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I diritti delle minoranze parlamentari

I sostenitori della riforma costituzionale si vantano di aver ampliato i diritti delle minoranze parlamentari e di aver introdotto, per la prima volta nel nostro ordinamento, lo Statuto delle Opposizioni.

Molto interessate.

Di cosa si tratta?

Per comprenderlo occorre fare riferimento all’art. 64 del nuovo testo costituzionale.

Il primo comma dell’art 64 è invariato: “Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il nuovo secondo comma recita: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.

Questo sarebbe il grande ampliamento delle garanzie per le minoranze?

Al momento abbiamo una legge elettorale che assegna con certezza la maggioranza assoluta a un solo partito. Ergo, può essere questa maggioranza a decidere come garantire i diritti delle minoranze parlamentari e a disciplinare lo statuto delle opposizioni.

Sono certo che le opposizioni e le minoranze si sentano molto tutelate dal fatto che la maggioranza le prenderà sotto le proprie ali protettive.

Da notare che tutto è demandato al regolamento parlamentare senza stabilire alcun principio, senza definire il minimo sindacale che questo regolamento dovrà garantire.

Tutto potrebbe risolversi in una scatola vuota.

Lo stesso discorso vale per le minoranze parlamentari perché ciascuna camera approva il proprio regolamento. Alla Camera, potrà essere il partito di maggioranza assoluta a decidere il regolamento. Al Senato, dipenderà da quale maggioranza avremo al momento del primo insediamento del nuovo Senato e intanto sono prorogati i regolamenti esistenti.

Qualcuno obietta affermando che non è la Costituzione a dover fissare dei paletti.

Singolare affermazione, non solo perché smentita in generale, ma persino con questa riforma. All’art 55, infatti, gli illuminati costituenti hanno ritenuto necessario affermare che: “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.

Evidente che la Costituzione può e dovrebbe stabilire i principi generali, ma non lo fa quando si tratta di stabilire i diritti delle minoranze parlamentari e lo statuto delle opposizioni.

Però si sprecano su un aspetto ridondante: l’equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza.

Una legge elettorale dovrebbe garantire una equilibrata presenza dei candidati dei due sessi e non nella rappresentanza perché spetterà agli elettori decidere quali candidati eleggere.

Ma poiché loro impongono i capilista ecco che assicurano l’equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza. Peccato che, se saranno sempre le solite cricche ristrette delle segreterie dei partiti a decidere chi candidare, i candidati e gli eletti saranno tutti di un solo genere: quello gradito al capo.

La Costituzione garantisce già pari opportunità di accesso alle cariche elettive. Il problema non è nelle leggi elettorali, ma nell’assenza di una disciplina legale dei partiti che garantisca trasparenza e democrazia nella selezione dei candidati e la partecipazione dei cittadini nella selezione di chi candidare.

Grande assente, dopo tanti decenni e tanti progetti, è ancora una volta la costituzionalizzazione del ruolo dei partiti.

Chissà come mai.

Inossidabile partitocrazia.

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