Exploit della Lega, déblậcle dei pentastellati

salviniExploit della Lega, déblậcle dei pentastellati.
Da settimane sentiamo questo ritornello, al quale immancabilmente si aggiunge che il PD di Renzi ha portato a casa due regioni su due con ottimi risultati e l’astensione è un dato secondario, e quindi si ribadisce che il vero vincitore è la Lega di Salvini, mentre il Movimento 5 Stelle di Grillo sarebbe già sulla via della rottamazione. Stanno proprio così le cose?

Compito dei partiti è raccogliere il consenso.
Le elezioni servono a misurare il gradimento di ciascun partito e ciascuno lavora per riconfermare i voti in precedenza raccolti e possibilmente incrementarli.
La prima valutazione da fare è quanti voti un partito ha raccolto rispetto alla precedente elezione, indipendentemente dalla quota dei votanti.
L’efficacia dell’azione di un partito si misura sulla capacità di riportare gli elettori al voto, di avere riconfermato il voto e possibilmente incrementare i voti.
Il fatto che il partito A abbia deluso i propri elettori non impatta sugli elettori del partito B, che anzi potrà avvantaggiarsi dei voti in uscita.

Se applichiamo queste riflessioni all’ultimo voto nelle elezioni regionali svoltesi in Emilia Romagna e in Calabria, scopriamo che la realtà dei fatti è molto diversa da quella raccontata da eterei politici e giornalisti dalla penna nobile.

Contrariamente a quanto tutti danno per assodato, in Calabria c’è stata una reale affermazione del PD che, nonostante il forte calo degli elettori, ha aumentato il proprio consenso. Nel 2010 aveva preso 162.000 voti e nel 2014 185.000. Dimostrazione che il consenso verso un partito è influenzato dal clima generale di scontento e sfiducia solo se anche quel partito ha creato scontento e sfiducia. Il risultato di un partito e il suo gradimento va sempre misurato solo ed esclusivamente rispetto all’ultima prestazione.

Se andiamo in Emilia Romagna, scopriamo che in realtà non ci sono vincitori politici, solo un mezzo vincitore di cui dirò dopo.

Nel loro insieme i partiti non sono riusciti a portare gli elettori al voto. Il crollo dei votanti è stato del 44,6%, vale a dire che ogni 1000 elettori che nel 2010 avevano votato, nel 2014 ben 446 non hanno votato.

Se il dato generale è -44,6%, possiamo dire che chiunque abbia perso meno di questa quota ha performato meglio, ma non possiamo dire che ha vinto o ha avuto successo perché, ricordiamolo, un partito ha successo se ottiene la riconferma del consenso precedentemente acquisito e magari riesce a incrementarlo.

Se un titolo in borsa perde il 20% e gli altri dello stesso indice di riferimento perdono mediamente il 40%, potremo senza dubbio dire che è andato meno peggio, ma nessun investitore dirà di aver guadagnato se ha perso il 20% del proprio capitale.

La palma dell’insuccesso spetta a Forza Italia e a tutta l’area di centro-destra.
Nel 2010 si presentava il PdL, mentre nel 2014 troviamo separatamente FI, NCD, Fratelli d’Italia e se regaliamo all’area ex-berlusconiana anche i voti dell’UDC, presentatosi nel 2014 in coalizione con il NCD, scopriamo che questa area ha perso il 70% dei consensi riuscendo a totalizzare solo 155.000 voti contro i precedenti 518.000.

Al secondo posto sul podio dei peggiori perdenti troviamo il PD che totalizza 535.000 voti contro 857.000 del 2010: -37%!

Medaglia di bronzo quale terzo peggiore perdente alla Lega: totalizza 233.000 voti contro 288.000 del 2010: -19%

Quindi, la Lega ha perso per strada 55.000 elettori nonostante la grande fuga dagli altri partiti. Ha scontentato meno, è meno colpito dalla sfiducia generale ma possiamo dire che ha vinto?
Singolare affermazione considerato il presenzialismo di Salvini.

