IL 4 MARZO 2018

Il voto nazionale del 2018 ci restituisce un’Italia dominata da un nuovo bipolarismo; non più CDX e CSX ma CDX trainato dalla Lega e M5S. Le “regioni rosse” non ci sono più; ciò che rimane è molto sbiadito; Marche e Umbria sono fagocitate dalla Lega e dal M5S.

Esce sconfitto tanto il centro quanto la sinistra, in tutte le loro gradazioni. Non solo è sconfitta la posizione centrista di FI e Noi con l’Italia-UDC, ma anche il centrismo del PD e dei sui nuovi alleati di centro (Civica Popolare di Lorenzin e Insieme).

Crescono con forza i cosiddetti populismi che fondano la loro proposta politica sul nazionalismo (“prima gli italiani”) e sul cambiamento radicale senza compromessi con l’ancien regime.

Personalmente ritengo sia riduttivo e semplicistico definire populiste le forze politiche che hanno prevalso in questa competizione elettorale. Tanto la Lega quanto il M5S riescono a raccogliere il consenso della metà degli elettori perché offrono una identità e una risposta al bisogno di protezione che le altre forze politiche non sono in grado di dare. Quando viene meno la protezione sociale e si dissolve l’identità sociale o di classe… anche il nazionalismo diventa la bandiera a cui aggrapparsi nel tentativo di recuperare una identità.

Si consolida la destra tradizionale che con Fratelli d’Italia di Meloni si attesta su un rispettabile 4,35% raddoppiando i voti e fungendo da argine ai movimenti neo-fascisti rappresentati da CasaPound e Italia agli italiani (lista nata dall’alleanza tra Forza Nuova e Movimento Sociale Fiamma Tricolore), rispettivamente fermi a 0,94% con 310.793 voti e 0,38% con 126.207 voti.

Si attenuano fin quasi a scomparire le differenze di voto tra Camera e Senato dimostrando che le differenze di voto tra i giovanissimi (18-24) e i meno giovani (25-39) tendono ad affievolirsi.

In sintesi, una notevole volatilità del voto: non c’è più il voto fedele e il 28% degli elettori cambia il destinatario del proprio voto. Non si raggiungono le vette del 2013 quando il 39% degli elettori cambiò voto e nemmeno quelle del 1994 quando fu il 36,7% a cambiare voto; sono state solo le terze elezioni più volatili della storia repubblicana ma non era mai successo che per due elezioni consecutive si manifestasse una volatilità così elevata.

Il M5S ha guadagnato 7 punti percentuali (e 2 milioni di voti) rispetto al 2013, il PD ha perso 6 punti, la Lega (“nazionalizzata”) fa un balzo di 13 punti quasi quadruplicando i voti. Il CDX guadagna circa 8 punti, il CSX ne perde  quasi 7. A sinistra del PD, considerando il dato delle due liste Liberi e Uguali e Potere al Popolo, lo stop arriva al 4,5% vale a dire un punto in meno rispetto al 5,5% raccolto da SEL e Rivoluzione Civile nel 2013.

Grande sconfitto è il PD che perde oltre 2,5 milioni di voti rispetto al 2013, pari a circa il 30%; ancora peggio Forza Italia che perde il 37% degli elettori del 2013, oltre 2,7 milioni d voti su circa 7,3 milioni, ma gli elettori di FI restano nell’area del CDX e solo marginalmente vanno verso il M5S o confluiscono nell’astensione.

Anche nell’astensione notiamo una tendenza contrastante: aumenta in alcune regioni e diminuisce in altre.

Modesto calo nazionale di circa tre punti nella partecipazione al voto rispetto al 2013: su 46.505.499 aventi diritto ha votato il 72,93% contro il 75,24% del 2013

La maglia nera spetta alla Sicilia dove ha votato il 62,75% contro il 64,58% del 2013.

Il record di votanti in Veneto con il 78,72% contro 81,75% del 2013; al secondo posto l’Emilia Romagna con il 78,27% contro 82,10% del 2013. Il record del decremento va al Molise che si ferma al 71,62% contro il 78,13%, seguito dal Lazio che si ferma al 72,57% contro il 77,50%.

Incremento in Basilicata (71,11 contro 69,49), Campania (68,17 contro 67,86), Calabria (63,63 contro 63,08).

