Galeotto fu il libro

Infuriano le polemiche per la distribuzione insieme a Il Giornale del Mein Kampf di Adolf Hitler, mentre passa quasi sotto silenzio l’approvazione del reato di negazionismo.

Ebbene sì, anche l’Italia è entrata nel club dei Paesi che dispongono di una specifica norma penale per punire chi nega una evidenza storica.

Di che si tratta?

Il Parlamento ha apportato modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, aggiungendo il seguente art. 3-bis: “Per i fatti di cui al comma 1, lettere a) e b), e al comma 3, la pena è aumentata se la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah ovvero dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6,7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232, tenendo conto dei fatti accertati con sentenza passata in giudicato, pronunciata da un organo di giustizia internazionale, ovvero da atti di organismi internazionali e sovranazionali dei quali l’Italia è membro”.

Per comprendere la portata di questa innovazione legislativa occorre fare riferimento all’art. 3 della legge 654/1975 come modificata dalla legge 205/1993, meglio nota come Legge Mancino, si proprio quella che non si riesce a modificare per introdurre il reato specifico per punire i comportamenti fondati su omofobia o transfobia; sì, proprio quella mancata modifica che il buon Scalfarotto attribuisce al perverso bicameralismo paritario che la riforma Boschi vorrebbe mandare in soffitta.

Vediamo allora l’articolo 3 che è inasprito dal nuovo art. 3-bis

Art.3 legge n. 654/1975 come modificato dalla legge n. 205/1993

Comma1: Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito

a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Comma 2: soppresso dalla legge 205/1993

Comma 3: È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

La nuova normativa inasprisce le pene se si nega la Shoah o altro genocidio accertato con sentenza passata in giudicato da un organo di giustizia internazionale. Perché il fatto sia punibile occorre che vi sia la propaganda, la pubblica istigazione e il pubblico incitamento.

Però l’art. 3 punisce la sola propaganda e partecipazione ad associazioni aventi  “tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Se uno storico scrive un articolo con il quale sostiene che non è mai esistita una volontà di genocidio da parte di Hitler e che i numeri del cosiddetto genocidio  vanno significativamente ridimensionati … è punibile? Parrebbe di no.

Una associazione che nel proprio programma sostiene che ciascuno deve stare a casa propria e le frontiere devono essere chiuse a chi non appartiene alla comunità nazionale, tranne i permessi per turismo o per lavoro …  istiga all’odio razziale e alla violenza? Direi proprio di no.

Di cosa stiamo parlando, di grazia?

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I diritti delle minoranze parlamentari

I sostenitori della riforma costituzionale si vantano di aver ampliato i diritti delle minoranze parlamentari e di aver introdotto, per la prima volta nel nostro ordinamento, lo Statuto delle Opposizioni.

Molto interessate.

Di cosa si tratta?

Per comprenderlo occorre fare riferimento all’art. 64 del nuovo testo costituzionale.

Il primo comma dell’art 64 è invariato: “Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il nuovo secondo comma recita: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.

Questo sarebbe il grande ampliamento delle garanzie per le minoranze?

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La scelta dei candidati

Un elemento qualificante della democrazia rappresentativa è la scelta dei candidati.

Questa dovrebbe avvenire attraverso due passaggi fondamentali:

  1. la selezione dei candidati a cura di iscritti, attivisti e sostenitori dei soggetti politici che partecipano alla competizione elettorale
  2. la scelta tra i candidati a cura degli elettori.

Perché questi due passaggi possano essere efficaci serve una rigorosa disciplina legale dei partiti per assicurare trasparenza nei processi decisionali interni ai partiti. Una disciplina legale che assicuri democrazia, partecipazione e trasparenza. In assenza di ciò, sarebbe la ristretta oligarchia alla guida dei partiti a nominare i rappresentanti del popolo.

In Italia, al massimo gli elettori scelgono tra un menù prestabilito dalle oligarchie in cabina di comando.

Nella nostra realtà, alla storica opacità che contraddistingue la gestione del sistema dei Partiti, si aggiunge la confusa e poco trasparente selezione dei candidati. Da anni, agli elettori non è data la possibilità di scegliere tra i candidati al Parlamento. Con queste caratteristiche, non c’è alcun dubbio che siamo in un autentico regime partitocratico: una oligarchia che sta portando a compimento il passaggio dal Partito Stato allo Stato dei Partiti.

Qualcosa però si muove. Continua a leggere

Le mamme e… gli orchi

violenzaLe mamme e gli orchi; tra le une e gli altri spesso i figli, come fossero vittime sacrificali di una umanità che non sa amare, ascoltare e vedere.

