DDL Boschi? NO, grazie!

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Renzi, Mattarella, i Pokemon e… quando si vota?

Il 27 luglio 2016 il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affermava: “a proposito della data e del cosiddetto spacchettamento, mi è parso di assistere a discussioni un po’ surreali, quasi sulla scia della caccia ai Pokemon” e ricordava che la data poteva essere fissata solo dopo la conclusione delle verifiche in capo alla Corte di Cassazione.

Ebbene, l’Ufficio centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione in data 8 agosto 2016 ha emesso l’ordinanza con la quale ha ammesso il referendum sul testo di Iegge costituzionale avente ad oggetto il seguente quesito referendario:

<<Approvate il testo della Legge costituzionale concernente  “disposizioni  per il superamento del bicameralismo paritario, Ia riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della  parte II della Costituzione “, approvato  dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 de/15  aprile 2016?».

Dal giorno 8 agosto il pallino è passato al Presidente della Repubblica che deve emettere il decreto di indizione del referendum su deliberazione del Consiglio dei Ministri. Il Consiglio ha fatto già passare oltre un mese sui due a sua disposizione per indire il referendum.

Successivamente alla data di indizione potrà essere definita la data del referendum che si svolgerà in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giornoLa data ultima potrebbe essere domenica 11 dicembre dell’anno di grazia 2016!

Certamente il Consiglio dei Ministri non è occupato nella caccia ai Pokemon e chissà se il Presidente della Repubblica ha sollecitato il Consiglio dei Ministri a darsi una mossa, onde evitare che il clima surreale diventi grottesco e monti l’incertezza sui mercati. Incertezza che tanto preoccupa il ministro Padoan.

Devono essere molto complesse le incombenze e analisi che il Consiglio dei Ministri presieduto dal piè veloce Matteo deve svolgere per giungere a questa deliberazione da sottoporre al Presidente Mattarella… se ancora non ha deliberato.

Tutta questa pantomima è la dimostrazione di quanto siano inconsistenti le valutazioni del ministro Padoan, della ministra Boschi, del presidente del consiglio Renzi riguardo alle attese dei mercati da questa revisione costituzionale.

Sarebbe irresponsabile, infatti, prolungare l’incertezza sui mercati rinviando la data di questo referendum il cui esito, a loro dire, sarebbe decisivo per dare serenità e spinta alla crescita.

Abbiamo già avuto modo di sbugiardare il ministro Padoan che nel Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) scrive di “superamento del bicameralismo”… (pag. VI    http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/sp2016_italy_it.pdf )!

Qualcuno può spiegare al ministro Padoan che è stata approvata dal Parlamento, vedremo cosa succederà con il referendum – quando decideranno di farci votare – la trasformazione del bicameralismo ma non il suo superamento? Che persino il bicameralismo paritario è stato solo ridimensionato ma non abolito?

Abbiamo già avuto modo di commentare il dossier del centro studi di Confindustria e la lunga sequenza di affermazioni faziose e immotivate in esso esposte, che con uno studio non hanno nulla da spartire. Per approfondire andate su Bullshit e Confindustria.

Se i mercati sono in una fase di tensione anche per l’incertezza sull’esito di questo referendum, sarebbe opportuno non prolungare inutilmente questa incertezza.

Il fatto che se la prendano con comodo è la dimostrazione che Renzi, Boschi, Padoan e il Centro studi di Confindustria raccontano panzane o sono degli irresponsabili.

A voi l’ardua sentenza.

Paradossi costituzionali

Alcuni aspetti della riforma costituzionale Boschi-Renzi presentano situazioni paradossali, eppure rappresentano motivi di vanto per i sostenitori. Se li analizziamo con attenzione non facciamo fatica a renderci conto che sotto la leggera patina di smalto c’è il nulla.

La fiducia

Se la riforma costituzionale sarà confermata, il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo.

Ne consegue che il Governo non può porre in Senato la questione di fiducia per tutti quei provvedimenti in cui il Senato conserva pieni poteri legislativi, identici a quelli della Camera.