Il 79% degli astenuti del 2013 riconferma la scelta astensionista; mentre il 7% vota per il M5S e il 4% per la Lega; il 3% per FI e il 3% per il PD. Continua a leggere

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Spagna: incubo ingovernabilità?

Il Popolo spagnolo ha eletto il nuovo Parlamento.

Risultano elette 4 squadre principali: i Popolari, la squadra più numerosa con 133 seggi, segue Psoe (il partito socialista con 85 seggi), Podemos (sinistra, 71 seggi) e Ciudadanos (il partito della cittadinanza, 32 seggi).

Chiudono l’elenco i nazionalisti baschi con 5 seggi, l’altra formazione basca con 2 seggi; le due formazioni indipendentiste catalane (la Sinistra repubblicana con 9 seggi e la Convergenza democratica con 8 seggi); la Coalizione Canaria con 1 seggio.

I deputati eletti sono 350, per la maggioranza servono quindi 176 voti.

Nonostante la soglia di sbarramento e il sistema elettorale con assegnazione dei seggi su base provinciale, fattori che dovrebbero scoraggiare la frammentazione, concorrevano per un seggio al Congreso, l’equivalente della nostra Camera dei deputati, qualcosa come 48 liste. In ogni caso, i voti dispersi sono stati circa 592.000, pari al 2,5% del totale dei voti validi. L’affluenza al voto è stata del 69,8% contro il 73,2% del dicembre 2015.

Nessuno ha i numeri per governare; inevitabile una coalizione, esattamente come sei mesi fa, con variazioni numeriche non determinanti.

I commenti generali si concentrano sul rischio governabilità e sulla critica al sistema elettorale che si dimostrerebbe inadeguato. Continua a leggere

La democrazia decidente

La nuova riforma costituzionale riconferma la centralità del Parlamento; a una prima lettura, non si vede il motivo di tanta ostilità verso questa riforma.

In fondo, si tratta solo di una Costituzione scritta in modo confuso, che lascia troppi poteri al Senato, rischiando di creare nuove situazioni di ingovernabilità; nulla a cui non siamo già abituati. Ciò è riconosciuto anche da alcuni sostenitori della riforma.

Con la nuova riforma del Titolo V si ritorna al passato conflittuale tra Stato e Regioni?

Certamente sì, perché sono state abolite le materie concorrenti, ma l’ampliamento delle materie trasversali e la Clausola di supremazia (art 117 della nuova Costituzione) porteranno a una stagione di intensa conflittualità. Peccato, perché la conflittualità era avviata a soluzione, grazie alla intensa attività giurisprudenziale di questi ultimi quindici anni, ma anche su questo si può soprassedere.

Di positivo, per tanti, c’è la fine del bicameralismo paritario: il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo.

Non si supera il bicameralismo, perché il Senato conserva tanti e confusi poteri. Potrebbe costituire un elemento di ingovernabilità perché può legiferare su ogni materia (1° comma, art. 71) e, in ogni caso, deve obbligatoriamente esprimersi su leggi costituzionali, leggi elettorali, tutto ciò che riguarda le istituzioni elettorali, tutto ciò che riguarda l’Unione europea e la ratifica dei Trattati europei… e tanto altro ancora.

Pessimo il metodo di nomina dei senatori, demandato a ciascun Consiglio regionale che manderà in Senato, scegliendo con metodo proporzionale, qualche consigliere e un sindaco tra quelli della regione. Se avessimo già da tempo questo tipo di elezione, Minetti, Fiorito o il Trota… sarebbero potuti divenire senatori.

Un Senato che formalmente rappresenta le istituzioni territoriali, ma in realtà rappresenta le forze politiche di origine, senza un mandato politico e con il rischio che non ci sia una maggioranza politica. Un Senato che non potrà svolgere un raccordo tra l’attività legislativa delle regioni e tra le regioni e lo Stato, perché la riforma non individua strumenti concreti per realizzare questa funzione.

L’elezione del Senato rappresenta un vulnus per la democrazia: non si comprende perché una assemblea non eletta dai cittadini debba avere competenze differenziate che vanno dalla elezione del presidente della repubblica alla approvazione delle leggi costituzionali.

