La Costituzione in mani inadeguate

Sembra essere un destino: bugiardi o incompetenti che si improvvisano costituenti.

E desta anche preoccupazione che la stragrande maggioranza dei giornalisti non si renda conto di ricevere menzogne in risposta alle proprie domande, limitandosi a fare gli amplificatori dei politici.

Avviene così che una giornalista chiede al ministro Fraccaro (M5S) se andrà avanti la proposta di riduzione delle indennità parlamentari e si sente rispondere che “questo, lo sa benissimo, è di competenza dell’ufficio di presidenza della Camera (…); devo rispettare l’autonomia del Presidente della Camera”.

Come dire, vorrei farlo ma non posso.

Niente di più falso, come Fraccaro sa benissimo, e se non lo sa provi a documentarsi prima di parlare.

E’ infatti una legge della Repubblica (Legge 31 ottobre 1965, n. 1261) che affida agli uffici di presidenza delle camere il compito di determinare le indennità dei parlamentari indicando il tetto massimo che non deve essere superato:  “che non superino il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate”.

Sufficiente modificare questa legge per abbassare il tetto o addirittura stabilire direttamente le indennità togliendo questo compito agli uffici di presidenza.

Fraccaro, bugiardo o incompetente? Non lo so, ma certamente inadeguato alla funzione che ricopre. Continua a leggere

La democrazia e il Capo

Una strana concezione della democrazia parlamentare ritiene che “la democrazia decidente” prenda corpo nella elezione diretta del partito di governo.

Vale a dire in un sistema in cui non si vota più per eleggere i rappresentati parlamentari, i quali daranno vita a una maggioranza che sosterrà il governo, ma si vota direttamente per eleggere il partito cui affidare il governo del Paese. Questa è la migliore soluzione per Renzi e parte del PD.

E’ con evidenza una concezione che porta verso un sistema di tipo presidenziale e non ci sarebbe nulla di male se l’obiettivo fosse perseguito in modo trasparente e coerente, vale a dire con tutto l’armamentario di garanzie e contrappesi che accompagna il sistema presidenziale e con una legge elettorale che renda evidente per cosa si vota.

Con la riforma elettorale approntata per giungere alla elezione del Partito di Governo si trasforma una minoranza in una maggioranza assoluta, attraverso un premio e attraverso un meccanismo – unico nel mondo di tradizione democratica – che garantisce con assoluta certezza a un partito di avere la maggioranza assoluta della Camera politica.

Con la riforma costituzionale sottoposta a referendum la funzione di controllo sull’operato del Governo spetta esclusivamente alla Camera dei deputati (art 55 del nuovo testo costituzionale).

La combinazione delle due riforme comporta che controllore e controllato coincidono poiché il controllore (vale a dire chi dispone della maggioranza assoluta) è colui che esprime il controllato. E il controllore non ha nemmeno il conforto del sostegno diretto degli elettori poiché una parte consistente degli eletti sarà imposta dai partiti e, in ogni caso, sono i Partiti che hanno il monopolio della selezione dei candidati.

Se fosse corretta la lettura che i sostenitori della riforma ci propongono, vale a dire che avremmo una Camera che decide e “approva definitivamente” e un Senato che rappresenta le istituzioni territoriali, allora avremmo un solo partito che controlla tutto.

Se consideriamo che nella realtà avremmo un Senato che dispone di un residuo potere perfermarela Camera, allora saremmo in una situazione di trincea in cui una parte politica è avvantaggiata sulle altre.

La semplice costatazione che questo scenario si possa realizzare conferma che questa riforma produce una disfunzione strutturale del parlamento.

Evidentemente, il residuo potere del Senato potrebbe essere utilizzato per nobili cause o per interessi locali o peggio per interessi personali.

Il Senato potrà assumere la funzione di “camera politica di riserva” il cui peso dipenderà da chi sarà il vincitore alla Camera.

Se chi vince alla Camera ha anche il controllo del Senato (o è molto vicino al controllo), il Senato conterà poco e sarebbe facilmente addomesticabile.

