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Problematica riflessione intorno alla prostituzione

Il mondo della prostituzione è drammaticamente visibile per il suo perverso intreccio con il fenomeno dell’immigrazione e con le organizzazioni che sfruttano il mercato del sesso a pagamento.

La situazione di allarme, spesso perbenista e ipocrita, induce a ripensare il fenomeno della prostituzione.
La soluzione più facile è invocare provvedimenti che ripristinino vecchie modalità di gestione del fenomeno prostitutivo, ovvero la riapertura delle case chiuse, i bordelli autorizzati per legge, quelli che per legge sono stati cancellati con l’approvazione della legge Merlin (20 febbraio 1958 n 75).

Sarebbe necessario, più che chiedere l’abrogazione della Legge Merlin, evidenziare il contributo di grande civiltà di questa legge, senza ignorarne gli effetti negativi.
Nessuno poteva illudersi che chiudendo i casini sarebbe scomparsa la prostituzione. E in ogni caso la prostituzione di strada ha sempre convissuto con i casini. I bordelli illegali esistono in Italia, ma esistono anche in Germania e Austria dove i bordelli sono legali.

Nel XIX secolo la prostituzione temporanea era molto diffusa; attraverso la vendita del corpo la donna riusciva a tirarsi fuori dalla miseria. Innumerevoli ricerche sulla immigrazione dal sud al nord Italia documentano questo non trascurabile fenomeno. La coercizione economica è da sempre una causa di prostituzione e questa è certamente legata alla discriminazione di genere, al ruolo della donna nella società, all’accesso al lavoro e alla istruzione.

La prostituta secondo Marx era la più mercificata nel sistema capitalistico e rappresentava il simbolo della mercificazione umana: “tutto ciò che è tuo devi renderlo venale, cioè utile. Forse che non ubbidisco alle leggi economiche se traggo profitto prostituendo e offrendo in vendita il mio corpo alla voluttà altrui? Gli operai delle fabbriche in Francia chiamano la prostituzione delle loro mogli e delle loro figlie la decima ora di lavoro

Aldilà delle tante teorie intorno alla prostituzione, permane il problema serio: come combattere lo sfruttamento della prostituzione.

Per farlo occorre superare un pregiudizio morale.
La prostituzione sarebbe la vendita di qualcosa che non può essere oggetto di scambio economico perché lesivo della dignità della persona umana.

Ma d’altra parte ciascuno è libero di fare del proprio corpo ciò che vuole.

Il problema allora diviene comprendere quando c’è libertà e quando c’è costrizione, nella consapevolezza che talvolta la costrizione è nelle condizioni di vita.

La prostituzione “è il paradigma, il centro stesso della condizione sociale di ogni donna” che è fatta “prigioniera della sua fica” (Millett). La “fica” si sovrappone alla donna e “la prostituzione è insieme la definizione socialmente convenuta della femminilità e la condizione della schiavitù della donna.

C’è chi sostiene avvenga una separazione tra attività sessuale e attività lavorativa: in gioco non sarebbe la sessualità, ma il corpo dato in prestito, come in ogni attività in cui si vende forza lavoro.

Ma la risposta di altri è che questa teorizzazione conduce al degrado della donna ridotta a “fica” cioè a oggetto non per appagare il piacere sessuale del maschio, ma il desiderio di potere del maschio.
Potere esercitato attraverso il possesso del corpo della donna.
Il maschio disprezza la donna ridotta a un pezzo di carne e la donna disprezza se stessa perché è la sua fica.
Da qui l’inaccettabilità della prostituzione.

Ma se l’atto sessuale è una prestazione fisica come un’altra, allora non c’è differenza tra salire sul ring per prendere a pugni un altro uomo o avere un rapporto fisico per… prendere altro e non pugni.

Ma la prostituzione non può essere assimilata ad altre forme di lavoro.

Il corpo fa parte dell’unitarietà della persona e la donna che si prostituisce, per proteggersi, deve distanziarsi da se stessa. Molto peggio dell’alienazione di marxiana memoria.