Una riforma monca, confusa che solleva un gran polverone quando per superare l’aspetto più condiviso bastava modificare due parole dell’art 94: il governo deve avere la fiducia della Camera dei deputati (e non “delle due camere“).

Vista così, c’è già motivo di misurata preoccupazione.

Per comprendere appieno la portata della riforma, occorre leggerla insieme alla legge elettorale. Continua a leggere

Più contrappesi?

Da tempo si discuteva della abolizione del Senato ipotizzando un rafforzamento dei contrappesi e dei poteri di garanzia. Alcuni sostenitori di questa riforma costituzionale affermano che è esattamente questo rafforzamento che realizza la nuova riforma. E’ veramente così?

I sostenitori citano l’innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica e lo Statuto delle opposizioni.

Non mi sembra una gran cosa. Se da un lato è ovvio che nessuno potrà eleggere il PdR senza il sostegno del Partito che controlla la maggioranza assoluta della Camera, dall’altro lato è meno ovvia la circostanza che potremmo ritrovarci nella impossibilità di eleggere un presidente.

I grandi elettori saranno 730.

Un solo partito avrà 340 voti a cui vanno aggiunti i voti di qualche eletto nella circoscrizione estero e i Senatori che provengono dallo stesso partito.

Dal settimo scrutinio è necessario il quorum dei 3/5 dei VOTANTI (438 voti a favore di un candidato se saranno presenti tutti i 730 elettori): l’elezione del PdR dipenderà dagli assenti o potrà divenire molto problematica.

Non sarebbe stato preferibile introdurre l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica?

In ogni caso, il PdR continuerà a essere solo a parole un potere di garanzia perché nella realtà non ha strumenti a disposizione. Per esempio, non potrà attivare la Corte Costituzionale, nel caso il Parlamento approvasse una legge che reputa incostituzionale. Si dovrebbe parlare di moral suasion del PdR e non di potere di garanzia perché non ha strumenti per fermare eventuali atti eversivi da parte del Parlamento. Parlamento in cui un solo Partito avrà il controllo del potere esecutivo e legislativo.

Quanto allo Statuto delle opposizioni nel testo di riforma non si va oltre la semplice previsione, senza fissare alcun paletto, senza stabilire i cardini intorno ai quali costruire la tutela dei diritti delle opposizioni. Lo Statuto potrà arrivare tra molti anni o trasformarsi in una scatola vuota. Quante previsioni costituzionali sono arrivate con notevole ritardo o non sono ancora realizzate? Corte Costituzionale, Regioni, Legge attuativa del referendum…

Lo Statuto delle opposizioni dovrà essere definito dal regolamento parlamentare, vale a dire dai parlamentari del partito più votato al quale si garantisce la maggioranza assoluta.

Si veda anche

Il nuovo Senato in 5 mosse

La riforma del Titolo V della Costituzione

La rappresentanza popolare

abbecedarioRipartiamo dall’ABC.
Il nostro sistema istituzionale è definito democrazia parlamentare rappresentativa.
Significa che è imperniato sul Parlamento costituito da rappresentanti votati dagli elettori.
Il voto deve essere personale, libero, uguale, segreto: lo prevede l’articolo 48 della nostra Costituzione.

In questo ragionamento non rileva che si tratti di un Parlamento con sistema bicamerale o monocamerale.

Qualsiasi sistema elettivo che trasforma voti in seggi non è perfetto e, anche nel caso del proporzionale puro, ci sarà sempre un effetto distorsivo nella determinazione della rappresentanza.

In sostanza i sistemi sono due:

– quello proporzionale, dove ciascuna forza politica prende tanti rappresentanti in proporzione alla quota dei consensi con l’ovvia approssimazione dovuta ai quozienti;

– quello maggioritario in cui in ciascun collegio elettorale vince il candidato che prende più voti; in questo caso può esserci la variante a doppio turno al quale accedono i candidati che hanno preso più voti, nel caso nessuno abbia al primo turno raggiunto il 50%+1 dei voti.

In entrambi i sistemi non c’è la garanzia che dal voto per l’elezione del Parlamento scaturisca una maggioranza parlamentare in grado di esprimere un governo. Continua a leggere

IL NUOVO ITALICUM

Finalmente ci siamo. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi hanno raggiunto un accordo per la nuova legge elettorale che consentirà di rinnovare il Parlamento.