I procedimenti legislativi bicamerali esattamente come adesso sono

–             leggi costituzionali
–             leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, i referendum propositivi
–             leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane
–             disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni (indispensabili per superare le province),
–             norme generali, forme e termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea,
–             leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea,
–             l’ordinamento di Roma capitale,
–             ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti l’organizzazione della giustizia di pace, le disposizioni generali e comuni per le politiche sociali, le politiche attive del lavoro e l’istruzione e formazione professionale, il commercio con l’estero, il governo del territorio

In tutti questi ambiti è ineludibile il passaggio al Senato.

Affermare che si tratta di cose minori è veramente paradossale: quanti decenni vogliamo impiegare per dare attuazione alla nuova Costituzione?

Alcune di queste leggi possono assumere rilevante importanza politica, per esempio per adeguare la normativa nazionale a quella comunitaria o per attuare una norma della nuova costituzione…

Indubbio che ciò potrà determinare per il Governo e per la maggioranza qualche problema, perché in Senato non ci sarà una maggioranza politica stabile e omogena con quella della Camera, giacché l’elezione dei senatori avviene in ogni consiglio regionale con metodo proporzionale.

Il cumulo delle funzioni legislative locali e nazionali consentirà ai senatori, espressione delle forze politiche di provenienza, di esercitare un potente diritto di veto per ottenere contropartite spendibili nei territori da dove i senatori provengono e dove hanno interesse a rafforzare il proprio potere.

L’inciucio costituzionalizzato!

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Lo studente e la Ministra

 

Non siate maliziosi. Non si tratta di una commedia sexy stile anni settanta. Però, vi consiglio di vedere il video prima di leggere le mie risposte alla replica della ministra Boschi a Alessio, studente universitario di Catania.

1) Sulla legittimità del Parlamento
Boschi afferma che secondo la Corte Costituzionale questo parlamento è perfettamente legittimato. E invita a leggere tutta la sentenza della Corte. Chissà se ha seguito il suo consiglio.

Vale la pena ricordare che la Corte Costituzionale, in nome del principio di continuità dello Stato, ha affermato la legittimità di questo Parlamento nel proseguire l’attività legislativa. Non poteva essere diversamente poiché questo Parlamento e i precedenti due (quello del 2008 e del 2006) sono stati eletti con la medesima legge, in più punti profondamente incostituzionale. Dichiarare decaduto il Parlamento avrebbe aperto un effetto domino sulla attività dal 2006 a oggi con disastrose conseguenze. La stessa Corte Costituzionale, però, richiama gli articoli 61 e 77 comma 2 della Costituzione: “Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti- legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.)”.

E’ troppo malizioso leggere in questo non necessario richiamo esemplificativo della Corte Costituzionale l’invito alle Camere di approvare in tempi brevi una nuova legge elettorale e andare a nuove elezioni?

Secondo le indicazioni della stessa Corte, il Parlamento non doveva intraprendere un percorso di revisione costituzionale perché tale percorso avrebbe richiesto tempi non brevi e perché un Parlamento eletto con il porcellum non ha la necessaria legittimità politica per modificare la Costituzione. Figuriamoci per modificare la Costituzione cambiando radicalmente l’assetto Istituzionale con l’effetto combinato di nuova legge elettorale e riforma costituzionale.

 

2) Sul mandato presidenziale a Letta e poi a Renzi

Boschi afferma con disinvoltura che il presidente Napolitano ha chiesto a Letta di adoperarsi per le riforme costituzionali.

Da quando un presidente della Repubblica si fa attivatore della riforma costituzionale?
Come fa a essere considerato potere di garanzia se anziché essere garante della Costituzione spinge per cambiarla?

Da quando un Presidente, poiché il governo non procede speditamente sulle riforme, promuove la sostituzione del governo in carica, senza nemmeno un passaggio parlamentare?
Il governo Letta si è dimesso perché la direzione di un partito (struttura extraparlamentare) ha decretato che quel governo aveva esaurito il suo compito.