Se chi vince alla Camera è molto lontano dall’avere il controllo del Senato, quest’ultimo conterà molto.

Lo strumento principale per l’esercizio di questo potere sarà ogni legge necessariamente bicamerale, ma anche la stessa funzione di iniziativa legislativa che resta pienamente riconosciuta anche a ogni senatore (vedasi nuovo art 70 e art 71 della Costituzione).

Una riforma che si presenta a favore di una parte politica a danno di altre.

La scelta compromissoria che è stata fatta – escludendo la soluzione monocamerale o l’altra soluzione bicamerale in cui una camera prevale sempre sull’altra  – appare in sintonia con gli interessi di una parte politica, mettendo un giocatore in situazione di vantaggio rispetto agli altri.

Ceccanti e la rappresentazione grottesca della realtà

E’ deprimente che persone come il professor Ceccanti insistano a offrire una rappresentazione falsata della realtà e della storia. Lo spunto per questa riflessione è offerto dall’intervento di Ceccanti in cui indica le due scelte qualificanti della riforma costituzionale

Attribuire al bicameralismo perfetto “il rischio costante (dal ‘94 in 4 consultazioni elettorali su 6) di avere nei due rami del Parlamento maggioranze diverse” significa alterare capziosamente i fatti.

Questa circostanza, che non si è verificata nella misura indicata da Ceccanti, dipende da precise scelte dei legislatori responsabili della pessima legge nota come “Porcellum” con cui sono state effettuate 3 delle 6 elezioni ricordate da Ceccanti.

Le elezioni del 2006, 2008 e 2013 si sono svolte sotto la regia del Porcellum che è stato pensato per rendere più difficile la formazione di maggioranze omogenee introducendo un premio a livello regionale per il primo classificato.

Confondere un meccanismo elettorale con un tema istituzionale è una mistificazione.

Tutti sanno, compreso Ceccanti, che la Costituzione del 1947 presentava alcune differenziazioni tra Camera e Senato:

–             Diverso corpo elettorale, tutti i maggiorenni per la Camera, over 25 per il Senato

–             Durata differente della legislatura per ciascuna camera

–             Ripartizione dei seggi su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato

–             Assegnazione minima di 6 senatori per ciascuna regione, con esclusione della Valle d’Aosta che ne ha uno, stabilendo una relazione discorsiva nel rapporto tra popolazione e rappresentanti al Senato, rispetto a quella vigente alla Camera.

I parlamentari non hanno mai rispettato la differente durata delle camere, sciogliendo sempre anticipatamente il Senato fino a quando nel 1963 approvarono una modifica costituzionale con la quale uniformarono la durata delle camere.

 

Permangono nel nostro sistema degli elementi (corpo elettorale differente, metodo diverso di assegnazione dei seggi e sproporzione dei seggi rispetto alla popolazione) che rendono più marcate le differenze tra le due camere in termini di assegnazione dei seggi.

La Basilicata, per esempio, con una popolazione che è il doppio del Molise ha 7 senatori contro i 2 del Molise; Basilicata e Umbria hanno gli stessi senatori di Friuli e Abruzzo, pur avendo una popolazione nettamente inferiore.

Ciò comporta, per fare un esempio, che un partito forte in Basilicata con pochi voti può conquistare più seggi al Senato di un altro partito che prende più voti in Liguria o in altre regioni.

In conclusione, i parlamentari hanno nel tempo eliminato un elemento di differenziazione elettorale tra Camera e Senato, ma hanno peggiorato gli altri aspetti addirittura prevedendo un premio di maggioranza assegnato su base regionale (premio censurato dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale).

Gli studiosi, che attribuiscono tante responsabilità al bicameralismo paritario, fingono di ignorare questi fattori e omettono di dire che i cambiamenti di casacca potrebbero esserci anche in futuro con la nuova costituzione perché nulla cambia su questo fronte. Continua a leggere

Dialogo con il signor Non So

Dialogo con il Signor Non So

 Domande e risposte per comprendere la riforma costituzionale

Una agile lettura dedicata agli indecisi e a coloro che vogliono andare oltre gli slogan

Dalla Introduzione:

A pochi mesi dal voto referendario sulla riforma costituzionale la maggioranza degli elettori non ha ancora deciso se voterà e come votare.