Come sapete, se andrà in porto la riforma costituzionale in discussione, il Senato non sarà più eletto dal popolo sovrano e non dovrà votare la fiducia al Governo.

L’obiettivo dichiarato è: avere un vincitore appena terminate le operazioni di voto e avere un Governo in grado di fare senza subire veti e ricatti.

Manca ancora qualche dettaglio, ma il più è definito.

Tipologia: legge proporzionale a ripartizione nazionale con premio per ottenere la maggioranza assoluta e soglie di accesso.

Premio: il partito che raggiunge il 40% dei voti validi avrà un premio che lo porterà alla maggioranza assoluta con 340 deputati (su 630). Se nessun partito raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra i primi due classificati. Il calcolo è fatto su base nazionale.

Soglie di sbarramento: ancora qualche dubbio. Renzi le vorrebbe al 3%, Berlusconi al 6%. Vedremo.

Liste: i Partiti presenteranno i loro candidati in liste bloccate solo per i capilista; gli elettori potranno esprimere due preferenze tra i  candidati presenti in lista. Le preferenze dovranno essere assortite nel genere, pena nullità del voto.

Varietà di genere: ogni genere potrà contare sul minimo del 40% di capilista.

Collegi: saranno 100; è prevista la candidatura multipla ma in non più di dieci collegi.

Considerazioni

Ancora una volta avremo un parlamento costituito per la gran parte da nominati, vale a dire rappresentanti dei partiti, scelti esclusivamente dalle segreterie dei partiti nonostante la Corte Costituzionale abbia ribadito con la sentenza 1/2014 che  “le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee … devono essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”. Continua a leggere

La fede secondo Matteo

renzi2La fede secondo Matteo

Io sono il nuovo, io sono il cambiamento, io sono Matteo Renzi.

TV e giornali arrancano affannosamente nel tentativo di raccontare Renzi e il suo progetto di governo, ma non stanno al passo.

Ha detto, non ha detto, nemmeno un cenno… Renzi non si racconta con quel che ha detto o non ha detto.

Renzi è oltre le parole. L’unico dato che conta, al momento, è verificare se ha avuto la fiducia o se c’è stato un colpo di scena e la fiducia è stata negata.
Il resto non conta, è il nulla perché dai pugni in tasca siamo passati alle mani in tasca.

Irrilevante ciò che lui ha detto al Senato e cosa dirà alla Camera; irrilevante cosa hanno detto e diranno senatori e deputati. Devono solo decidere se concedergli la fiducia o non  concederla; concederla a lui, a Renzi… e nulla più.

Renzi al senato e alla Camera… perché deve e lì lo hanno mandato… diverso e uguale a un altro leader che è stato mandato ma fosse stato per lui non sarebbe andato a consulto… Consulto su che? di che? perché?

Devo fare un discorso “programmatico”? Lo faccio, ma potete non darmi la fiducia?
Prego, si accomodi… dice il Parlamento tra recite e cerimonie perché in realtà non ha alternativa dal momento che nessuno, M5S a parte, in questo momento vuole assumersi il rischio di elezioni che, con il proporzionale secco, replicherebbero con molta probabilità la situazione esistente.

renziRenzi potrà essere valutato solo sui fatti, sui risultati, perché le parole sono state svuotate di ogni significato.

E i fatti, se ci saranno, porteranno il PD a decidere se divenire renziano al 100% o frantumarsi e se i fatti non saranno all’altezza di Renzi… sarà il PD a fallire senza appello.

Potranno i soci di minoranza alleati con Renzi lavorare per il suo successo decretando la propria morte o marginalità?

Signori giornalisti, state sereni e attrezzatevi per raccontare i fatti, non le parole.
Se l’informazione farà ciò, renderà un servizio perché sarà aderente ai fatti e non alle parole spese per raccontare fantasie che si raccontano da sole e riforme da riformare… diversamente rischiamo di fare la declinazione di Italicus,

Italici
Italico
Italicum
Italico
Italice ma nel genere neutro fa ancora Italicum

Italicum, vocativo di Italicus… che tragedia!

Appunti per la nuova fenomenologia renziana.