ANCORA UN PARLAMENTO DI NOMINATI

Se la nuova scellerata legge elettorale  denominata “alla tedesca”, come se qualcosa diventi rispettabile solo con una fasulla etichetta per attestarne la provenienza, se questa nuova “legge suina” fosse approvata così come è stata presentata, avremmo un nuovo Parlamento al 100% di nominati.

Una evidente legge incostituzionale che, se fosse approvata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica, certificherebbe l’inadeguatezza di Sergio Mattarella a ricoprire la carica che ricopre.

L’elettore sarebbe privato in modo totalitario della possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

In questa legge di tedesco non c’è nulla; persino la soglia del 5% è stravolta.

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IL NUOVO ITALICUM

Finalmente ci siamo. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi hanno raggiunto un accordo per la nuova legge elettorale che consentirà di rinnovare il Parlamento.

Come sapete, se andrà in porto la riforma costituzionale in discussione, il Senato non sarà più eletto dal popolo sovrano e non dovrà votare la fiducia al Governo.

L’obiettivo dichiarato è: avere un vincitore appena terminate le operazioni di voto e avere un Governo in grado di fare senza subire veti e ricatti.

Manca ancora qualche dettaglio, ma il più è definito.

Tipologia: legge proporzionale a ripartizione nazionale con premio per ottenere la maggioranza assoluta e soglie di accesso.

Premio: il partito che raggiunge il 40% dei voti validi avrà un premio che lo porterà alla maggioranza assoluta con 340 deputati (su 630). Se nessun partito raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra i primi due classificati. Il calcolo è fatto su base nazionale.

Soglie di sbarramento: ancora qualche dubbio. Renzi le vorrebbe al 3%, Berlusconi al 6%. Vedremo.

Liste: i Partiti presenteranno i loro candidati in liste bloccate solo per i capilista; gli elettori potranno esprimere due preferenze tra i  candidati presenti in lista. Le preferenze dovranno essere assortite nel genere, pena nullità del voto.

Varietà di genere: ogni genere potrà contare sul minimo del 40% di capilista.

Collegi: saranno 100; è prevista la candidatura multipla ma in non più di dieci collegi.

Considerazioni

Ancora una volta avremo un parlamento costituito per la gran parte da nominati, vale a dire rappresentanti dei partiti, scelti esclusivamente dalle segreterie dei partiti nonostante la Corte Costituzionale abbia ribadito con la sentenza 1/2014 che  “le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee … devono essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati”. Continua a leggere

Il Senato e l’Italicum

Saprà il Senato correggere le vistose anomalie di Italicum, la nuova legge elettorale?

Su ciò confida Andrea Manzella.
Personalmente ne dubito perché sinora
–        misero è stato il dibattito politico all’esterno del Parlamento e alla Camera dei Deputati
–        povero il contributo della cultura e degli addetti ai lavori.

Tra questi addetti includo anche Andrea Manzella che oggi vede “errori evidenti di incostituzionalità” (come scrive su la Repubblica del 18 marzo 2014 a pagina 26) che sono lampanti da quando esiste la pessima proposta Italicum.

Il primo febbraio scrivevo polemicamente Perché non aboliamo la Corte Costituzionale prendendo spunto proprio da un articolo di Andrea Manzella: L’Italicum viaggia sui binari della Corte

E’ bello constatare che a distanza di mesi Manzella veda quel che era evidente sin da quando la proposta Italicum è sul tappeto; mi chiedo quale sia a questo punto il ruolo degli esperti, dei tecnici, dei professori.
Forse dobbiamo cominciare a dubitare di tanta parte del potere accademico troppo spesso solidale con il potere politico o di questo tributario.

Argomenta Manzella, benvenuto nel club, che il sistema delle soglie di sbarramento, elevate e differenziate tra chi corre da solo e chi corre in coalizione, è incostituzionale.

La soglia dell’8 per cento per chi corre da solo non è funzionale alla governabilità poiché questa è già garantita dal premio di maggioranza: comprime irragionevolmente la rappresentatività.

