’elettore attento a pesare aspetti positivi e negativi per giungere a u giudizio sintetico: SI o NO.

La domanda di Ceccanti sottende la valutazione, tutta da dimostrare, che una riforma della Costituzione sia indispensabile.

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Caro Senato, quanto ci costi?

Per comprendere quali siano i costi del Senato della Repubblica italiana andiamo a curiosare nel bilancio 2015 già approvato dal Senato. Lo potete consultare a questo link  http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/935006.pdf

Scopriamo che nel 2015 il Senato è costato complessivamente euro 540.500.000,00 insomma poco più di mezzo miliardo di euro.

Di questa cifra ben 233.595.000,00 euro sono per  “Trattamento dei Senatori cessati dal mandato” e  “Trattamento del personale in quiescenza” e altre spese previdenziali: una quota che rappresenta circa il 43%.

Il personale di ruolo è costato euro 102.080.000,00 pari al 19% circa del totale e il personale non di ruolo euro 21.430.000,00 apri al 4% del totale.

I Trasferimenti ai Gruppi parlamentari ammontano a euro 21.350.000,00 e il Rimborso delle spese elettorali ammonta  euro 17.250.000,00; complessivamente un altro 7% del totale.

I Servizi logistici (Servizi esterni di gestione,  Servizi di pulizia, Traslochi e facchinaggio, Smaltimento rifiuti) euro 5.379.500,00 e per  Manutenzione ordinaria  euro 6.286.900,00; queste due voci rappresentano un altro 2% del totale.

Per IRAP e altre imposte varie sono stati spesi euro 20.800.000,00 (soldi che quindi sono rientrati nelle casse pubbliche) pari al 4% circa del totale.

Senza andare a verificare le altre voci, abbiamo già compreso che il 79% del costo del Senato non è scalfito dalla riforma costituzionale.

Il restante 21% rappresenta il risparmio che sarebbe prodotto dalla riforma costituzionale? NO, perché le utenze, i servizi informatici e i costi relativi al funzionamento dei senatori dopolavoristi comporteranno inevitabilmente dei costi.

In definitiva, le  Competenze dei Senatori ammontano a  euro  42.185.000,00; su questi importi gravano le imposte che ciascun senatore paga;  diciamo che il costo effettivo a carico delle casse pubbliche è di circa 28 milioni.

I Rimborsi di natura indennitaria delle spese sostenute per lo svolgimento del mandato ammontano a euro 37.266.000,00; diciamo che riducendo a un terzo circa i senatori, qualcuno sopporterà un terzo di questo importo e calcolando che sull’importo residuo gravano in ogni caso delle imposte che rientrano nelle casse pubbliche, il risparmio effettivo è di altri circa 20 milioni.

In definitiva tutto questo bailamme sul Senato di dopolavoristi per risparmiare 48 milioni e altre cifre derivanti dalla riduzione dei costi di cancelleria, caffetteria (nel 2015 ben 1.630.000 euro; immaginando di ridurre di due terzi da qui avremo circa 800.000 euro risparmiati) o nei servizi informatici (che complessivamente rappresentano circa 9 milioni di costi)… A essere generosi tutta la riforma del Senato  porterebbe a circa  60 milioni complessivi di risparmio.

Facile intuire che questa cifra o una parte importante di essa si poteva con certezza risparmiare riducendo le indennità e le diarie (non previste dalla Costituzione vigente) a tutti i parlamentari  con una semplice legge ordinaria. D’altra parte è lo stesso Renzi ad affermare (31 maggio 2016) che “abbiamo il numero di parlamentari più costoso al mondo”; ragionevolezza imponeva di ridurre il costo di tutti i parlamentari con una semplice legge ordinaria, che questa maggioranza non avrebbe avuto difficoltà ad approvare considerando che è così bramosa di ridurre i costi della politica. Poi, con la riforma si poteva ridurre anche il numero dei parlamentari, magari con equilibrio agendo su entrambe le camera.

Ma poi come avrebbero fatto a solleticare i dilaganti populismi?

Della serie tanto fumo negli occhi!

Il Nuovo Bicameralismo

Ancora una volta con la riforma costituzionale targata Boschi – Renzi è stata persa l’occasione per superare il bicameralismo.

