ANCORA UN PARLAMENTO DI NOMINATI

Se la nuova scellerata legge elettorale  denominata “alla tedesca”, come se qualcosa diventi rispettabile solo con una fasulla etichetta per attestarne la provenienza, se questa nuova “legge suina” fosse approvata così come è stata presentata, avremmo un nuovo Parlamento al 100% di nominati.

Una evidente legge incostituzionale che, se fosse approvata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica, certificherebbe l’inadeguatezza di Sergio Mattarella a ricoprire la carica che ricopre.

L’elettore sarebbe privato in modo totalitario della possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

In questa legge di tedesco non c’è nulla; persino la soglia del 5% è stravolta.

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I sistemi elettorali

L’Italia si trova dagli inizi degli anni novanta del secolo scorso in transizione dal vecchio sistema della cosiddetta prima repubblica a un nuovo indefinito sistema della seconda repubblica, il cui atto di nascita sarebbe la legge elettorale del 1993, nota come Mattarellum.

Stiamo ancora vagando alla ricerca di un sistema elettorale che contribuisca a dare stabilità al sistema politico, perché come afferma il Codice di buona condotta in materia elettorale, elaborato dalla Commissione di Venezia nell’ambito del Consiglio d’Europa, la stabilità del sistema elettorale è cruciale per la credibilità dell’intero sistema democratico.

Entro febbraio 2018 voteremo per il rinnovo del Parlamento e non abbiamo ancora definito un sistema elettorale, dopo la bocciatura del porcellum e le fantasie dell’Italicum.

Per iniziare una discussione sul sistema elettorale bisogna partire da una domanda: a cosa serve il sistema elettorale?

Serve a trasformare i voti in seggi; quindi, per dare rappresentanza politica a una collettività e per formare una maggioranza in grado di sostenere un governo.

In queste due esigenze ci sono le due grandi formule elettorali: il proporzionale, che valorizza la rappresentatività; il maggioritario, che esalta la stabilità di governo.

Regno Unito, Francia, Germania … sono tre Paesi politicamente stabili, eppure hanno tre diversi sistemi elettorali e persino tre differenti sistemi istituzionali.

La stabilità di governo non dipende, dunque, dalla legge elettorale, ma dal sistema istituzionale.

Le cause dell’instabilità vanno ricercate nel sistema dei partiti e di selezione dei candidati, nei criteri che regolano i cambiamenti di governo, nel potere discrezionale del Presidente della Repubblica, nella mancanza di previsioni istituzionali in grado di scoraggiare il trasformismo, come per esempio la sfiducia costruttiva.

La legge elettorale è solo uno strumento indispensabile per ogni sistema politico basato sulla rappresentanza, ma per comprenderne l’efficacia va valutata congiuntamente al sistema costituzionale in cui agisce.

Le diapositive allegate descrivono i diversi sistemi elettorali presenti in Europa e le previsioni della nostra Costituzione di cui i legislatori dovrebbero tener conto quando approvano una legge elettorale.

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Dal proporzionale al partito unico scelto

Con il proporzionale lamentavamo l’eccessiva frammentazione del Parlamento.

Dal 1948 al 1993, la DC è stata il perno di ogni governo e il potere di veto degli alleati era in gran parte dovuto alla competizione tra le correnti interne alla DC.

Nella prima legislatura, elezioni del 1948, la DC ebbe la maggioranza assoluta, e neanche tanto risicata, ma preferì formare governi di coalizione.

Nella prima legislatura abbiamo avuto 3 governi; nella seconda 6.

A oggi, se escludiamo i due governi Prodi, tutte le crisi di governo sono state extraparlamentari, vale a dire frutto di accordi avvenuti fuori dal Parlamento tra notabili e plenipotenziari di partito.

Memorabile nel 1960 il duro discorso di Merzagora, presidente del Senato, in occasione della crisi del governo Segni, che portò al governo Tambroni.

Per risolvere il problema della governabilità, dapprima si tentò con il proporzionale corretto da un forte premio assegnato a chi raggiungeva la maggioranza assoluta (“legge truffa” del 1953), poi si tornò al proporzionale e si cominciò a pensare a riforme costituzionali e a un sistema elettorale uninominale.