La soglia ridotta a 4,5% per chi si coalizza non aiuta la governabilità ma le ammucchiate coalizzate. Nel nostro sistema una coalizione può sempre rompersi e le forze politiche, la cui consistenza è stata aumentata dal premio, possono dare vita a una maggioranza diversa. Questo si è già verificato con i precedenti sistemi elettorali e oggi abbiamo in Parlamento formazioni governative che mai hanno avuto il supporto del voto popolare.

A Manzella continua a sfuggire che incostituzionale è il premio di maggioranza riservato a chi prende il 37%, nonostante sia previsto il doppio turno se nessuno raggiunge questa soglia.

Perché non prevedere il doppio turno in tutti i casi in cui nessuno prenda al primo turno il 50%+1?

Il principio del “minor sacrificio possibileimplica la ragionevolezza nel bilanciamento di interessi costituzionalmente legittimi e rilevanti.

Tale ragionevolezza è totalmente assente in Italicum.

Privo di logica e giuridicamente insensato prevedere il ballottaggio solo nel caso nessuno raggiunga la soglia del 37%. Andrebbe previsto il ballottaggio in tutti i casi in cui nessuno al 1° turno raggiunga la maggioranza assoluta.
In questo modo un partito sarebbe legittimato dal voto diretto popolare a governare poiché l’elettore ha scelto consapevolmente tra due ipotesi di maggioranza.
Nel nostro sistema il voto serve a rinnovare il Parlamento.
Illogico pertanto affidare il governo a una maggioranza relativa senza alcuna legittimazione diretta e dopo averla trasformata per magia in maggioranza assoluta.

Con questo sistema il rischio reale è una ulteriore compressione della libertà di scelta dell’elettorato che si troverà spinto, a suon di sondaggi, a votare i papabili al raggiungimento del premio, per evitare da un lato la dispersione del voto e dall’altro che il temuto avversario vinca al primo turno. Anche perché non sono consentite coalizioni dopo il primo turno.

Ancor più grave che Manzella continui a dare una lettura semplicistica e riduttiva della sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale quando affronta il tema delle preferenze.

Liberissimo Manzella di accontentarsi della “effettiva conoscibilità” dei candidati, ma non è assolutamente questo il punto che la Corte Costituzionale pone in rilievo quando censura il porcellum.

La Corte ha ricordato la sentenza 203 del 1975 nella quale, confermando la legittimità delle norme per la compilazione delle liste, affermava che quelle norme “non ledono affatto la libertà di voto del cittadino, il quale rimane pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza”.

Manzella ritiene che il richiamo di questa sentenza da parte della Corte sia un fatto casuale?

Ecco come la Corte si esprime riguardo alle norme che impediscono la scelta del candidato: “Le condizioni stabilite dalle norme censurate sono, viceversa, tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost.”

Ritenere, come fa Manzella, che sia sufficiente “l’effettiva conoscibilità dei candidatiper promuovere le liste bloccate ma corte è affermazione  riduttiva del significato e della portata della sentenza della Corte. Tanto più che la Corte Costituzionale utilizza le citate parole sulla conoscibilità nell’ambito di un ragionamento in cui afferma: “In definitiva, è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali).

Analizziamo.
La Corte scrive che il sistema Porcellum è incomparabile con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate.
Se i collegi sono piccoli e i candidati pochi c’è la ragionevole possibilità che l’elettore possa conoscere i candidati e che questo garantisca la scelta e la libertà di voto. Tutto però va visto nell’insieme delle considerazioni svolte dalla Corte, senza tralasciare il come si giunge alla selezione dei candidati.

Sul punto la Corte scrive:  “Una simile disciplina priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti. A tal proposito, questa Corte ha chiarito che «le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee – quali la “presentazione di alternative elettorali” e la “selezione dei candidati alle cariche elettive pubbliche” – non consentono di desumere l’esistenza di attribuzioni costituzionali, ma costituiscono il modo in cui il legislatore ordinario ha ritenuto di raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica, necessaria per concorrere nell’ambito del procedimento elettorale, e trovano solo un fondamento nello stesso art. 49 Cost.» (ordinanza n. 79 del 2006). Simili funzioni devono, quindi, essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati.