Tutto questo discorso ondeggia tra l’eversione dell’ordinamento repubblicano e l’apologia della partitocrazia.
La fine del governo Letta, attraverso un procedimento extraparlamentare orchestrato e sollecitato dal Quirinale, è un disegno eversivo che ci conferma un dato incontestabile: il presidente della Repubblica non è un potere di garanzia.

Inoltre, il parlamento non è stato “nominato” con un mandato costituzionale.
Penso, inoltre, che revisione non significhi trasformazione; questa riforma cambia l’assetto istituzionale della Repubblica. Siamo oltre i limiti previsti dall’art 138 della Costituzione.
Perché non eleggere una assemblea costituente? Continua a leggere

La democrazia decidente

La nuova riforma costituzionale riconferma la centralità del Parlamento; a una prima lettura, non si vede il motivo di tanta ostilità verso questa riforma.

In fondo, si tratta solo di una Costituzione scritta in modo confuso, che lascia troppi poteri al Senato, rischiando di creare nuove situazioni di ingovernabilità; nulla a cui non siamo già abituati. Ciò è riconosciuto anche da alcuni sostenitori della riforma.

Con la nuova riforma del Titolo V si ritorna al passato conflittuale tra Stato e Regioni?

Certamente sì, perché sono state abolite le materie concorrenti, ma l’ampliamento delle materie trasversali e la Clausola di supremazia (art 117 della nuova Costituzione) porteranno a una stagione di intensa conflittualità. Peccato, perché la conflittualità era avviata a soluzione, grazie alla intensa attività giurisprudenziale di questi ultimi quindici anni, ma anche su questo si può soprassedere.

Di positivo, per tanti, c’è la fine del bicameralismo paritario: il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo.

Non si supera il bicameralismo, perché il Senato conserva tanti e confusi poteri. Potrebbe costituire un elemento di ingovernabilità perché può legiferare su ogni materia (1° comma, art. 71) e, in ogni caso, deve obbligatoriamente esprimersi su leggi costituzionali, leggi elettorali, tutto ciò che riguarda le istituzioni elettorali, tutto ciò che riguarda l’Unione europea e la ratifica dei Trattati europei… e tanto altro ancora.

Pessimo il metodo di nomina dei senatori, demandato a ciascun Consiglio regionale che manderà in Senato, scegliendo con metodo proporzionale, qualche consigliere e un sindaco tra quelli della regione. Se avessimo già da tempo questo tipo di elezione, Minetti, Fiorito o il Trota… sarebbero potuti divenire senatori.

Un Senato che formalmente rappresenta le istituzioni territoriali, ma in realtà rappresenta le forze politiche di origine, senza un mandato politico e con il rischio che non ci sia una maggioranza politica. Un Senato che non potrà svolgere un raccordo tra l’attività legislativa delle regioni e tra le regioni e lo Stato, perché la riforma non individua strumenti concreti per realizzare questa funzione.

L’elezione del Senato rappresenta un vulnus per la democrazia: non si comprende perché una assemblea non eletta dai cittadini debba avere competenze differenziate che vanno dalla elezione del presidente della repubblica alla approvazione delle leggi costituzionali.

Una riforma monca, confusa che solleva un gran polverone quando per superare l’aspetto più condiviso bastava modificare due parole dell’art 94: il governo deve avere la fiducia della Camera dei deputati (e non “delle due camere“).

Vista così, c’è già motivo di misurata preoccupazione.

Per comprendere appieno la portata della riforma, occorre leggerla insieme alla legge elettorale. Continua a leggere

L’insopportabile leggerezza delle compiacenti opposizioni a Renzi

vieni avantiUno dei limiti di tanti critici di Renzi e del suo governo è non essersi con decisione opposti al procedimento illegittimo e sovversivo di riscrittura della Costituzione.

Revisione non significa trasformazione.

Il potere di revisione della Costituzione, che la Costituzione stessa riconosce al Parlamento (art. 138 Cost.), è di tipo manutentivo, mantenendosi all’interno dell’assetto istituzionale definito dai Costituenti.