Se questa riforma costituzionale fosse approvata, passeremmo dall’attuale bicameralismo paritario al bicameralismo asimmetrico, che potrebbe essere fonte di nuovo caos, inefficienze, inciuci, malaffare e veti incrociati.

Avremo due camere legislative con potere differenziato.

Tutti i governi sono sempre stati sostenuti dalle stesse forze politiche in entrambe le camere; quindi, se il bicameralismo è la palude della politica, evidentemente sono i partiti che hanno utilizzato il passaggio da una camera all’altra per contrattare.

Ebbene, domani succederà la stessa cosa in tutti gli ambiti in cui il passaggio senatoriale è inevitabile.

Infatti, il Senato sarà eletto con metodo proporzionale (art. 57 comma 2° del testo della nuova Costituzione) e in base alle meticolose norme transitorie indicate dall’art 39 del DDL Boschi; rifletterà, dunque, i rapporti di forza esistenti nelle Regioni.

I senatori saranno espressione dei partiti da cui provengono e potranno rappresentare le nuove sabbie mobili in cui affondare l’azione della maggioranza che sostiene l’esecutivo.

In base alla composizione dei Consigli, da cui scaturirà il nuovo Senato, nessuno presumibilmente avrà la maggioranza e se il Senato si metterà di traverso, renderà dura la vita alla maggioranza della Camera e al Governo e potrebbe impedire l’attuazione della stessa nuova Costituzione. Per fare un solo esempio, perché il Senato possa svolgere la funzione di raccordo tra le Regioni e tra le Regioni e lo Stato occorre una legge bicamerale di attuazione della Costituzione perché la riforma non individua procedure e strumenti.

Ricordiamolo.

Il Senato conserva la pienezza dell’iniziativa delle leggi, art. 71 comma 1° della Costituzione; può approvare qualsiasi legge su qualsiasi materia e se lo fa con la maggioranza assoluta dei propri componenti, la Camera dovrà deliberare entro sei mesi.

La funzione legislativa del Senato è stata limitata, ma non si può affermare che non sarà una camera legislativa e non si può affermare che le due camere fanno cose differenti.

La realtà è che i dopolavoristi del Senato non saranno messi nelle stesse condizioni dei colleghi Deputati nell’espletamento delle proprie funzioni.

Il Senato avrà fin troppi poteri. Cosa che rende questa riforma contorta e arzigogolata.

Il Senato, oltre a esercitare le funzioni legislative con i nuovi limiti previsti, ha competenza piena su

  • leggi costituzionali (la riforma ne prevede diverse)
  • leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, i referendum propositivi,
  • leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane
  • disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni (indispensabili per superare le province),
  • norme generali, forme e termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea,
  • leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea,
  • l’ordinamento di Roma capitale,
  • ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti l’organizzazione della giustizia di pace, le disposizioni generali e comuni per le politiche sociali, le politiche attive del lavoro e l’istruzione e formazione professionale, il commercio con l’estero, il governo del territorio

In tutti questi ambiti è ineludibile il passaggio al Senato.

Inoltre, il Senato

– valuterà l’attività delle pubbliche amministrazioni,

– verificherà l’attuazione delle leggi dello Stato,

– esprimerà pareri sulle nomine di competenza del Governo,

– parteciperà all’elezione del Presidente della Repubblica e ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura

– nominerà due giudici della Corte Costituzionale…

Importanti funzioni, dunque, ma allo stesso tempo la modifica dell’art 55 della Costituzione rende la sola Camera dei Deputati rappresentativa della Nazione, però i senatori godranno delle stesse tutele dei deputati.

Chissà cosa succederà il giorno in cui sarà arrestato un Consigliere regionale dopolavorista Senatore.

Se questo pasticciato sistema fosse in vigore già da qualche anno, Fiorito, Minetti, Bossi il Trota… sarebbero potuti essere Senatori.

Dal bicameralismo paritario a quello pasticciato: la riforma non risolve alcun problema.

La democrazia decidente

La nuova riforma costituzionale riconferma la centralità del Parlamento; a una prima lettura, non si vede il motivo di tanta ostilità verso questa riforma.

In fondo, si tratta solo di una Costituzione scritta in modo confuso, che lascia troppi poteri al Senato, rischiando di creare nuove situazioni di ingovernabilità; nulla a cui non siamo già abituati. Ciò è riconosciuto anche da alcuni sostenitori della riforma.