La riforma modifica diversi ambiti della vigente Costituzione occorre, quindi, bilanciare aspetti positivi e negativi per giungere a un giudizio sintetico: SI o NO; prendere tutto o respingere tutta la riforma.

Questa è la decisione che dovrà assumere ogni elettore.

Come sempre, quando si tratta di scegliere tra NO e SI, occorre informazione, documentazione, capacità di analisi. In breve, conoscere per deliberare.

Trattandosi di un referendum costituzionale, ai sensi dell’art. 138 della costituzione, non è previsto un quorum dei votanti.

Il responso sarà necessariamente tra NO e SI, a prescindere da quanti saranno coloro che andranno a votare.

Questo è il terzo referendum costituzionale nella storia repubblicana, sebbene la Costituzione sia stata modificata innumerevoli volte. Sinora sono stati modificati 43 articoli con ben 15 leggi di revisione costituzionale ai sensi dell’art. 138.

Prima di adesso, solo in due occasioni le modifiche non sono state approvate con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera. Eccoci quindi al terzo referendum costituzionale, dopo quello del 2001 e quello del 2006.

Nel 2001 sulla riforma del Titolo V della Costituzione si espresse appena il 34% dei votanti e la riforma fu approvata con il 64,2% dei SI; in sostanza, la riforma è diventata definitiva per volontà del 21,8% degli aventi diritto al voto.

Nel 2006 sulla nuova riforma che interveniva sulla seconda parte della Costituzione (come adesso con questa riforma Boschi) votò il 52,5% degli elettori e la riforma fu respinta con il 61,3% di NO; quindi, la riforma fu bocciata per volontà del 32,2% degli aventi diritto al voto.

Il pronostico più accreditato è che a questo terzo referendum andrà a votare meno del 50% degli elettori.

Inoltre, la percezione è che molti di coloro che sono in bilico tra SI e NO siano “vittime” della propaganda e degli slogan martellanti.

In breve, poca informazione e pressapochismo.

Se in questo referendum la partita tra i SI e i NO è nelle urne elettorali alla pari, perché l’astensione non incide sul responso finale, lo stesso non si può dire riguardo al sistema informativo che non è equilibrato tra le due posizioni.

Il fronte del SI ha una presenza sui media e una visibilità di gran lunga superiore, anche perché per la prima volta succede che a gestire la partita sul referendum costituzionale sia la stessa maggioranza e lo stesso governo che sono stati artefici della riforma.

 

Con la volontà di dare un contributo di chiarezza, ho raccolto in forma di dialogo le domande degli indecisi e le asserzioni di coloro che sono caduti nella rete della propaganda. Passo così in rassegna i diversi aspetti della riforma.

Ho costruito questo dialogo sforzandomi di essere obiettivo, aderente alla realtà e al testo della riforma, evitando denigrazioni e processi alle intenzioni.

Mi auguro che questo lavoro risulti utile a chiunque voglia approfondire i diversi aspetti della riforma. 

Vi sarò grato se mi segnalerete eventuali mancanze o inesattezze.

Buona lettura a tutti

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L’iter legislativo con la riforma costituzionale

L’attuale articolazione del procedimento legislativo prevede

  • il sistema ordinario (approvazione da parte di entrambe le camere)
  • il sistema delle leggi costituzionali che richiede la doppia approvazione in ogni camera.

Poi c’è la conversione in legge dei decreti, che è un sistema ordinario in tempi certi, pena la decadenza.

Grazie a questa riforma costituzionale entriamo nel fantasmagorico mondo delle innumerevoli giostre delle procedure.

Ecco uno schema sintetico, ma esaustivo, delle nuove procedure legislative: Continua a leggere

Costituenti infingardi e frottolosi

Costituenti infingardi e frottolosi

Considerato quanto successo con il porcellum e le forti critiche sull’italicum, il nuovo porcus italicus, l’art. 73 della nuova Costituzione introduce la procedura speciale di giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali.