Le riforme costituzionali naufragarono e solo grazie allo strumento referendario, che per sua natura ha dei grossi limiti, si intervenne sul sistema elettorale: nel 1991 con l’abolizione della preferenza multipla, quando Craxi suggerì agli elettori di andare al mare, poi nel 1993 con il referendum sulla legge elettorale per il Senato per introdurre il sistema uninominale.

Se i referendum riuscirono a intervenire laddove i partiti avevano fallito, è evidente che il problema era tutto interno ai partiti politici. Continua a leggere

La rappresentanza popolare

abbecedarioRipartiamo dall’ABC.
Il nostro sistema istituzionale è definito democrazia parlamentare rappresentativa.
Significa che è imperniato sul Parlamento costituito da rappresentanti votati dagli elettori.
Il voto deve essere personale, libero, uguale, segreto: lo prevede l’articolo 48 della nostra Costituzione.

In questo ragionamento non rileva che si tratti di un Parlamento con sistema bicamerale o monocamerale.

Qualsiasi sistema elettivo che trasforma voti in seggi non è perfetto e, anche nel caso del proporzionale puro, ci sarà sempre un effetto distorsivo nella determinazione della rappresentanza.

In sostanza i sistemi sono due:

– quello proporzionale, dove ciascuna forza politica prende tanti rappresentanti in proporzione alla quota dei consensi con l’ovvia approssimazione dovuta ai quozienti;

– quello maggioritario in cui in ciascun collegio elettorale vince il candidato che prende più voti; in questo caso può esserci la variante a doppio turno al quale accedono i candidati che hanno preso più voti, nel caso nessuno abbia al primo turno raggiunto il 50%+1 dei voti.

In entrambi i sistemi non c’è la garanzia che dal voto per l’elezione del Parlamento scaturisca una maggioranza parlamentare in grado di esprimere un governo. Continua a leggere

A cosa serve l’astensione?

astensioneA ogni maledetta elezione si sentono le solite litanie sul dovere del voto e sull’astensione.
Molti giornalisti e politici ci martellano con una valanga di analisi tutte interne al potere e alle logiche di potere.
Ci siamo assuefatti all’idea che quel che conta siano i voti validi, ignorando il rapporto tra voti validi e aventi diritto al voto, ma soprattutto dimenticando quale sia la funzione e la finalità dei  soggetti politici che concorrono alle elezioni. Rapportare la forza elettorale ai voti validi è una convenzione.

Compito dei partiti è raccogliere il consenso.
Su questa capacità si gioca la prima importante credibilità delle forze politiche.
Le elezioni servono a misurare il gradimento di ciascun partito e ciascuno lavora per riconfermare i voti in precedenza raccolti e possibilmente incrementarli.
La prima valutazione da fare è quanti voti un partito ha raccolto rispetto alla precedente elezione, indipendentemente dalla quota dei votanti.

Ogni elettore si chiede se votare e come votare. Il risultato elettorale è la sommatoria delle decisioni che ciascuno individualmente assume.

L’efficacia dell’azione di un partito si misura sulla capacità di riportare gli elettori al voto e di avere riconfermato il voto.
Il fatto che il partito A abbia deluso i propri elettori non impatta sugli elettori del partito B, che anzi potrà avvantaggiarsi dei voti in uscita.
L’astensione non è mai equamente distribuita tra tutte le forze politiche, ovvero non interessa nella stessa misura ogni elettorato, ma a fare la differenza è solo la quota di astensione che si somma a quella fisiologica, che non è mai stata di alcun partito.

I partiti più piccoli, fortemente identitari, caratterizzati territorialmente  o per le tematiche che propongono, sono generalmente meno colpiti dall’astensione poiché raccolgono in gran parte un voto di opinione. In un sistema puramente proporzionale, la caduta nel grado di apprezzamento di un partito si ripercuote direttamente nella quota di potere che quel partito detiene e questo si trasformerebbe in un vantaggio per il partito che invece mantiene il proprio elettorato. Ma con i nostri sistemi elettorali, anche se un partito minore mantenesse gli elettori, quindi non fosse colpito dall’astensione e aumentasse la percentuale su una base più ristretta di votanti, non cambierebbe molto le cose nella ripartizione del potere. L’astensione rafforza i forti. Osservate la siderale distanza tra i consiglieri del PD in Emilia Romagna (29) rispetto al M5S (5) mentre i voti del PD sono solo 3,5 volte quelli del M5S e 2,3 volte quelli della Lega (8 consiglieri).