Tragici fatti di cronaca ripresentano le domande di sempre e l’attenzione si sposta su chi vive al fianco dell’orco.

Come può una mamma difendere l’uomo che violenta le figlie?

Come può una mamma non vedere i segnali di violenza subita dai figli?

Come si può amare chi uccide l’infanzia, la gioia di vivere?

Mistero dell’amore o della perversione?

Ogni fatto tragico che la cronaca ci sbatte in faccia scatena le grida che invocano la pena di morte, la tortura, la castrazione…

Ogni fatto tragico che la cronaca ci sbatte in faccia arrivano, soprattutto se la vittima è di sesso femminile,  i sussurri sulla bellezza della vittima, le sue movenze adolescenziali, la sua precoce sensualità, il provocante abbigliamento… una infinita gamma di commenti che copre l’intera gamma del più truce maschilismo,  da “se l’è cercata” a “nata troia!”. Chissà quando la vittima è un maschietto… A cosa si atteggiava quel giovincello stuprato?

Atteggiamenti inaccettabili.

Non serve gridare al mostro, non serve cercare giustificazioni mortificanti per chi le pronuncia e l’intero genere umano.

In ciascuno di noi può annidarsi un “mostro” e con questa eventualità dobbiamo convivere e fare i conti. Gridare almostro” è spesso un modo per esorcizzare le personali paure, per non confrontarci con esse e con la propria misteriosa natura. Significa non fare i conti con la civiltà umana che ha sempre considerato la vita altrui un bene di cui disporre a piacimento.

La violenza umana sa essere devastante e sconfinata perché l’uomo aggiunge conoscenza, intenzionalità e consapevolezza alla naturale forza biologica, giungendo a una smisurata capacità distruttiva.

La capacità d’amare e di lasciarsi amare è cultura, creatività che dona all’uomo quel quid che lo rende unico nel “regno animale”. L’essere umano deve essere educato all’amore e l’amore è apprendimento, la più grande esperienza intellettuale.

L’individuo deve essere inchiodato alle proprie responsabilità, ma se vogliamo che la società non diventi una giungla in cui prevalga la legge del più forte, della prevaricazione, della violenza, allora dovremo valorizzare gli attrezzi culturali di cui disponiamo non per liberarci dal “male”, ma per dotarci di anticorpi che consentano di limitare i danni.

La capacità di amare, che significa anche rispetto e ascolto, la capacità di dare attenzione, prima forma di giustizia per una comunità, la cultura della legalità sono le risorse che ci consentono sempre di trovare risposte efficaci ai conflitti senza ricorrere alla violenza, che è sempre una scorciatoia che presto o tardi si rivelerà illusoria, ovvero mai risolutiva di un problema.

Solo valorizzando queste capacità a noi specifiche potremo tacitare l’istinto violento e sanguinario.

Ascolto e attenzione perché occorre insegnare a chiedere aiuto e una società civile aiuta a chiedere aiuto, senza giudicare, condannare e biasimare.

Ascolto e attenzione perché non c’è ascolto e non c’è attenzione quando nessuno vede la violenza subita e le tragedie che si consumano sotto i nostri occhi.

Non c’è un mostro, c’è una umanità, connivente e complice, in fuga da se stessa.

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Astenersi dall’astensione

All’approssimarsi di ogni consultazione referendaria in tanti si esercitano sulla distinzione tra voto per l’elezione degli organi elettivi e per il referendum: diritto-dovere il primo, facoltativa opzione il voto al referendum.

La Costituzione non fa alcuna differenza e definisce l’esercizio del voto un  “dovere civico (art. 48 Costituzione).

Il concetto è ripreso all’art. 4 del Testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati.

La legge costituzionale di attuazione del referendum (L. 352/1970) recita all’art. 50: “Per tutto ciò che non è disciplinato nella presente legge si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni del testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361“.

Il successivo art. 51 richiama anche per i referendum le sanzioni penali di cui al Titolo VII del citato Testo Unico, quindi anche l’art. 115 che, fino al 1993, sanzionava chi senza valido motivo non esercitava il diritto di voto.

Altra conferma della non differenza di valore “civico” tra le diverse tipologie di voto viene dal fatto che in sede di discussione della legge attuativa del referendum fu respinto un emendamento per equiparare il “non voto” al “voto contrario” all’abrogazione.

