Democrazia e Partiti: il caso Lega Nord

Cultura e civiltà politica vorrebbero che passasse in secondo piano ogni aspetto di colore della contesa Salvini vs Tosi e persino la distanza politica tra i due dovrebbe essere irrilevante rispetto al dato che quanto sta avvenendo è l’ennesima dimostrazione della inadeguatezza del sistema dei partiti, di quanto la nostra democrazia sia lontana dal dettato costituzionale, di quanto il nostro sistema parlamentare sia diventato criminogeno e truffaldino.

E’ la gracilità del sistema politico, giuridico, istituzionale, democratico, informativo… che questa contesa dovrebbe porre al centro del dibattito. Chiaramente, anche i mass media si occupano prevalentemente di colore o di secondari contrasti politici fingendo di non vedere un problema che pregiudica la ragione stessa di una democrazia rappresentativa fondata sul sistema dei partiti politici.

La Lega Nord per l’Indipendenza della Padania è un movimento formato dalla confederazione dei movimenti “nazionali”, identificabili con le attuali Regioni. Un movimento che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.

Lo Statuto della Lega Nord, approvato a luglio 2014, prevede che (vedasi in particolare gli articoli 1-2-30-38-39), in occasione delle elezioni amministrative, la formazione delle liste e la valutazione delle eventuali alleanze competono al Consiglio Nazionale e al segretario “nazionale, nella accezione leghista, vale a dire quello che corrisponde al segretario regionale per gli altri partiti. Il segretario della Liga Veneta è Flavio Tosi.

Il segretario federale, dunque, non ha voce in capitolo e non può imporre candidati e alleanze elettorali.

Stiamo assistendo a una evidente violazione dello Statuto di un movimento politico; violazione che offende i diritti degli iscritti e degli elettori tutti. E’ dunque un tema squisitamente di civiltà politica, cultura e legalità.

La Lega Nord è iscritta al Registro Nazionale dei Partiti proprio perché ha uno Statuto che impegna al rispetto delle regole democratiche e dei diritti degli iscritti. L’iscrizione a questo Registro consente l’accesso a una serie di benefici fiscali ed economici, compreso l’essere destinatario del 2permille dell’IRPEF e l’accesso alla Cassa Integrazione per i dipendenti dei partiti (singolare beneficio dopo le sistematiche ruberie ampiamente diffuse in tanti partiti).

La verifica della sussistenza dei requisiti per l’accesso a questi benefici è solo formale, mentre è demandata agli iscritti ogni azione per tutelare i propri diritti. In sostanza, una volta ottenuta l’iscrizione al Registro Nazionale, il Partito è libero di fare quel che vuole, alla faccia della trasparenza e democraticità sulla carta richieste.

Nonostante il ruolo proprio dei Partiti, questi rimangono pur sempre associazioni private non riconosciute (art. 36 codice civile), come delle semplici bocciofile, e sebbene un comportamento contrario allo Statuto arrechi offesa a tutto il sistema democratico, fondato sull’imprescindibile ruolo dei soggetti politici che concorrono alle elezioni per la formazione delle assemblee elettive, il cittadino può solo restare a guardare confidando su un gesto di orgoglio e sul desiderio di giustizia che porti gli iscritti a citare in giudizio il proprio Partito. Esattamente quel che dovrebbe fare Tosi nei confronti di Salvini, invece di chiamarlo “dittatore”.

A questo si aggiunga la misera attività svolta dal Parlamento anche su questo fronte.

La legge n. 13/2014 intitolata “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore” è, infatti, una legge ingannevole e criminogena.

Non si dovrebbe intitolare “Abolizione del finanziamento pubblico” una legge che sostituisce i rimborsi elettorali introducendo quel che dicono di abolire. Oltretutto, i parlamentari avevano sempre sostenuto che non si trattasse di finanziamenti pubblici, ma di rimborsi, appunto… Invece, avvalendosi del potere impositivo fiscale, il Parlamento decide di devolvere ai partiti parte delle somme raccolte grazie a questo potere: nei fatti una introduzione dei finanziamenti pubblici perché somme pubbliche dovute allo Stato saranno conferite ai partiti.