I sostenitori della Riforma presentano questa novità come un punto a favore; infatti, appena approvata la riforma costituzionale, consentirebbe il giudizio sull’italicum.

La riforma prevede che la legge elettorale per la Camera e quella per il Senato siano sospese per dieci giorni dalla loro approvazione (per l’italicum eccezionalmente i 10 giorni decorrono dalla approvazione della riforma), per dare la possibilità a un quarto dei deputati o un terzo dei senatori di presentare ricorso motivato presso la Corte Costituzionale per la valutazione sulla legittimità costituzionale. La Corte si esprime entro 30 giorni e in caso di giudizio di illegittimità costituzionale la legge stessa non può essere promulgata.

Però, se la Camera dei deputati a maggioranza assoluta dei componenti ne dichiara l’urgenza, la legge è promulgata.

Vorrei dirvi che è una burla, ma a essere dei burloni sono questi infingardi e frottolosi costituenti.

In sostanza, la maggioranza che ha approvato l’italicum potrebbe in ogni caso promulgare la legge appellandosi all’urgenza; in futuro, alla Camera un solo partito avrà la maggioranza assoluta e potrà riscrivere la legge elettorale e promulgarla anche a fronte di un giudizio di illegittimità costituzionale.

In cosa consiste la garanzia democratica?  

Poiché ccà nisciuno è fesso, ci sono già dei ricorsi contro l’Italicum e diversi Tribunali hanno rinviato il tutto alla Corte costituzionale, scongiurando così che tutto sia nel caso affidato a una arbitraria valutazione di urgenza. Continua a leggere

Bullshit e Confindustria

Il Centro Studi di Confindustria ha prodotto una analisi sugli scenari economici, La risalita modesta e i rischi di instabilità, che ricorda molto da vicino il concetto di bullshit, letteralmente “merda di toro”, in senso figurato cosa di poco conto, nella accezione proposta dal filosofo Harry Frankfurt; vale a dire la specialità di chi racconta balle perché non è interessato ai fatti “se non nella misura strettamente necessaria al suo scopo di far credere a ciò che dice. Non gli importa se le cose che racconta descrivano più o meno correttamente la realtà: si limita a sceglierle, o ad inventarle, per perseguire i propri scopi”.

Il citato dossier del centro studi di Confindustria è una lunga sequenza di dati e considerazioni, più o meno oggettive, per giungere a conclusioni faziose e immotivate che con uno studio non hanno nulla da spartire.

Per valutare l’attendibilità e solidità di una previsione, occorre analizzare le ipotesi teoriche e i dati su cui tali previsioni si fondano.

Se le conclusioni di uno studio sono basate su dati indefiniti e ipotesi teoriche inconsistenti è ovvio che lo studio stesso diventa bullshit, una stronzata.

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Se a dire banalità sono i professoroni…

Anche i professori talvolta dicono banalità. Non c’è nulla di strano, anche loro sono essere umani.

Un po’ meno gradevole constatare che quando dicono banalità o affermazioni indecifrabili non vi sia quasi mai un giornalista sveglio e attento che chieda chiarimenti.

Nel caso specifico mi riferisco a una intervista a Sabino Cassese sulla Riforma costituzionale Renzi-Boschi. La giornalista è Federica Fantozzi.

Domanda: Un punto a cui i cittadini sono sensibili è il taglio dei costi. Va bene ridurre i senatori e abolire enti come il Cnel o era meglio abbassare il numero parlamentari? O piuttosto agire con altri strumenti?

Risposta di Sabino Cassese: Quello della riduzione dei costi diretti (ad esempio, attraverso l’eliminazione delle indennità dei senatori) non è l’argomento principale a favore della riforma costituzionale. Lo è piuttosto la riduzione dei costi indiretti, quelli che paghiamo per la lentezza del procedimento legislativo con due camere-doppione.

Non c’è in questa affermazione e in tutta l’intervista alcun dato per ragionare e approfondire l’affermazione relativa ai costi indiretti per la lentezza del procedimento legislativo .