Di tutto ciò in Italicum non c’è traccia: l’articolo 49 della Costituzione resta inattuato, non c’è una disciplina che regoli l’assunzione di cariche di partito, che garantisca trasparenza e democrazia nei processi decisionali interni ai partiti.

Con Italicum tutto si riduce a rendere possibile la conoscibilità dei candidati, ma ciò non consente in ogni caso all’elettore di scegliere il rappresentante poiché

a)   è escluso dalla selezione dei candidati
b)   non può votare il candidato che preferisce
c)   deve votare solo la lista

Quindi, liste corte o lunghe, si riconferma “che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini”, circostanza “che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”.

Quanto dovremo attendere perché Manzella si renda conto che Italicum è un porcellum con un traguardo da raggiungere per avere il premio?
Per certi versi peggio del porcellum perché arriva dopo oltre otto anni di argomentate critiche al porcellum e una sentenza della Corte Costituzionale che con semplicità, chiarezza e solide argomentazioni ha censurato i punti più significativi di quel sistema elettorale.

Professori al bar sport

Ho sempre più spesso la percezione di una cultura piegata agli interessi del potere politico, incapace di autonomia, incapace di stimolare pensiero critico e conoscenza. Una cultura che diffonde banalità, falsità e mediocrità tanto da chiedersi se non siano preferibili i tronisti del Grande Fratello ai tanti giuristi e dotti professori dalle parole poco meditate.

Martedì 21 gennaio leggo Sartori sul Messaggero. Lungo l’intervista, qualche apprezzabile considerazione e tanto banale colore: “Italicum è ridicolo. Le definizioni Mattarellum e Porcellum le ho inventate io ma perché erano i nomi degli autori di quei meccanismi elettorali. Italicum invece ricorda un treno, o giù di lì. Anche perché allora la Germania dovrebbe chiamare il suo sistema elettorale Alemanicum, l’Inghilterra Anglicum, gli Stati Uniti… boh è più difficile. Ma insomma ci siamo capiti”.

Sì, ci siamo capiti, abbiamo appreso che il vero nome di Calderoli è Porcello… e tranquillo Sartori, non è fondamentale dare un nome a una proposta di legge, ci sono aspetti più importanti di cui occuparsi.

L’intervista prosegue con alcune considerazioni che fanno venire i brividi per la dose di insulsaggine: “Ma per carità, lasciamo stare la Corte che non c’entra nulla. A parte che sono arrivati con quattro anni di ritardo, il che è ridicolo. Ma poi la legge elettorale è una legge ordinaria, non materia costituzionale: che c’entra la Consulta, perché è intervenuta?

Ricordo che l’art. 134 della Costituzione recita
La Corte Costituzionale giudica:
sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni;
sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni;
sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione”

Quindi, totalmente privo di senso quanto affermato da Sartori… ma ridicolo anche che un giornalista si riduca a semplice reggi microfono e riporti sciocchezze simili senza un approfondimento, un chiarimento… contribuendo così a diffondere ignoranza e stupidaggini. A questo punto meglio leggere Novella2000 per seguire il dibattito politico.

Giovedì 23 gennaio leggo D’Alimonte su la Repubblica. E qui siamo al delirio.

D’Alimonte argomenta rafforzando l’idea, falsa e infondata, che basti una legge elettorale per riformare il “sistema”; dal 1953 c’è la malsana pretesa di garantire governabilità mediante la legge elettorale. Peccato che la legge elettorale sia soltanto una importante componente di un sistema istituzionale e perché funzioni deve essere coerente con l’architettura istituzionale.

Insulso difendere il premio di maggioranza ricorrendo a parallelismi con l’elezione di Blair e di Hollande: i sistemi istituzionali in vigore in quei paesi sono completamente diversi dal nostro. Infatti, se importassimo in Italia la legge elettorale francese, non funzionerebbe perché il nostro sistema costituzionale è profondamente diverso.