Il sistema di ripartizione del potere misura la forza di ogni partito sulla quota dei votanti, sterilizza il deprezzamento, ignora la bocciatura che i nonvotanti hanno espresso nei confronti di tutti i partiti.

Se ci sono elettori che si recano ai seggi e votano scheda bianca o nulla e tanti altri che addirittura non vanno ai seggi, significa che sono indifferenti a ogni proposta politica.
Però, prendendo in considerazione i soli voti validi e intervenendo con meccanismi di ingegneria elettorale si trasferisce sui nonvotanti sostanzialmente la stessa percentuale di opzione scelta dai votanti.
I seggi sono distribuiti in ragione dei voti validi espressi ignorando completamente chi non ha votato.

Diverso sarebbe se fosse assegnata una quota di seggi corrispondente alla quota dei voti validi e il resto assegnato per sorteggio tra tutti i cittadini con i requisiti di eleggibilità.

In sostanza, per i meccanismi del potere, è irrilevante la quota dei non votanti.

L’astensione non indebolisce il potere ma lo rafforza, almeno sul piano quantitativo.
Ai partiti fa comodo l’astensione, idealmente vorrebbero che a votare fossero solo i candidati e al più i loro familiari…
L’astensione è in costante crescita da decenni; vi sembra che i partiti si siano dati da fare per aumentare la partecipazione?
Hanno fatto di tutto per vanificare la partecipazione ignorando i referendum, trasformando i partiti in associazioni private in cui gli iscritti non contano più nulla, sostituendosi agli elettori nella scelta dei rappresentanti, ignorando le proposte di legge di iniziativa popolare…
Da azionisti dei partiti gli iscritti son diventati rompicoglioni!

Allora?

Allora, la scelta peggiore che un elettore possa fare è non votare.

Votate per il meno schifoso, ma votate.

Se proprio siete nauseati, votate le per piccole formazioni estranee alla gestione del potere, ma in ogni caso votare.

Tanto, non votando… votate come vogliono i più forti e certo non metterete in ginocchio il sistema.

IL NUOVO ITALICUM

Finalmente ci siamo. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi hanno raggiunto un accordo per la nuova legge elettorale che consentirà di rinnovare il Parlamento.

Come sapete, se andrà in porto la riforma costituzionale in discussione, il Senato non sarà più eletto dal popolo sovrano e non dovrà votare la fiducia al Governo.

L’obiettivo dichiarato è: avere un vincitore appena terminate le operazioni di voto e avere un Governo in grado di fare senza subire veti e ricatti.

Manca ancora qualche dettaglio, ma il più è definito.

Tipologia: legge proporzionale a ripartizione nazionale con premio per ottenere la maggioranza assoluta e soglie di accesso.

Premio: il partito che raggiunge il 40% dei voti validi avrà un premio che lo porterà alla maggioranza assoluta con 340 deputati (su 630). Se nessun partito raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra i primi due classificati. Il calcolo è fatto su base nazionale.

Soglie di sbarramento: ancora qualche dubbio. Renzi le vorrebbe al 3%, Berlusconi al 6%. Vedremo.

Liste: i Partiti presenteranno i loro candidati in liste bloccate solo per i capilista; gli elettori potranno esprimere due preferenze tra i  candidati presenti in lista. Le preferenze dovranno essere assortite nel genere, pena nullità del voto.

Varietà di genere: ogni genere potrà contare sul minimo del 40% di capilista.

Collegi: saranno 100; è prevista la candidatura multipla ma in non più di dieci collegi.

Considerazioni

Ancora una volta avremo un parlamento costituito per la gran parte da nominati, vale a dire rappresentanti dei partiti, scelti esclusivamente dalle segreterie dei partiti nonostante la Corte Costituzionale abbia ribadito con la sentenza 1/2014 che  “le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee … devono essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”. Continua a leggere