Calderoli vede orango

La Giunta per le autorizzazioni a procedere non ritiene si debba procedere nei confronti del senatore Roberto Calderoli.

Non costituisce razzismo e istigazione all’odio razziale affermare che “Kyenge ricorda un orango”.

Questa volta sono d’accordo con la Giunta per le autorizzazioni.

L’orango è un nobile primate, senza dubbio più in alto nella evoluzione rispetto a tanti ominoidei e persino di alcuni esemplari di bipedi homo sapiens.

Ciascuno di noi associa spesso una persona a qualcosa e l’orango è un nobile animale. Se avesse detto che le ricorda un pavone o una leonessa… sarebbe stato offensivo?

Avete mai visto un elefante defecare?

Ecco, quando vedo Calderoli mi viene in mente l’immagine del prodotto della defecazione di un elefante.

elefante cacca

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La Padania non è razzista

lapadaniaLa Padania non è razzista

E’ bello sapere che la Padania non è razzista: nei confronti del ministro Kyenge sono state sollevate vibranti contestazioni politiche in conseguenza della carenza di attività ministeriale,

E’ bello sapere che possiamo contare su un altro occhialuto censore del governo che con rigore e inflessibilità aiuta i cittadini a essere consapevoli della pochezza di certi politici.

Mi sfugge il momento in cui la Padania ha deciso di svolgere questo ruolo perché non ricordo iniziative simili dal giorno 8 maggio 2008 al giorno 16 novembre 2011 quando un tale Umberto Bossi ricopriva la carica di Ministro per le Riforme Istituzionali.

Considerato che in quel periodo, ben 42 mesi, per la sua splendida assenza di attività il ministro Bossi ha vinto il “Cincischiatore d’oro“, premio europeo al più capace fannullone, e il “Sombrero di platino“, premio al ministro più dormiente, la Padania, di cosa si occupava?

Omosessualità e devianza

omosexNella giornata (17 maggio) internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, nell’anniversario della decisione della Organizzazione Mondiale della Sanità di depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali (1990), si continua a parlare dell’omosessualità come di malattia e devianza sessuale.

Si affiancano i termini devianza e omosessualità per rilevare la “natura” patologica della sessualità di gay e lesbiche.

Per rispetto di se stessi, prima ancora del rispetto dovuto agli altri, non è auspicabile che qualsiasi persona decida arbitrariamente cosa sia malattia e cosa no. Ignoro con quale diritto qualche medico, qualche psicoterapeuta, qualche chierico e parlamentare possa catalogare l’omosessualità tra le malattie. Queste affermazioni valgono tanto quanto quelle di chi afferma che “gli ebrei sono tutti avari“; con l’unica differenza che gli omosessuali possono impunemente essere offesi e derisi mentre gli ebrei no, si commetterebbe reato (non amo i reati d’opinione e non mi piace l’idea che il rispetto della persona umana necessiti per essere affermato la trasformazione in reato di pregiudizi e becere convinzioni razziste, antisemite, ma leggo in questo doppiopesismo della cultura giuridica il segno del dilagare della mediocrità della classe dirigente non solo italiana).

Accettiamo per un attimo – gli omosessuali mi perdonino – la “classificazione” proposta: l’omosessualità è una devianza, una malattia e costituisce un’anomalia del “normale” e “naturale” comportamento sessuale che ha funzione procreativa e quindi è necessariamente eterosessuale. Verifichiamo dove ci conduce questa classificazione.

A me sembra che la natura non sia orientata verso nulla perché non sceglie ma consente che tutto possa coesistere. La natura non commette sbagli; la natura agisce, senza volontà e premeditazione, secondo propri codici i cui effetti noi definiamo normali, perché maggioritari, o errori e anormali, perché minoritari. In natura c’è tutto e il contrario di tutto. In natura tra moltissime specie animali l’omosessualità è molto diffusa.

La sessualità nell’uomo non ha una funzione puramente biologica, anzi questa è secondaria rispetto alle valenze culturali e relazionali. Affermare che la sessualità ha prioritariamente una funzione biologica significa appiattire l’uomo sulla sua dimensione animale. Persino la Chiesa riconosce il valore della sessualità: infatti propone l’utilizzo dei metodi naturali di pianificazione familiare non per avere buone probabilità di procreare a ogni coito ma per escludere i giorni in cui è più probabile fecondare. Per il diritto canonico, la sterilità non è causa di nullità del matrimonio, mentre lo è la impotentia coeundi. Continua a leggere

Violenza e sport

La violenza che accompagna l’evento sportivo è una delle più odiose forme di violenza. Chi in nome dello sport aggredisce e devasta va trattato come un eversore dell’ordine sociale perché è un eversore. La violenza ammantata da motivazioni sportive è la negazione dei valori sociali e civili che, in una gara sportiva, s’incarnano nel confronto tra abilità fisiche.

Provate a immaginare se durante una trasmissione televisiva il pubblico invadesse il palcoscenico e cominciasse a menare fendenti a un ospite della trasmissione. O se durante un comizio, l’oratore fosse aggredito da oppositori politici. Parleremmo di squadrismo, attentato alle libertà costituzionali… Ebbene, in uno stadio non avviene forse la stessa cosa?

Ma noi siamo indulgenti, comprendiamo gli eccessi del tifo e così si asseconda e giustifica la violenza. Nessuna indulgenza, anzi si applichino sempre e in ogni caso le aggravanti specifiche e generiche. Il tifoso violento cancella col suo gesto la ragione stessa dell’essere “animale sociale”; l’unica sua finalità è sfogare l’aggressività, il cinismo; è la negazione di ogni valore culturale.

La “civiltà della violenza”, che si manifesta nella primordiale e primitiva necessità di dividere il mondo in “amici” e “nemici”, produce le tragedie che accompagnano troppo spesso gli eventi sportivi, con l’inevitabile corollario di polemiche, altre violenze, fiumi di accuse, rivendicazioni e dichiarazioni. Possiamo discutere sino alla nausea su colpe e responsabilità in ogni tragico avvenimento, ma non servirà a nulla se non ci sarà un rifiuto intransigente di ogni forma di comprensione nei confronti degli eccessi delle tifoserie: veri e propri attentati alla convivenza civile che nulla hanno da spartire con lo sport. Terrorismo pre-politico più grave e insidioso del cosiddetto terrorismo politico.

Serve un radicale cambiamento culturale e politico.

Troppo spesso c’è un atteggiamento minimalista che derubrica la violenza legata ad eventi sportivi a semplici “eccessi dei tifosi”.

Troppo spesso gli stadi sono considerati utili per sfogare le tensioni sociali, giusto perché non siano indirizzate verso altri obiettivi, finendo così per trasformare lo sport in una grottesca caricatura della società e dei conflitti sociali. Il tifo si carica così di valenze politiche ed eversive, favorendo i frequenti collegamenti tra ultrà e frange estremiste politiche che teorizzano l’odio razziale, l’uso politico della violenza, l’eversione terroristica in senso classico.

Bisogna ripudiare l’uso della violenza. Bisogna affermare il principio che nessuno può disporre della vita, dei beni e dei diritti altrui. Bisogna finirla con l’idea malsana che chiunque abbia qualcosa da dire o qualche motivo di protesta sia autorizzato a ricorrere alla sopraffazione sugli altri.

Un arbitraggio sbagliato o discutibile, una deludente prestazione sportiva non possono essere il pretesto per trasformare una città in un campo di battaglia.

Le regole devono essere fatte rispettare e chi le viola deve assumersi la responsabilità dei propri gesti senza sconti e giustificazioni.

La violenza va punita da qualunque parte provenga.