Con la nuova riforma del Titolo V si ritorna al passato conflittuale tra Stato e Regioni?

Certamente sì, perché sono state abolite le materie concorrenti, ma l’ampliamento delle materie trasversali e la Clausola di supremazia (art 117 della nuova Costituzione) porteranno a una stagione di intensa conflittualità. Peccato, perché la conflittualità era avviata a soluzione, grazie alla intensa attività giurisprudenziale di questi ultimi quindici anni, ma anche su questo si può soprassedere.

Di positivo, per tanti, c’è la fine del bicameralismo paritario: il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo.

Non si supera il bicameralismo, perché il Senato conserva tanti e confusi poteri. Potrebbe costituire un elemento di ingovernabilità perché può legiferare su ogni materia (1° comma, art. 71) e, in ogni caso, deve obbligatoriamente esprimersi su leggi costituzionali, leggi elettorali, tutto ciò che riguarda le istituzioni elettorali, tutto ciò che riguarda l’Unione europea e la ratifica dei Trattati europei… e tanto altro ancora.

Pessimo il metodo di nomina dei senatori, demandato a ciascun Consiglio regionale che manderà in Senato, scegliendo con metodo proporzionale, qualche consigliere e un sindaco tra quelli della regione. Se avessimo già da tempo questo tipo di elezione, Minetti, Fiorito o il Trota… sarebbero potuti divenire senatori.

Un Senato che formalmente rappresenta le istituzioni territoriali, ma in realtà rappresenta le forze politiche di origine, senza un mandato politico e con il rischio che non ci sia una maggioranza politica. Un Senato che non potrà svolgere un raccordo tra l’attività legislativa delle regioni e tra le regioni e lo Stato, perché la riforma non individua strumenti concreti per realizzare questa funzione.

L’elezione del Senato rappresenta un vulnus per la democrazia: non si comprende perché una assemblea non eletta dai cittadini debba avere competenze differenziate che vanno dalla elezione del presidente della repubblica alla approvazione delle leggi costituzionali.

Una riforma monca, confusa che solleva un gran polverone quando per superare l’aspetto più condiviso bastava modificare due parole dell’art 94: il governo deve avere la fiducia della Camera dei deputati (e non “delle due camere“).

Vista così, c’è già motivo di misurata preoccupazione.

Per comprendere appieno la portata della riforma, occorre leggerla insieme alla legge elettorale. Continua a leggere

Il Senato delle Istituzioni territoriali

Se la riforma costituzionale sarà approvata con referendum, il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo, sarà formato da un sindaco per regione e un numero di consiglieri rapportato al peso demografico di ciascuna regione. Sindaci e Consiglieri saranno scelti da ciascun Consiglio regionale; a questi si sommeranno cinque senatori scelti dal Presidente della Repubblica tra i “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, per un totale di 100 senatori.

Il Senato non rappresenterà più la Nazione, privilegio che spetterà solo alla Camera dei deputati, ma sarà rappresentativo delle Istituzioni Territoriali (art 57 della nuova Cost).

Poiché ciascun Consiglio sceglierà con metodo proporzionale chi inviare al Senato, non si sa in base a quali previsioni e strumenti il Senato rappresenterà le Istituzioni territoriali. Al massimo i senatori rappresenteranno i partiti che li hanno espressi; infatti, non rappresentano i Governi regionali, come avviene in Germania, e non hanno vincolo di mandato.

La funzione del nuovo Senato è una vuota enunciazione.

Poiché si potrà formare in Senato una maggioranza di segno opposto a quella della Camera e, in ogni caso, a ogni senatore è riconosciuta la funzione legislativa (art 71 nuova Cost, nel 1° comma identico alla vecchia), è forte il rischio che si generi uno stato di perenne conflitto con l’altra camera.

Questi rischi sono concreti e riconosciuti persino da tanti sostenitori della Riforma.

Posso convenire, con i sostenitori della Riforma, che la causa di questo compromesso sia da ricercare nel fatto che nessun partito sostenne la soluzione alternativa proposta da Giorgio Tonini (PD), consistente nel replicare il modello tedesco, con un Senato composto dai Presidenti delle Giunte regionali, ma ciò non consente di concludere che poiché su questa formula non c’era accordo, il miglior compromesso fosse ripiegare sulla soluzione descritta, quella approvata, appunto.

