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Società stolta?

E’ una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità. È allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta.

Così, papa Francesco nel suo Discorso ai delegati della CISL il 28 giugno 2017.

In questi termini la questione è mal posta e il messaggio risulta dannoso e fuorviante.

Sembra che tutto si risolva in una sorta di staffetta tra anziani e giovani, come se esistesse una quota fissa di posti di lavoro da occupare sostituendo l’anziano con il giovane.

Non è così.

Non è così perché il lavoro è una quantità variabile e così anche i posti di lavoro che nascono e muoiono esattamente come le persone. Si tratta, quindi, di attuare le politiche necessarie per stimolare la crescita occupazionale perché il lavoro cambia e noi dobbiamo essere in grado di cogliere il cambiamento.

Non è così perché il sistema pensionistico è a ripartizione: chi è in attività versa i contributi che servono per erogare le prestazioni pensionistiche in essere. Quindi, anche ammesso che per ogni persona che va in pensione si assuma un nuovo lavoratore, peggioreremmo il rapporto tra attivi e pensionati con la conseguenza che i nuovi assunti dovrebbero pagare di più per avere domani molto meno.

Non è così perché i dati ci dimostrano che il tasso di sostituzione è sfavorevole, vale a dire non succede che per ogni lavoratore che va in pensione ci sia una assunzione. Non solo non c’è parità tra uscite dal mondo del lavoro e nuove assunzioni, ma una quota rilevante di lavoratori in uscita è sostituita con contratti precari.

Non è vero che l’aumento dell’età pensionabile riduca le opportunità per i giovani. In passato (e in parte ancora oggi) questo argomento è stato usato per sostenere la necessità che le donne restassero a casa, per non sottrarre posti di lavoro agli uomini. Oggi i sostenitori di questa tesi dicono che tenere i più anziani a lavorare sottrae posti di lavoro ai giovani. Seguendo questa logica, se l’età pensionabile fosse abbassata a 25 anni staremmo meglio? Neanche per sogno perché l’allungamento della vita renderebbe insostenibile il sistema perché sui pochi occupati graverebbe il peso dei pensionati e di tutta la popolazione non attiva. D’altra parte, la quota di over 55 in attività in Italia è più bassa rispetto alla media europea, mentre le quote di giovani e di donne in attività sono decisamente più basse. Occorre quindi allargare la popolazione in attività, pensando in modo specifico a giovani e donne. E non va dimenticato che siamo in questa situazione anche perché abbiamo indugiato a lungo con le pensioni di anzianità e le baby pensioni.

Occorre dunque cambiare ottica.

Lavorare meno per avere più occupati può essere un contributo alla soluzione, ma è un terreno scivoloso in una fase di stagnazione economica.

Occorre maggiore equità, intervenendo sui trattamenti pensionistici sproporzionati rispetto ai contributi effettivamente versati e intervenendo sui trattamenti smisurati! Su questo fronte, la prima cosa che andrebbe fatta è sganciare il destino fiscale dei redditi da pensione da quelli da lavoro.

Servono politiche ridistributive e attuare una reale progressività fiscale; tassare le rendite e i patrimoni, incentivando gli investimenti per la crescita occupazionale per restituire funzione sociale al capitale e alla proprietà.

Ma la vera soluzione al problema non può che venire dalla crescita: l’Italia è al palo ormai da decenni.

La crescita deve essere favorita da oculate politiche pubbliche perché “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Costituzione).

Anche un mutamento culturale può favorire la crescita.

Se vogliamo un mondo in cui le persone siano libere di vivere e intraprendere dobbiamo puntare a un sistema flessibile in positivo. Noi conosciamo solo la flessibilità in negativo.

Parliamo e agiamo come se il mondo in cui una persona inizia a lavorare in una azienda e va in pensione con quella azienda sia un mondo ancora prevalente e attraente. Invece, non è prevalente e non è attraente. Come dimostrano i milioni di partite IVA e minuscoli imprenditori in numero senza eguali nel mondo. Se non interveniamo, i lavoratori saranno per i prossimi 25-35 anni massacrati per pagare le pensioni ai già pensionati e a chi andrà in pensione negli immediati prossimi anni con pensioni condizionate dal sistema retributivo. Poi sarà il loro turno andare in pensione, con assegno inferiore ai pensionati attuali e maggiori contributi versati.

Questo è il quadro impietoso. Possiamo modificarlo se partiamo dalla realtà oggettiva o possiamo fregarcene perché sarà un problema di altri…

Se vogliamo occuparcene, allora bisognerà affermare il principio che chi ha versato un centesimo di contributi deve avere di più rispetto a chi non ha versato.

Poiché i contributi previdenziali sono una sorta di risparmio obbligatorio, bisogna abolire il tetto degli anni di contributi per avere diritto alla pensione da lavoro. Siamo nel contributivo e quindi ciascuno avrà in funzione di quanto ha versato e della aspettativa di vita. Così, chi vorrà intraprendere nuovi percorsi lavorativi sarà meno legato alla prospettiva di raggiungere i requisiti per andare in pensione.

L’art. 38 della Costituzione prevede un trattamento economico previdenziale per le situazioni di bisogno indicate dalle leggi dello Stato. Il comma 2 del citato articolo recita “I  lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati  alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

In prospettiva, bisognerebbe garantire a ogni cittadino con la fiscalità generale una pensione uguale per tutti, pagata con le tasse e quindi con il sistema progressivo delle imposte sui redditi. Pensione che sarà integrata dai contributi personali obbligatori, più bassi di quelli attuali, e dai fondi privati.

Il tema è importante per noi e per le future generazioni; riflettiamoci, cercando di avere lo sguardo lungo perché il proprio ombelico non è il centro del mondo.

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