La mancanza del quorum di partecipazione determina la nullità del referendum abrogativo e non equivale a conferma popolare della legge.

D’altra parte, in Assemblea Costituente si giunse alla previsione del quorum di votanti per il referendum abrogativo per il timore che una legge potesse essere abrogata con scarsa partecipazione degli elettori. In origine la proposta di Mortati era di non prevedere alcun quorum di partecipazione elettorale. I Costituenti vollero evitare che una minoranza potesse abrogare una legge votata dalla maggioranza dei rappresentati parlamentari dei cittadini: il quorum serviva a contrastare l’astensione, non per legittimarla.

Il referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, prescinde dal quorum; si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente da quanti abbiano partecipato alla consultazione, a differenza da quanto avviene nel referendum abrogativo.

Perché questa differenza di trattamento tra le due tipologie di referendum? Continua a leggere

L’alleanza alfarenziana mutila l’alfabeto dei diritti

Meglio una legge impoverita che nessuna legge. Non ci sono dubbi, senza però nascondersi la portata politica di quanto avvenuto intorno al ddl Cirinnà che dal “non cambia” è diventato cancellato e sostituito dal testo Renzi-Alfano.

Ci fu un’epoca in cui in un Parlamento dominato dalla DC furono approvate leggi su divorzio, nuovo codice di famiglia e interruzione volontaria della gravidanza. La grande determinazione dei Radicali (fino al 1976 nemmeno presenti in parlamento) consentì la mobilitazione del Paese e di tutte le forze politiche.
Grandi confronti e dibattiti.

Colpisce, invece, adesso la miseria del dibattito politico.

Si è discusso a lungo di utero in affitto, di legittimazione e incentivazione all’utero in affitto, di disgregazione della famiglia fondata sul matrimonio, di necessità di prevedere il reato di utero in affitto… Si è discusso moltissimo, spesso di sciocchezze e falsità. E’ stato dato credito ad affermazioni prive di fondamento logico, culturale e giuridico.

L’utero in affitto è diventato, surrettiziamente e strumentalmente, la nuova frontiera di una battaglia di civiltà. Strano, giacché si tratta di pratica in uso da molti anni. A ricorrervi sono dall’80% al 93%, secondo le diverse stime, coppie eterosessuali; è reato dal lontano 2004. Si tratta di un reato che, se commesso all’estero, è sostanzialmente non perseguibile in Italia perché la pena prevista è inferiore a 3 anni (vedere art. 9 cp); così volle chi ha scritto e difeso la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.

Da quando esiste la legge che punisce la maternità surrogata, mai nessuna incriminazione per il ricorso all’utero in affitto all’estero e nessuno si è curato di applicare la legge per contrastare “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza (…) la surrogazione di maternità” pur avendo sulla carta previsto “la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro” (art 12, comma 6, L. 40/2004). Infatti, in Italia circolano le offerte commerciali delle cliniche in cui si può ricorrere alla gravidanza surrogata (http://www.uteroinaffitto.com/servizicosti/) e persino i servizi offerti da studi legali (http://www.maternitasurrogata.info/contatti). Però, da quando c’è la proposta di allargare alle coppie omosessuali la possibilità di richiedere l’adozione del figliastro, previsione che esiste per le coppie eterosessuali dal 1983, tutti hanno scoperto l’orripilante pratica dell’utero in affitto. Continua a leggere

Maternità surrogata, GPA, utero in affitto… la confusione avanza

Il ddl Cirinnà con la previsione di adozione del figlio del partner (la famosa Stepchild adoption) ha offerto il pretesto per introdurre prepotentemente il dibattito sulla cosiddetta “maternità surrogata”.

Tra le due cose non c’è alcuna attinenza e nessuno ha portato argomenti per dimostrare che la Stepchild rappresenti un aggravamento del rischio al ricorso alla GPA (gestazione per altri).

La Stepchild prevista nel ddl Cirinnà non modifica le pene previste per chi ricorre alla “maternità surrogata” (art. 12 legge 40/2014); non prevede per i componenti  della unione civile un iter facilitato per accedere alla adozione (limitata alla possibilità di chiedere l’adozione del figlio del partner); non prevede alcun automatismo per accedere alla adozione (che dovrà sempre essere verificata dal Tribunale dei minori, al quale compete il compito di verificare che l’adozione sia nell’interesse del minore, secondo il rigoroso iter previsto dalla normativa vigente).

Non è stato sinora presentato un solo argomento a sostegno della tesi che la Stepchild adoption sia un incentivo alla GPA. Continua a leggere