Fuori dal podio dei peggiori perdenti, l’unico vero vincitore dimezzato: il M5S; aveva totalizzato 126.000 voti e nel 2014 ne prende 159.000, aggiudicandosi una percentuale sui voti validi del 13% che non è molto lontano dal 14 o dal 17% conquistato nel 2013 in Lombardia e in Lazio. Certamente una vittoria dimezzata perché  non riesce più a essere catalizzatore della protesta, ma non possiamo parlare di sconfitta. Il dato dell’Emilia Romagna conferma che era eccezionale il risultato conseguito alle politiche del 2013, che si svolsero in contemporanea con le regionali in Lombardia e Lazio. Mentre per la Camera il M5S raccoglieva in Lombardia circa il 20% e ben 1.126.000 voti, nello stesso momento per le Regionali solo 775.000 confermavano il voto al M5S.

Questo dimostra quanto sia fuorviante confrontare risultati elettorali conseguiti per differenti finalità: gli elettori sanno quel che fanno quando votano per il Parlamento, il Comune, le Regioni, le Europee… i giornalisti evidentemente no.

Possiamo affermare che il treno del M5S sembra aver fortemente rallentato la corsa, non sembra più capace di raccogliere lo scontento e non è nemmeno percepito come voto di protesta, ma possiamo parlare di déblậcle?

La crisi di rappresentanza è anche crisi di rappresentazione.

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A cosa serve l’astensione?

astensioneA ogni maledetta elezione si sentono le solite litanie sul dovere del voto e sull’astensione.
Molti giornalisti e politici ci martellano con una valanga di analisi tutte interne al potere e alle logiche di potere.
Ci siamo assuefatti all’idea che quel che conta siano i voti validi, ignorando il rapporto tra voti validi e aventi diritto al voto, ma soprattutto dimenticando quale sia la funzione e la finalità dei  soggetti politici che concorrono alle elezioni. Rapportare la forza elettorale ai voti validi è una convenzione.

Compito dei partiti è raccogliere il consenso.
Su questa capacità si gioca la prima importante credibilità delle forze politiche.
Le elezioni servono a misurare il gradimento di ciascun partito e ciascuno lavora per riconfermare i voti in precedenza raccolti e possibilmente incrementarli.
La prima valutazione da fare è quanti voti un partito ha raccolto rispetto alla precedente elezione, indipendentemente dalla quota dei votanti.

Ogni elettore si chiede se votare e come votare. Il risultato elettorale è la sommatoria delle decisioni che ciascuno individualmente assume.

L’efficacia dell’azione di un partito si misura sulla capacità di riportare gli elettori al voto e di avere riconfermato il voto.
Il fatto che il partito A abbia deluso i propri elettori non impatta sugli elettori del partito B, che anzi potrà avvantaggiarsi dei voti in uscita.
L’astensione non è mai equamente distribuita tra tutte le forze politiche, ovvero non interessa nella stessa misura ogni elettorato, ma a fare la differenza è solo la quota di astensione che si somma a quella fisiologica, che non è mai stata di alcun partito.

I partiti più piccoli, fortemente identitari, caratterizzati territorialmente  o per le tematiche che propongono, sono generalmente meno colpiti dall’astensione poiché raccolgono in gran parte un voto di opinione. In un sistema puramente proporzionale, la caduta nel grado di apprezzamento di un partito si ripercuote direttamente nella quota di potere che quel partito detiene e questo si trasformerebbe in un vantaggio per il partito che invece mantiene il proprio elettorato. Ma con i nostri sistemi elettorali, anche se un partito minore mantenesse gli elettori, quindi non fosse colpito dall’astensione e aumentasse la percentuale su una base più ristretta di votanti, non cambierebbe molto le cose nella ripartizione del potere. L’astensione rafforza i forti. Osservate la siderale distanza tra i consiglieri del PD in Emilia Romagna (29) rispetto al M5S (5) mentre i voti del PD sono solo 3,5 volte quelli del M5S e 2,3 volte quelli della Lega (8 consiglieri).

Il sistema di ripartizione del potere misura la forza di ogni partito sulla quota dei votanti, sterilizza il deprezzamento, ignora la bocciatura che i nonvotanti hanno espresso nei confronti di tutti i partiti.