Cambiare assetto istituzionale si può, ma serve un potere Costituente che può avere solo una Assemblea eletta, con metodo proporzionale, dal popolo sovrano. Come fu la prima e unica Assemblea Costituente, checché ne dica la Finocchiaro orgogliosa del papocchio che ha contribuito a scrivere e approvare.

Non solo il Parlamento sta violando la Costituzione, ma a farlo è un Parlamento composto da usurpatori della sovranità popolare, composto da rappresentanti dei partiti, e non degli italiani. Parlamentari che non hanno il sostegno diretto degli elettori. Un Parlamento che non è espressione della sovranità popolare nella composizione dei suoi membri, nominati dai Partiti, e nella consistenza dei gruppi parlamentari, alterati da premi censurati per incostituzionalità. Continua a leggere

Il suicidio del Parlamento, ovvero quando la storia non insegna proprio nulla

Senza fare analogie spicce, credo si debba guardare alla storia con maggior rispetto e consapevolezza per evitare di ripetere gli stessi errori. Gli errori del passato possono ripetersi e avranno di volta in volta effetti diversi perché il contesto cambia, ma un errore resta tale anche se la maestra non lo vede e non lo segna con la matita rossa: semplicemente non ha effetti. Gli errori si ripetono, gli effetti cambiano.

La storia non è fatta dai mediocri, per consolazione definiti  grandi, che di volta in volta interpretano i mal di pancia dei tanti, ma dai tanti che non sanno gestire il proprio mal di pancia. Così, non sono Mussolini, Hitler, Stalini demoni responsabili della più grande tragedia del XX secolo e forse della storia della umanità, ma i loro contemporanei che lasciarono che si aprissero le porte della sconfinata distruttività.

La cecità dei contemporanei.

Nella bibliografia del Parlamento trovo una pregevole opera di Alessandro Visani, “La conquista della maggioranza. Mussolini, il Pnf e le elezioni del 1924”. La Camera dei Deputati mette a disposizione dei deputati tante perle, ma i poveretti non hanno tempo da dedicare alle letture. Consiglio a Boschi e Renzi e poi a tutti gli altri di leggere questo libro di Visani. Forse comprenderebbero la portata di quanto stanno facendo nel loro arrogante cretinismo politico e delirio di onnipotenza.

Giovanni Sartori nel 2008, in altro contesto, scrisse queste note che prendo in prestito per il caso dei giorni nostri.

Il maggiore costituzionalista inglese dell’Ottocento, Walter Bagehot, spiegava che il sistema di governo del suo Paese si fondava sulla «stupidità deferente» degli inglesi. Forzando quel testo mi azzarderei a dire che una deferential stupidity è, può essere, una forma di intelligenza pratica. Se sai di non sapere, se sai di non capire, è intelligente essere deferenti. Invece assistiamo sempre più a un crescendo di «ignoranza armata», e così di un’arroganza dell’ignoranza, che rappresenta un perfetto e devastante cretinismo pratico. Sì, a mio avviso una persona intelligente senza buonsenso si trasforma facilmente in un cretino, s’intende, un cretino pratico. Sì, il buonsenso può correggere la stupidità e aiuta a «scretinizzare» i cretini. Sì, la scomparsa del buonsenso prefigura un mondo sempre più popolato da stupidi la cui caratteristica, scriveva giocosamente Carlo Cipolla, è di non fare soltanto il male proprio ma anche il male altrui.”

Il nostro destino è sempre più nelle mani di cretini istruiti; il governo e il parlamento ne sono pieni.

Torniamo al testo di Visani. Lo studioso fa propria la tesi di Giovanni Sabbatucci (altra presenza nella biblioteca parlamentare;  consiglio “Il suicidio della classe dirigente liberale. La legge Acerbo 1923-1924” e “Le riforme elettorali in Italia. 1848 – 1994”) e afferma “l’approvazione della legge Acerbo fu  un classico caso di suicidio di un’assemblea rappresentativa, accanto a quelli del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940. La riforma fornì all’esecutivo lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta”. Continua a leggere