Anche le pere cadono da sole se non le raccogli in tempo … è una osservazione dallo spessore culturale non inferiore a quanto pronunciato da Sabino Cassese.

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Caro Senato, quanto ci costi?

Per comprendere quali siano i costi del Senato della Repubblica italiana andiamo a curiosare nel bilancio 2015 già approvato dal Senato. Lo potete consultare a questo link  http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/935006.pdf

Scopriamo che nel 2015 il Senato è costato complessivamente euro 540.500.000,00 insomma poco più di mezzo miliardo di euro.

Di questa cifra ben 233.595.000,00 euro sono per  “Trattamento dei Senatori cessati dal mandato” e  “Trattamento del personale in quiescenza” e altre spese previdenziali: una quota che rappresenta circa il 43%.

Il personale di ruolo è costato euro 102.080.000,00 pari al 19% circa del totale e il personale non di ruolo euro 21.430.000,00 apri al 4% del totale.

I Trasferimenti ai Gruppi parlamentari ammontano a euro 21.350.000,00 e il Rimborso delle spese elettorali ammonta  euro 17.250.000,00; complessivamente un altro 7% del totale.

I Servizi logistici (Servizi esterni di gestione,  Servizi di pulizia, Traslochi e facchinaggio, Smaltimento rifiuti) euro 5.379.500,00 e per  Manutenzione ordinaria  euro 6.286.900,00; queste due voci rappresentano un altro 2% del totale.

Per IRAP e altre imposte varie sono stati spesi euro 20.800.000,00 (soldi che quindi sono rientrati nelle casse pubbliche) pari al 4% circa del totale.

Senza andare a verificare le altre voci, abbiamo già compreso che il 79% del costo del Senato non è scalfito dalla riforma costituzionale.

Il restante 21% rappresenta il risparmio che sarebbe prodotto dalla riforma costituzionale? NO, perché le utenze, i servizi informatici e i costi relativi al funzionamento dei senatori dopolavoristi comporteranno inevitabilmente dei costi.

In definitiva, le  Competenze dei Senatori ammontano a  euro  42.185.000,00; su questi importi gravano le imposte che ciascun senatore paga;  diciamo che il costo effettivo a carico delle casse pubbliche è di circa 28 milioni.

I Rimborsi di natura indennitaria delle spese sostenute per lo svolgimento del mandato ammontano a euro 37.266.000,00; diciamo che riducendo a un terzo circa i senatori, qualcuno sopporterà un terzo di questo importo e calcolando che sull’importo residuo gravano in ogni caso delle imposte che rientrano nelle casse pubbliche, il risparmio effettivo è di altri circa 20 milioni.

In definitiva tutto questo bailamme sul Senato di dopolavoristi per risparmiare 48 milioni e altre cifre derivanti dalla riduzione dei costi di cancelleria, caffetteria (nel 2015 ben 1.630.000 euro; immaginando di ridurre di due terzi da qui avremo circa 800.000 euro risparmiati) o nei servizi informatici (che complessivamente rappresentano circa 9 milioni di costi)… A essere generosi tutta la riforma del Senato  porterebbe a circa  60 milioni complessivi di risparmio.

Facile intuire che questa cifra o una parte importante di essa si poteva con certezza risparmiare riducendo le indennità e le diarie (non previste dalla Costituzione vigente) a tutti i parlamentari  con una semplice legge ordinaria. D’altra parte è lo stesso Renzi ad affermare (31 maggio 2016) che “abbiamo il numero di parlamentari più costoso al mondo”; ragionevolezza imponeva di ridurre il costo di tutti i parlamentari con una semplice legge ordinaria, che questa maggioranza non avrebbe avuto difficoltà ad approvare considerando che è così bramosa di ridurre i costi della politica. Poi, con la riforma si poteva ridurre anche il numero dei parlamentari, magari con equilibrio agendo su entrambe le camera.

Ma poi come avrebbero fatto a solleticare i dilaganti populismi?

Della serie tanto fumo negli occhi!