In Francia, per esempio, vige un sistema uninominale maggioritario a doppio turno, nel caso al primo nessuno abbia raggiunto la soglia del 50%+1 (maggioranza assoluta).
Cosa ben diversa dal prevedere un premio pari a oltre il 50% dei voti raccolti alla sola condizione di aver raggiunto la soglia del 35%; perché questo è il premio previsto da Italicum: 18 punti percentuali in aggiunta ai 35 raccolti! Alla faccia del premio ragionevole.
Inoltre, in Francia si procede con sistema maggioritario anche per l’elezione del Presidente della Repubblica che nomina il Primo Ministro. Il potere esecutivo è quindi condiviso tra il presidente e il primo Ministro, che non ha bisogno della fiducia dell’Assemblea Nazionale (però l’Assemblea può sfiduciare il governo). Il Senato viene eletto da coloro che detengono cariche elettive locali.
Un sistema così articolato – nato nella sua impalcatura sostanziale  congiuntamente alla V Repubblica – non è paragonabile con quanto succederebbe in Italia se passasse l’Italicum: il sistema italiano è basato su bicameralismo perfetto e centralità del Parlamento. E non dimentichiamo che il Parlamento decide su nascita e vita del governo; non sono gli elettori che scelgono il Governo ma il Parlamento.

Pretendere di stravolgere il sistema costituzionale in modo surrettizio con l’introduzione di una legge elettorale significa destinare l’Italia ad atri lunghi anni di sfacelo. Allo stesso modo, inutile perseguire la governabilità, alterando in modo sostanziale il peso elettorale (aumentandolo di oltre il 50%), quando la coalizione vincente, il giorno dopo le elezioni, potrebbe sfaldarsi dando vita a una maggioranza completamente diversa da quella alla quale è stata regalata la maggioranza.

D’Alimonte ci spiega che Italicum nasce da un compromesso fondato sulle valutazioni e i desiderata di Berlusconi; quindi, si edifica un sistema elettorale sulla istantanea del quadro politico come se i voti fossero una proprietà. Non è realismo quello di D’Alimonte ma incapacità di valutazione degli effetti, irresponsabilità, forse narcisismo e voglia di protagonismo.
D’Alimonte così contribuisce a perpetuare tutti gli errori degli ultimi due decenni. Nelle affermazioni di D’Alimonte c’è la vocazione al suicidio! Già il mattarellum nacque per volontà di parte dei sopravvissuti a DC e PCI che ritenevano di avere in tasca la vittoria per mancanza di contendenti. Arrivò Berlusconi, mise insieme con due alleanze distinte quel che tutti i cretini istruiti del tempo pensavano non fosse possibile mettere insieme (Lega e MSI) e mise nel sacco la gioiosa macchina da guerra.

Italicum favorisce le coalizioni non su basi programmatiche ma semplicemente per
a) accedere al premio
b) ridurre il rischio di essere estromessi dal Parlamento.

Nasceranno ammucchiate che faranno apparire caste le orge e i club per scambisti. D’Alimonte non sarà un pornografo delle Istituzioni parlamentari?

Nella indifendibile proposta che D’Alimonte sostiene, senza offrire uno straccio di ragionamento e uno scampolo di cultura, non c’è alcun obiettivo apprezzabile, se non il fare tanto per fare: perché prevedere il ballottaggio solo se nessuno ha raggiunto la soglia del 35%? Intelligenza e logica vorrebbe prevedere il ballottaggio se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno.

D’Alimonte difende le liste bloccate spiegando che così si può “equilibrare la presenza di genere”, si può garantire “l’alternanza uomo- donna nelle liste”. Affermazioni prive di qualsiasi pregio culturale. Che valore ha l’alternanza di genere tra persone servili scelte dalle segreterie di partito? Che differenza fa avere in parlamento un Razzi maschio o un Razzi femmina? Che senso ha una lista bloccata ma con i nomi dal momento che se io voglio votare la terza persona in lista devo votare la lista e favorire così l’elezione dei due che precedono il mio preferito? Affermazioni come quelle di D’Alimonte sono un monumento all’ignoranza e alla insulsaggine.

