Perché Renzi sbaglia

 @matteorenzi

Renzi, segretario del PD, sollecitando Letta ad abbandonare la guida dell’esecutivo, sbaglia nella forma e nei contenuti.

Letta non è primo ministro perché il PD lo ha messo lì ma perché dopo le fallimentari elezioni politiche del 2013, nella necessità di dare un esecutivo al Paese, è sembrato che intorno a Enrico Letta si potesse formare una maggioranza parlamentare in grado di sostenere l’esecutivo il tempo necessario per realizzare vaghe riforme e incerti programmi, aldilà della fumosità delle ampollose dichiarazioni da più parti rilasciate. Così è stato: il Parlamento con ampia maggioranza ha dato la fiducia all’esecutivo guidato da Enrico Letta.

Il governo Letta non è un monocolore DC (rinvio al periodo 1948 – 1963, legislature I – II – III e primo anno della IV), ma un governo espressione storica della diaspora DC.

A differenza del periodo storico citato, quando PRI, PLI e PSDI avevano l’unica scelta di stare con la DC o stare all’opposizione, adesso NCD, Casini e parte di SC hanno la possibilità di decidere se stare con il PD o stare con FI e il ricostituendo centro-destra.
Se decideranno di sostenere il passaggio da Letta a Renzi lo faranno esclusivamente per “senso di responsabilità” e per “il bene del Paese” sino alla approvazione della nuova scellerata legge elettorale.

Il giorno dopo avranno ampie e valide argomentazioni per affermare che il PD è inaffidabile e quindi toglieranno la fiducia al governo Renzi, portandoci a elezioni anticipate.

E Napolitano, in qualità di Presidente della Repubblica, non potrà che prenderne atto.

Renzi sta offrendo armi solidissime per ricompattare il centro-destra, dalla Destra di Storace alla Lega passando per Fratelli d’Italia, UDC, profughi da SC e forse qualche profugo finiano.

L’esecutivo Letta non sta certo brillando per l’attività sinora sviluppata e da adesso farà ancora peggio.

Ma cosa potrà fare Renzi con gli stessi alleati di Letta?

Assolutamente nulla, tranne ciò che si potrebbe fare con qualsiasi governo perché in realtà le proposte sul tappeto riguardano l’attività legislativa del Parlamento e non il governo.

Ci sono proposte di iniziative governative elaborate dal PD e bloccate da Letta?

Non risulta proprio.

Quindi?

Oltre a ricompattare il centro-destra e trasmettere la forte percezione di un PD democristianamente posseduto da logiche correntizie, Renzi non fa e non potrà fare in questa legislatura, con questo Parlamento.

Tranne l’ipotesi in cui Renzi non sia in grado di definire un programma preciso di governo e riforme con altri alleati che non siano il NCD e SC.

Ha Renzi l’appoggio e il sostegno di SEL e del M5S o di parte di esso per poter rinunciare a NCD e SC?

Se Renzi non ha questo piano di alleanze, alternativo a quello esistente, allora sta sbagliando tutto perché non è De Gasperi e nemmeno quel toscanaccio di Fanfani… è solo un renziano.

Da Piccoli a Letta: 40 anni di finanziamento pubblico ai partiti

prendi i soldiNel 1974 il Parlamento approva la legge n. 195 che introduce il finanziamento pubblico ai partiti. Pochi colsero allora come oggi la natura incostituzionale e partitocratica della legge Piccoli che introduceva il finanziamento pubblico ai partiti. L’art. 3 prevedeva che il finanziamento andava ai gruppi parlamentari “per l’esercizio delle loro funzioni” e per “l’attività propedeutica dei relativi partiti” e obbligava il gruppo parlamentare a versare “una somma non inferiore al 95% del contributo riscosso” ai partiti; parallelamente, introduceva il finanziamento per l’attività “elettorale” dei partiti. Si configurava una evidente e palese violazione dell’art. 67 della Costituzione poiché il parlamentare è per Costituzione indipendente e senza vincolo di mandato. La legge 195/1974 instaura una commistione tra due identità giuridiche distinte:  il Gruppo parlamentare, che è parte della struttura legislativa dello Stato e quindi certamente figura di diritto pubblico, e il Partito, che invece è regolato dal diritto privato e si configura come un’associazione di fatto. In forza della legge il gruppo parlamentare si ritrovava ad avere una posizione debitoria verso il partito. Inoltre, la legge finanziando i partiti già presenti in Parlamento introduceva un elemento di vantaggio rispetto ai nuovi soggetti politici, cristallizzando i rapporti di forza e le posizioni acquisite in chiara violazione dell’art. 49 della Costituzione, perché il diritto dei cittadini di associarsi in partiti si configura in un diritto di serie A per i cittadini che si associano a quelli già esistenti e in un diritto di serie B per coloro che si associano a partiti nuovi. Danno ulteriormente aggravato nel caso una nuova formazione non riuscisse a raggiungere il quorum per entrare in Parlamento: il finanziamento era riservato a chi raggiungeva almeno “un quoziente in una circoscrizione ed una cifra elettorale nazionale di almeno 300.000 voti di lista validi, ovvero una cifra nazionale non inferiore al 2 per cento dei voti validamente espressi”. Ovviamente, anche chi non raggiungeva il quorum aveva sostenuto delle spese; il finanziamento pubblico, lungi dal favorire la partecipazione dei cittadini alla politica, mirava a consolidare posizioni di potere cristallizzate in ParlamentoContinua a leggere

Appropriazione indebita

I sostenitori del finanziamento pubblico ai partiti sostengono che senza il finanziamento solo i ricchi potrebbero fare politica e si rischierebbero fenomeni poco trasparenti di finanziamento della politica. Costoro sbagliano sul piano storico e logico, oltre a dimostrare di non avere onestà intellettuale (su quella morale non mi pronuncio).

Il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto nel 1974 sulla scia di una serie di scandali (l’ultimo quello del 1973, il cosiddetto scandalo dei petroli) che evidenziarono modalità di finanziamento dei partiti attraverso collusione e corruzione con aziende monopoliste di Stato e gruppi economici. La tesi era che dotando i Partiti di fondi  pubblici non ci sarebbe stata più la necessità di ricorrere a discutibili sistemi di finanziamento. I fenomeni corruttivi hanno in realtà caratterizzato tutto il periodo di vigenza del finanziamento pubblico sino all’esplosione di tangentopoli e all’abolizione del finanziamento con il referendum del 1993. Continua a leggere