Gli argomenti falsi del SI: i senatori non saranno retribuiti

I sostenitori del SI affermano che i senatori non riceveranno alcun compenso per le loro funzioni aggiuntive a quelle di consigliere o sindaco.
E’ veramente così?
Quale norma impone il divieto di remunerazione della funzione senatoriale?

La riforma dell’art 69 della Costituzione afferma che ai Deputati compete una indennità prevista per legge. Non chiarisce “solo” ai Deputati e non esclude che ai Senatori possa essere riconosciuta.
Nulla esclude, quindi, che l’indennità possa essere riconosciuta, magari chiamandola gettone di presenza, rimborso spese…

Abbiamo una lunga tradizione in tal senso: abolito il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto il rimborso spese sganciato dalle spese…

D’altra parte anche per i deputati è prevista una indennità e una diaria. E in Costituzione non c’è traccia della diaria!
Ergo, il fatto che la Costituzione non preveda espressamente qualcosa non significa che non si possa fare. Infatti, esiste la diaria che non è prevista dalla Costituzione

Persino lo Statuto albertino, che come noto vietava retribuzione o indennità per i parlamentari (art. 50), fu surrettiziamente aggirato ricorrendo alla formula del “compenso per spese di corrispondenza” e del “compenso per altri titoli” a favore dei deputati, prevista dall’articolo 11 della legge 30 giugno 1912, n. 665. I senatori, invece, dovranno attendere la legge 5 aprile 1920, n. 395, con la quale fu introdotta l’indennità di presenza per gli intervenuti alle singoli sedute.

Come vedete non mancano i casi storici che permettono legittimamente di delineare uno scenario diverso da quello categorico che viene sbandierato dai sostenitori del SI.

Il senso della norma è che ai deputati debba essere riconosciuta una indennità; ma nulla vieta che anche per i senatori con una semplice legge ordinaria possa essere introdotta una remunerazione.

Inoltre, abolire l’indennità non equivale ad avere senatori a titolo gratuito. È ovvio che la trasferta romana per lo svolgimento della funzione di senatore in ogni caso comporterà una spesa a carico di soggetti pubblici, sia pure di regioni e comuni e non dello stesso Senato.

In ogni caso, maggiori risparmi si sarebbero con certezza matematica conseguiti con scelte diverse pur mantenendo la natura elettiva; per esempio, riducendo l’indennità a tutti i parlamentari, abolendo la non prevista diaria… Per fare ciò sarebbe bastata una legge ordinaria. Perché questa maggioranza così bramosa di tagliare i costi della politica non ha provveduto?

A questo punto c’è sempre qualche esperto secondo il quale non potrà esserci alcuna remunerazione per i senatori perché esiste il divieto di cumulo delle indennità. Stranamente questi esperti non indicano quale sia questa norma. Sarei felice di ricredermi, ma non sulla parola di qualche esperto, voglio un argomento vero e verificabile. Abbiate pazienza, sono peggio di san Tommaso! Forse a ragion veduta, non credete?

Per quanto mi risulta, ma ovviamente posso sbagliarmi, esiste il cumulo delle indennità per incarichi ricoperti in organi del medesimo ente (per esempio, assessore e consigliere comunale della stessa amministrazione locale).
Il divieto di cumulo non riguarda incarichi svolti presso diversi enti locali. Infatti, la riforma Delrio del 2014 ha espressamente affermato che sindaci e consiglieri comunali che svolgono anche incarichi nella Provincia lo fanno a titolo gratuito; se esistesse una norma che vieta il cumulo anche tra Enti diversi che senso avrebbe l’art. 84 della legge Delrio?

Perché, in mancanza di un divieto esplicito, non dovrebbe essere possibile introdurre una remunerazione per chi svolgerà la funzione di Senatore?

Si tratta di congetture da malfidente?

Personalmente conosco un solo modo per valutare una legge: analizzare gli scenari che rende possibili.

Spacciare uno scenario tra i tanti possibili come fosse l’unico possibile è una operazione semplicistica, faziosa, talvolta truffaldina.