Ma finalmente con una argomentazione forte D’Alimonte ci mette in guardia dai rischi delle preferenze: “le preferenze favoriscono il voto di opinione o sono uno strumento di chi fa politica con metodi clientelari, se non addirittura criminali? E poi: le preferenze alzano a dismisura i costi delle campagne elettorali, portano corruzione e indeboliscono i partiti che diventano comitati elettorali”.

Professor D’Alimonte, le succede spesso di perdere la capacità di analisi e di ragionare? Nel nostro sistema sono i partiti che scelgono i candidati. Nel nostro sistema non esiste una disciplina legale dei Partiti. Nel nostro sistema non esiste democrazia e trasparenza nei processi decisionali interni ai Partiti. Nel nostro sistema al massimo gli elettori hanno potuto scegliere tra i candidati ma non chi candidare: questo potere è sempre stato appannaggio delle segreterie di partito. I metodi clientelari non sono voluti dagli elettori ma subiti dagli elettori costretti spesso a mendicare diritti sviliti a favori per gentile concessione dei feudatari di partito. Sono i partiti che perseguono logiche clientelari per acquisire il consenso. Il non-ragionamento di D’Alimonte è una offesa all’intelligenza e alla cultura del diritto e della legalità. Allora ricorriamo al sorteggio, professor D’Alimonte, suvvia un po’ di coerenza se la cultura non le è proprio di aiuto. Con il sorteggio risolviamo anche il problema dei costi.

Si proceda con collegi uninominali in cui ogni partito presenta un solo candidato ed ecco che si costringono i partiti a puntare sulla qualità dei candidati; si faccia una legge che attui finalmente l’art. 49 della Costituzione ed ecco che i Partiti potranno essere ciò che dovrebbero essere: strumenti organizzativi nelle mani dei cittadini per partecipare alle scelte politiche e non apparati para-statali che hanno trasformato una promessa di democrazia in una volgare oligarchia.

Infine, oggi 24 gennaio Valerio Onida ci tranquillizza: “Le liste bloccate, almeno se corte, non sono incostituzionali”. Piacerebbe capire in base a quale ragionamento affermi ciò. Dobbiamo credergli sulla parola? Solo perché parla il saggio Onida? Neanche per sogno. La lista bloccata esclude l’elettore dalla possibilità di incidere sulla scelta degli eletti, dopo aver escluso l’elettore dalla scelta di chi candidare. No, professor Onida la sua è una solenne cantonata.

Se questi sono i luminari che dovrebbero aiutarci a uscire dalla palude… grazie, non scomodatevi.

Riposatevi con tranquillità al vostro preferito bar sport.

Proprio vero che i saggi non esistono. D’altra parte, chi darebbe la patente di saggio?

Lo Stato dei Partiti

inciucio5La legge elettorale prevede un premio al partito o alla coalizione che totalizza il maggior numero di voti, con l’obiettivo dichiarato di favorire la governabilità con maggioranze omogenee e non “innaturali maggioranze” come quella che assicura la fiducia al governo in carica. Parallelamente, la legge fissa una serie di soglie di sbarramento per impedire l’eccessiva frammentazione della rappresentanza politica.

Tutto è concepito per incentivare l’alleanza dei partiti in coalizioni. Già questo mette a rischio l’omogeneità delle coalizioni (come i fatti hanno dimostrato) non perché in sé sia sbagliato ipotizzare delle coalizioni ma perché si persegue con uno strumento improprio (la legge elettorale) l’obiettivo della governabilità.

La storia repubblicana è contrassegnata dal problema della governabilità nonostante per mezzo secolo il sistema istituzionale sia stato incentrato sempre sullo stesso partito. Il problema risiede, infatti, nella Costituzione poiché i Costituenti scelsero di privilegiare la centralità del Parlamento sacrificando proprio la governabilità.

Se si decide di non toccare la Costituzione (come decisero già nel 1953, quando già era attuale il tema della governabilità, e poi nel 1993 e quindi nel 2005) è chiaro che bisogna trovare un equilibrio tecnico che sia rispettoso dei principi della Costituzione. Continua a leggere