Democrazia, quorum e matematica

Tra rappresentanza e quorum, qualche riflessione con i numeri.

Gli attuali 630 deputati sono stati eletti con i voti validi del 70% degli aventi diritto; se consideriamo anche le schede bianche e nulle, coloro che si sono recati a votare sono il 73,5% degli aventi diritto.

Come tutti sanno, i seggi in palio non sono assegnati nella proporzione dei voti validi espressi, ma la totalità dei seggi in rappresentanza del Popolo Italiano è assegnata sulla base dei voti validi espressi.

In fondo al 30% degli elettori non interessa avere un rappresentante in parlamento; pertanto, i seggi non assegnati per voto potrebbero essere assegnati con sorteggio tra tutti i cittadini eleggibili. Si terrebbe così conto della volontà espressa dai non votanti che non si sentono rappresentati da alcuna delle liste che partecipano alle elezioni.

E’ una provocazione, però riflettiamo. Continua a leggere

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Dal proporzionale al partito unico scelto

Con il proporzionale lamentavamo l’eccessiva frammentazione del Parlamento.

Dal 1948 al 1993, la DC è stata il perno di ogni governo e il potere di veto degli alleati era in gran parte dovuto alla competizione tra le correnti interne alla DC.

Nella prima legislatura, elezioni del 1948, la DC ebbe la maggioranza assoluta, e neanche tanto risicata, ma preferì formare governi di coalizione.

Nella prima legislatura abbiamo avuto 3 governi; nella seconda 6.

A oggi, se escludiamo i due governi Prodi, tutte le crisi di governo sono state extraparlamentari, vale a dire frutto di accordi avvenuti fuori dal Parlamento tra notabili e plenipotenziari di partito.

Memorabile nel 1960 il duro discorso di Merzagora, presidente del Senato, in occasione della crisi del governo Segni, che portò al governo Tambroni.

Per risolvere il problema della governabilità, dapprima si tentò con il proporzionale corretto da un forte premio assegnato a chi raggiungeva la maggioranza assoluta (“legge truffa” del 1953), poi si tornò al proporzionale e si cominciò a pensare a riforme costituzionali e a un sistema elettorale uninominale.

Le riforme costituzionali naufragarono e solo grazie allo strumento referendario, che per sua natura ha dei grossi limiti, si intervenne sul sistema elettorale: nel 1991 con l’abolizione della preferenza multipla, quando Craxi suggerì agli elettori di andare al mare, poi nel 1993 con il referendum sulla legge elettorale per il Senato per introdurre il sistema uninominale.

Se i referendum riuscirono a intervenire laddove i partiti avevano fallito, è evidente che il problema era tutto interno ai partiti politici. Continua a leggere

Più contrappesi?

Da tempo si discuteva della abolizione del Senato ipotizzando un rafforzamento dei contrappesi e dei poteri di garanzia. Alcuni sostenitori di questa riforma costituzionale affermano che è esattamente questo rafforzamento che realizza la nuova riforma. E’ veramente così?

I sostenitori citano l’innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica e lo Statuto delle opposizioni.

Non mi sembra una gran cosa. Se da un lato è ovvio che nessuno potrà eleggere il PdR senza il sostegno del Partito che controlla la maggioranza assoluta della Camera, dall’altro lato è meno ovvia la circostanza che potremmo ritrovarci nella impossibilità di eleggere un presidente.

I grandi elettori saranno 730.

Un solo partito avrà 340 voti a cui vanno aggiunti i voti di qualche eletto nella circoscrizione estero e i Senatori che provengono dallo stesso partito.

Dal settimo scrutinio è necessario il quorum dei 3/5 dei VOTANTI (438 voti a favore di un candidato se saranno presenti tutti i 730 elettori): l’elezione del PdR dipenderà dagli assenti o potrà divenire molto problematica.

Non sarebbe stato preferibile introdurre l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica?

In ogni caso, il PdR continuerà a essere solo a parole un potere di garanzia perché nella realtà non ha strumenti a disposizione. Per esempio, non potrà attivare la Corte Costituzionale, nel caso il Parlamento approvasse una legge che reputa incostituzionale. Si dovrebbe parlare di moral suasion del PdR e non di potere di garanzia perché non ha strumenti per fermare eventuali atti eversivi da parte del Parlamento. Parlamento in cui un solo Partito avrà il controllo del potere esecutivo e legislativo.

Quanto allo Statuto delle opposizioni nel testo di riforma non si va oltre la semplice previsione, senza fissare alcun paletto, senza stabilire i cardini intorno ai quali costruire la tutela dei diritti delle opposizioni. Lo Statuto potrà arrivare tra molti anni o trasformarsi in una scatola vuota. Quante previsioni costituzionali sono arrivate con notevole ritardo o non sono ancora realizzate? Corte Costituzionale, Regioni, Legge attuativa del referendum…

Lo Statuto delle opposizioni dovrà essere definito dal regolamento parlamentare, vale a dire dai parlamentari del partito più votato al quale si garantisce la maggioranza assoluta.

Si veda anche

Il nuovo Senato in 5 mosse

La riforma del Titolo V della Costituzione

Nessun Paese europeo ha una seconda camera eletta direttamente

E’ bello sapere di poter contare su persone colte e preparate, capaci di illuminarti e fugare ogni dubbio sul tormentato percorso delle riforme costituzionali.

Con questo spirito ho letto l’intervento di Augusto Barbera, docente di diritto costituzionale, “Perché nessun paese europeo ha una seconda Camera eletta direttamente”

Peccato! Dopo averlo letto e riletto sono sbalordito per le banalità e le mistificazioni che Barbera spaccia.

Argomenta Barbera spiegandoci che nel bicameralismo italiano il Senato non ha mai svolto la funzione di contrappeso alla Camera. E’ vero, ma non è mai esistito, in Italia e in altro luogo del mondo democratico, un meccanismo elettorale che garantisce la maggioranza assoluta a un solo partito alla sola condizione che qualcuno vada a votare.

Ci racconta Barbera che i contrappesi sono rafforzati con la riforma costituzionale e cita l’innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, lo Statuto delle opposizioni…

Non mi sembra una gran cosa poiché nessuno potrà eleggere il PdR senza il sostegno del Partito che controlla la maggioranza assoluta della Camera e che potrà contare su un pacchetto di senatori.

I grandi elettori saranno al massimo 730.
Un solo partito avrà 340 voti a cui vanno aggiunti i voti di qualche eletto nella circoscrizione estero e i Senatori che provengono dallo stesso partito.
Inoltre, non è ancora certo che la decisione finale rimanga il quorum dei 3/5 dei VOTANTI. In precedenza si prevedeva che dal nono scrutinio bastasse la maggioranza assoluta, e quindi un solo partito avrebbe potuto eleggere il Presidente e c’è già chi è molto turbato dal fatto che una minoranza possa impedire l’elezione del Presidente gradito alla maggioranza e propone di tornare alla maggioranza assoluta dopo un determinato numero di votazioni.

In ogni caso, il PdR continuerà a essere solo a parole un potere di garanzia perché nella realtà non ha alcuno strumento a disposizione. Per esempio, non potrà attivare la Corte Costituzionale nel caso il Parlamento approvasse una legge che reputa incostituzionale. Si dovrebbe parlare di moral suasion del PdR e non di potere di garanzia perché non ha strumenti per fermare eventuali atti eversivi da parte del Parlamento. Parlamento in cui un solo Partito avrà il controllo del potere esecutivo e legislativo. Continua a leggere