Se ci sono elettori che si recano ai seggi e votano scheda bianca o nulla e tanti altri che addirittura non vanno ai seggi, significa che sono indifferenti a ogni proposta politica.
Però, prendendo in considerazione i soli voti validi e intervenendo con meccanismi di ingegneria elettorale si trasferisce sui nonvotanti sostanzialmente la stessa percentuale di opzione scelta dai votanti.
I seggi sono distribuiti in ragione dei voti validi espressi ignorando completamente chi non ha votato.

Diverso sarebbe se fosse assegnata una quota di seggi corrispondente alla quota dei voti validi e il resto assegnato per sorteggio tra tutti i cittadini con i requisiti di eleggibilità.

In sostanza, per i meccanismi del potere, è irrilevante la quota dei non votanti.

L’astensione non indebolisce il potere ma lo rafforza, almeno sul piano quantitativo.
Ai partiti fa comodo l’astensione, idealmente vorrebbero che a votare fossero solo i candidati e al più i loro familiari…
L’astensione è in costante crescita da decenni; vi sembra che i partiti si siano dati da fare per aumentare la partecipazione?
Hanno fatto di tutto per vanificare la partecipazione ignorando i referendum, trasformando i partiti in associazioni private in cui gli iscritti non contano più nulla, sostituendosi agli elettori nella scelta dei rappresentanti, ignorando le proposte di legge di iniziativa popolare…
Da azionisti dei partiti gli iscritti son diventati rompicoglioni!

Allora?

Allora, la scelta peggiore che un elettore possa fare è non votare.

Votate per il meno schifoso, ma votate.

Se proprio siete nauseati, votate le per piccole formazioni estranee alla gestione del potere, ma in ogni caso votare.

Tanto, non votando… votate come vogliono i più forti e certo non metterete in ginocchio il sistema.

Etica e deriva

Ogniqualvolta si affronta un tema “eticamente sensibile” (pessima espressione: le persone sono eticamente  sensibili e non i temi) subito si alza qualcuno che grida “rischio deriva”!

Perché si agita sempre il rischio deriva?

L’idea che si possa lasciare all’individuo la scelta di decidere su determinati trattamenti sanitari viene da alcune parti interpretato come “deriva eutanasica”, eppure ciò non succede in Francia, Spagna, Germania…

Se volgiamo lo sguardo al passato, era sempre lo spauracchio della “deriva dell’istituto matrimoniale” il cavallo di battaglia del fronte che si opponeva all’introduzione del divorzio: le vostre mogli vi abbandoneranno, si diceva da più parti.

In tempi più recenti, sempre questo spauracchio ha bloccato ogni ipotesi di riconoscimento legale delle “coppie di fatto” o del “matrimonio gay”… tutti vogliono metter su famiglia, eppure si grida che si vuole minare il fondamento della società. D’accordo, saranno forme di famiglia più colorite e meno ortodosse, ma non vedo attentato alla famiglia, anzi esplicito riconoscimento di quanto il diritto possa aiutare a consolidare legami affettivi, comunità di fatto, società naturale… contribuendo a far crescere il rispetto per l’individuo e la percezione dei diritti individuali e collettivi.

Allo stesso modo, è sempre lo spauracchio della “deriva dei valori morali” che frena nel dare diffusione alle conoscenze sessuali e alle metodiche contraccettive. E, per proseguire su questa strada, è sempre lo spauracchio della “deriva della società” che determina un autentico ostracismo a ogni ipotesi di lotta alla droga che non sia il solo caldeggiare repressione.

L’etica non si afferma con la Legge o con i Carabinieri ma con l’informazione, la cultura, il radicamento del principio di responsabilità, l’evangelizzazione per chi ha fede o è illuminato dalla fede.

Trasformare il peccato in reato è una logica che non può appartenere allo Stato laico e nemmeno a una organizzazione religiosa che abbia attenzione per l’uomo e l’etica.

La funzione della legge non può essere quella d’imporre un comportamento etico: l’etica presuppone libertà.

L’uomo è libero perché può scegliere il bene e il male.

Visione autoritaria e repressiva, eticamente fragile, quella che intende affermare la moralità non attraverso la persuasione e l’educazione ma con la proibizione, la paura, la legge e i carabinieri. Trasformare in reato quel che è considerato peccato.