Inaccettabile, ridicolo e un tantino criminogeno, subordinare benefici fiscali ed economici alla sola esistenza dei requisiti formali per ottenere l’iscrizione al Registro nazionale dei partiti, iscrizione necessaria per accedere ai benefici stessi, senza svolgere alcun controllo sulla effettiva trasparenza e democraticità dei partiti.

Ancora una volta abbiamo la dimostrazione di quanto il Parlamento, occupato dai rappresentanti dei Partiti e non dai rappresentanti del popolo, operi al di fuori della Costituzione, della legalità e dello stato di diritto. I Partiti, che non sono organizzazioni trasparenti e democratiche, hanno occupato le Istituzioni. Con l’approvazione della legge 13/2014 il Parlamento conquista ancora una volta il titolo di primo motore del qualunquismo e dell’antipolitica.

Annunci

Il fallimento del federalismo

lega2In Italia il federalismo vanta nobili origini e, considerata la nostra Costituzione, da molto tempo sarebbe stato agevole rafforzare il decentramento e giungere a un’organizzazione di tipo federale. La Costituzione da sempre prevede Regioni e Province a statuto speciale, con ampia autonomia, e anche le Regioni a Statuto Ordinario, che però saranno istituite solo nel 1970. Ciò non deve stupire, l’attuazione della Costituzione è stata lentissima, ampiamente ostacolata da larghi settori politici e in parte ancora incompiuta.

Non bastarono l’epoca tumultuosa e in parte tuttora oscura dell’autonomismo siciliano e la crisi altoatesina sfociata nel terrorismo, a imporre in Italia un serio dibattito sul superamento dello statalismo e sul federalismo. Temi per nulla cari alla DC e nemmeno al PCI che non andava oltre il “centralismo democratico”.

Agli inizi degli anni novanta, dopo Tangentopoli, il movimento leghista conosce soprattutto in Lombardia e nell’Italia settentrionale una crescita impetuosa. Il protagonista di questa crescita è Umberto Bossi e il gruppo dirigente al suo fianco. La linea politica oscilla tra la secessione e la trasformazione dell’Italia in una Repubblica Federale costituita da tre macro-regioni.

Nel ’94, con Berlusconi, la Lega arriva al Governo; in breve, abbandona la maggioranza capitanata dal “mafioso di Arcore” e alle nuove elezioni del 1996 le elezioni sono vinte dal centro-sinistra.

Nel centro-sinistra si apre un dibattito intorno alle funzioni delle Regioni e alla organizzazione dello Stato, con l’obiettivo di realizzare il cosiddetto federalismo fiscale, vale a dire l’autonomia finanziaria. Probabilmente la reale preoccupazione del centro-sinistra era spuntare le armi elettorali della Lega nel timore – poi verificatosi – che potesse tornare ad allearsi con il centro-destra di Berlusconi.

Si giunge così nel 2001 alla riforma del Titolo V della Costituzione. La potestà legislativa appartiene allo Stato e alle Regioni; le competenze sono divise per materia; ogni materia è esclusiva dello Stato o “concorrente”, in altre parole statale e regionale. La Regione ha autonomia amministrativa. E’ prevista anche l’autonomia finanziaria, ma su questo ancora oggi si arranca.

La riforma approvata sotto il governo di centro-sinistra di Amato, diventerà definitiva per conferma referendaria sotto il governo di Berlusconi, con la Lega nuovamente in maggioranza.

Subito quella riforma fu considerata pessima da più parti e, in effetti, aprì a un caos interpretativo mai esauritosi e sfociato in un perenne contenzioso tra Stato e Regioni. Non a caso, la nuova riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi, se approvata, riformerà in profondità la riforma varata appena 13 anni fa.

Perché il federalismo ha fallito?

Perché le Regioni sono in breve divenute tra gli Enti politico-amministrativi meno amati?

Perché in questi decenni le Regioni sono al centro della sistematica attività criminale intrecciata con la politica o con lo sperpero di ingenti risorse pubbliche? Continua a leggere