Detta così, sembra che non ci fosse altra soluzione, invece il problema nasce da una camicia di forza indossata sin dall’inizio dell’era Renzi per obbedienza a un patto privato tra due segretari di partito. Patto che ha imposto il Senato con elezione indiretta, insieme ad altri punti.

Si poteva prevedere un Senato eletto dai cittadini per dare vita a una assemblea in grado di elaborare un “indirizzo politico repubblicano”, pur rappresentando le Istituzioni territoriali, e quindi con la funzione di individuare e stabilire i confini tra competenze statali e regionali, realizzando un centro istituzionale in cui i conflitti tra Stato e Enti locali potessero trovare la soluzione.

Il Senato così sarebbe stato avviato verso una nuova cultura politica e istituzionale in grado di affrontare e risolvere il contenzioso che caratterizza e caratterizzerà i rapporti tra Stato e Enti locali.

Non si tratta di pensare a soluzioni fantasiose, ma di attenzione istituzionale.

La Corte Costituzionale, più volte intervenuta nel contenzioso Stato-Regioni, con la sentenza n. 6/2004 ha indicato che la “perdurante assenza di una trasformazione delle istituzioni parlamentari e, più in generale, dei procedimenti legislativi ha impedito che si realizzasse il principio autonomistico della riforma del Titolo V del 2001. Ciò che è mancato sono sedi istituzionali, strumenti e procedure che garantissero il coinvolgimento delle autonomie nel circuito decisionale della legislazione di livello nazionale. Quale occasione migliore della riforma del Senato per renderlo rappresentativo delle Istituzioni territoriali e in grado di fungere da raccordo tra le Regioni e tra lo Stato e le Regioni?

Allora, la scelta non era tra “mantenere l’attuale assetto che esclude la voce delle Regioni dal processo di formazione delle leggi dello Stato” o “un compromesso appoggiato da un ampio arco di partiti che conduce a questo risultato”… perché il risultato è tutto da inventare e non è stato creato alcun presupposto per crearlo. E’ vero che per giungere a questo risultato occorre che maturi una cultura politica condivisa, ma è ancor più vero che perché maturi occorre favorirla. E scegliere tra i gruppi consiliari qualche consigliere da mandare in Senato non è certo il modo migliore per favorire questa nuova cultura.

Se invece l’obiettivo era il risparmio di 315 stipendi, allora bastava dimezzare il numero dei Deputati e dei Senatori: risultato maggiore con molta semplicità e senza creare ulteriore confusione e inefficienza.

Sembra ormai la Repubblica dei costituzionalisti della banana con scontrino.

Le Regioni sono da molti anni al centro di tutto il sistema di corruzione e malaffare che infesta l’Italia. Però, senza attuare alcuna riforma dei Partiti, si decide di affidare alla più discreditata categoria di politici il compito di formare il Senato della Repubblica. Un bel regalo alla partitocrazia e ai comitati d’affari che inquinano le Istituzioni. Il rischio maggiore è avere un Senato dei Consigliori.

Renzi lancia i Comitati per il SI

NORenzi lancia i Comitati per il SI al referendum confermativo sulla Riforma Costituzionale. Ovviamente, la cosa non sorprende nessuno e saremo felici di confrontarci sui contenuti e non sul suo destino politico o su menzogne.

I sostenitori del SI hanno facili argomenti persuasivi: meno parlamentari, meno spese per il parlamento, più efficienza istituzionale, più governabilità.

La riforma va letta con la legge elettorale, ma tenendo ben distinte le due cose.

Due parole sul metodo con cui si è arrivati a questa riforma, prima di entrare nel merito.

Inaccettabile che un parlamento, nato coartando (il termine è della Corte Costituzionale sentenza 1/2014) la volontà popolare nel legittimo e fondamentale diritto di scegliere i rappresentanti parlamentari, alterato nella consistenza dei gruppi parlamentari da premi incostituzionali, si arroghi il diritto di riformare la Costituzione.

Governo e Parlamento stanno trasformando l’assetto istituzionale della Repubblica, senza averne il mandato politico e utilizzando in modo improprio gli strumenti previsti dalla Costituzione, l’art. 138.

Revisione della Costituzione non significa trasformazione, significa intervento manutentivo. Un conto è rifarsi il seno altra cosa è cambiare sesso.

Governo e Parlamento stanno cambiando sesso alla nostra Repubblica. Continua a leggere