Vedo molta miseria morale in chi afferma che il riconoscimento di un diritto sia un cavallo di troia per abbattere un pilastro della società cristiana!

Incarico a Renzi

Oggi, 17 febbraio 2014, il presidente Napolitano affiderà a Renzi l’incarico di formare il nuovo governo repubblicano.

Decretata la fine del PD.

La vita del governo Renzi dipenderà da Alfano e dal suo NCD.

Sarà Alfano a dettare la linea.

Se il governo sarà inefficiente, la responsabilità ricadrà su Renzi e quindi sul PD.

Se il governo farà bene, i meriti saranno degli altri e i demeriti del PD, perché significherebbe che prima era il PD a frenare il buon governo, gli altri, infatti, mantengono nella sostanza le posizioni politiche e con molta probabilità anche gli uomini.

Comunque si consideri la faccenda per il PD sarà una sconfitta e per il Paese non sarà un bene perché è stato inferta una nuova grave offesa alla credibilità delle Istituzioni e alla dignità del Parlamento.

Doppia sconfitta: sul piano dell’azione politica e di governo e sul piano della credibilità istituzionale.

Lo stile politico, poi, è stato quello della peggiore DC e non ne sentivamo l’esigenza.

Il PD, un altro progetto politico archiviato.

Il totoministri

Il totoministri

Sono francamente disinteressato rispetto ai futuri ministri della Repubblica Italiana in stile renziano.
Assolutamente secondario dare un volto ai prossimi ministri, rispetto al problema sostanziale: perché nuove persone dovrebbero fare cose migliori rispetto alle precedenti mantenendo la stessa maggioranza parlamentare?
Questo è il tema.

Siamo in un sistema parlamentare in cui è sempre possibile migliore le proposte del governo, o no?
Siamo in un sistema in cui il potere legislativo compete al parlamento, o no?
Credete veramente che tutto dipenda da colui che guida, dal duce, dal condottiero, dal leader, dal capo…?

Non credo proprio.

Conta la squadra?

Già un po’ meglio rispetto al pensare ai poteri salvifici del leader, ma non ci siamo ancora.

Contano i programmi, intesi come piani concreti e dettagliati di quel che si vuole fare, come farlo, in che tempi e con quali risorse.

Definito tutto ciò, si potranno individuare le persone migliori per realizzare i piani definiti.

Qualcuno mi sa indicare un eccellente ministro che negli ultimi tre decenni abbia risolto un solo problema in modo definitivo?
Scegliete voi l’ambito: giustizia, lavoro, pubblica amministrazione, sanità, scuola, carceri, mezzogiorno, infrastrutture, informazione, rifiuti, ambiente, turismo, corruzione, beni culturali…
Un solo problema risolto, per favore!

Vi risulta che il PD abbia sviluppato un piano occupazionale in grado di accendere gli entusiasmi delle folle, o semplicemente degli addetti ai lavori, e il cattivo governo Letta ha castrato e bloccato tanta meravigliosa costruzione?

C’è una riforma della giustizia fantasmagorica che il PD o altra forza della maggioranza ha presentato al governo ricevendo calci in faccia?

Ci sono favolose proposte di legge per fronteggiare il disagio sociale nelle sue diverse manifestazioni che giacciono in Parlamento perché l’avido governo Letta riempie tutto il tempo di discussione con immondi decreti?

Insomma perché il governo Letta non ha soddisfatto le attese e il governo Renzi dovrebbe funzionare e rilanciare l’Italia?

Non è chiaro, mentre è chiarissimo il nuovo attacco violento che si sferra alle istituzioni parlamentari. Mi spiegate a questo punto a cosa serve il Parlamento e tutta l’inutile folla che lo abita?

Siamo ancora una volta costretti a subire una crisi extraparlamentare, come avveniva negli anni ’50 del secolo scorso ai tempi dei monocolori DC e nei decenni successivi, con l’eccezione di Prodi, che ebbe il merito di parlamentarizzare le crisi di governo.

I parlamentari certamente non rappresentano il popolo italiano; rappresentano se stessi e i partiti che in parlamento li hanno collocati.

I partiti sono associazioni private gestite con modalità padronali e sono ben lontani dall’essere strutture organizzative per raccordare il diritto di associarsi, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, con la rappresentanza politica. I partiti non sono strumenti nelle mani dei cittadini per agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini, alla definizione dei programmi, alla selezione dei candidati… Sono i cittadini a essere nelle mani dei partiti.

Anche con la nuova proposta elettorale su questo fronte non si vede alcuno spiraglio di luce democratica, tutto resta immutato. La circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. I partiti coartano la libertà di scelta degli elettori.

Dovremmo realmente credere che da questa situazione potrà emergere un governo, sostenuto dalla stessa maggioranza di prima, ma in grado di esprimere una forte spinta innovatrice?

Sono proprio curioso di vedere ma sinora ho visto solo la capacità di smuovere il fango, ma non di rimuoverlo.

E l’abominevole e incostituzionale compromesso al ribasso rappresentato da Italicum ci offre il segno di cosa sarà questo rinnovamento: merda che si aggiunge al fango.

Ovviamente, sarò felice di dire “mi sono sbagliato”.

Avanti, dimostratemi che sbaglio.

Italicum compatibile…

@matteorenzi @EnricoLetta @angealfa @QuirinaleStampa @lauraboldrini @PietroGrasso @pdnetwork @forza_italia 

Ecco come rendere #Italicum compatibile con la Costituzione.

Bastano 4 semplici mosse:

1) Premio di maggioranza assegnato al ballottaggio se nessuno al 1° turno raggiunge il 50%+1

2) Eliminare le soglie di sbarramento per l’accesso al Parlamento poiché non servono alla governabilità, assicurata nel caso dal premio di maggioranza; anzi, arrecano danno alla governabilità, spingendo verso la formazione di ammucchiate coalizzate per tentare di prendere il premio e ridurre il rischio di essere estromessi dal Parlamento. La governabilità, invece, richiede accordi programmatici e non essere insieme contro senza sapere poi che fare.

3) Introduzione della preferenza o collegio uninominale perché i partiti non possono sostituirsi agli elettori e non devono coartare la libertà degli elettori, per dirla con parole della Corte Costituzionale

4) Approvare disciplina legale per i partiti al fine di attuare l’art. 49 della Costituzione, stabilire requisiti minimi per l’assunzione delle cariche di partito, garantire trasparenza e democrazia nei processi decisionali interni ai partiti, compresa la selezione dei candidati. Norme che devono essere valide per tutti i partiti che decidono di concorrere alle elezioni per qualsiasi assemblea elettiva. Non dimentichiamo che l’elettore è, con l’eccezione di qualche encomiabile e spontanea iniziativa, prima privato della possibilità di concorrere alla selezione dei candidati e poi con il voto è privato della possibilità di scegliere tra i candidati.

Quattro semplici mosse per cominciare a realizzare la democrazia delineata dalla Costituzione ma negli anni sempre più degenerata in OLIGARCHIA, perché così va definito e classificato il nostro sistema politico-istituzionale.

PS: a questo link la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale (sufficiente inserire 2014 nella casella Anno, 1 nella casella Numero e premere il pulsante Ricerca) oppure disponibile qui in versione pdf nel caso qualcuno non l’avesse ancora letta.

 

La Padania non è razzista

lapadaniaLa Padania non è razzista

E’ bello sapere che la Padania non è razzista: nei confronti del ministro Kyenge sono state sollevate vibranti contestazioni politiche in conseguenza della carenza di attività ministeriale,

E’ bello sapere che possiamo contare su un altro occhialuto censore del governo che con rigore e inflessibilità aiuta i cittadini a essere consapevoli della pochezza di certi politici.

Mi sfugge il momento in cui la Padania ha deciso di svolgere questo ruolo perché non ricordo iniziative simili dal giorno 8 maggio 2008 al giorno 16 novembre 2011 quando un tale Umberto Bossi ricopriva la carica di Ministro per le Riforme Istituzionali.

Considerato che in quel periodo, ben 42 mesi, per la sua splendida assenza di attività il ministro Bossi ha vinto il “Cincischiatore d’oro“, premio europeo al più capace fannullone, e il “Sombrero di platino“, premio al ministro più dormiente, la Padania, di cosa si occupava?