D’altra parte, secondo una visione non del tutto infondata, sino a ieri, prima delle conquiste femministe, moglie e prostituta erano due volti della stessa condizione di discriminazione a cui era soggetta la donna da un sistema maschile del potere e dei rapporti sociali.
Che si tratti di moglie o che si tratti di prostituta c’è sempre qualcuno che usa a piacimento il corpo della donna, ma almeno nel ruolo di prostituta è la donna che usa la miseria maschile, facendosi pagare per la teatrale prestazione fisica.
Più o meno questa la teoria sostenuta dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute.
Le Lucciole sostengono di essere libere nella loro scelta di vendere l’uso del corpo a chi credono, e vorrebbero farlo in pace, senza il rischio di essere fagocitate dalle organizzazioni criminali.
Regole, diritti, tutele ma anche doveri, questo chiedono per uscire da una condizione a cavallo tra clandestinità e criminalità.

Ci sono state donne che hanno teorizzato che sia meglio venderla a caro prezzo a tanti e non solo a uno per una minestra…
Era la contestazione, portata all’estremo, dell’istituto matrimoniale e della schiavizzazione della donna nella famiglia, con largo uso della violenza spesso tollerata.
Persino il codice penale rifletteva questa condizione di inferiorità sociale della donna.
Violenze, molestie, stupro… tutto era consentito.

Se analizziamo il fenomeno contemporaneo, notiamo che sono in aumento gli uomini che si prostituiscono con le donne; in questi casi sono le donne che pagano. E’ in aumento il numero di turiste per piacere sessuale, in prevalenza quarantenni, ma sono in aumento le sessantenni e le trentenni.

Non si tratta, dunque, di prostituzione omosessuale che già in tempi lontani si contrastava con concessioni pittoresche; basti pensare alla Venezia del ‘500 in cui esisteva una zona (il ponte delle tette) dove le prostitute erano autorizzate a mostrarsi a seno nudo perché i maschi non cadessero tra le braccia dei travestiti…

E’ ormai diffusa la prostituzione eterosessuale in cui a vendere è il maschio e a comprare è la femmina. Anche qui spesso la molla è la coercizione economica, la mancanza di opportunità e poiché adesso, a differenza di un tempo, ci sono anche tante donne in grana ecco che anche per l’uomo la prostituzione diviene una soluzione ai problemi del vivere. Ma fino a che punto è la coercizione economica a spingere verso la prostituzione? Quanto incide una visione mercantilista del corpo e l’idea di fare soldi facilmente?
Si tratta di un fenomeno, ormai diffuso in larga parte del mondo, poco indagato, ma d’altra parte anche sulla prostituzione femminile ne sappiamo poco, se escludiamo la prostituzione di strada e la riduzione in schiavitù di tante donne per mano delle organizzazioni criminali.

Negli ultimi anni, il gran dibattere di bunga bunga e olgettine ha fatto emergere una diffusa cultura del tipo “che c’è di male”.
Il fenomeno delle escort, le squillo d’alto bordo, quelle che si “fanno pagare un mucchio di soldi per una bottarella, manco l’avessero d’oro“, di cui poco sappiamo in termini di diffusione, è un’altra faccia della prostituzione, ovvero della mercificazione della prestazione sessuale.
Le accompagnatrici, molto diffuse nel mondo del business. Molte aziende fanno largo uso di agenzie che procurano ragazze che hanno il compito di tenere compagnia ai clienti dell’azienda… non sono tenute ad avere prestazioni sessuali, ma se vogliono farlo sono affari loro… e diciamo che talvolta fanno affari…

Fatti di cronaca ci raccontano di insospettabili casalinghe, lavoratrici autonome e studentesse che  organizzano e gestiscono la propria prostituzione.

Le casalinghe diventano squillo
Bergamo: oltre 400 le casalinghe squillo
Crisi, e le casalinghe diventano squillo
Casa gratis in cambio di sesso
Firenze, nello scandalo escort anche alcune studentesse
Le studentesse che si prostituiscono

Testimonianze della tendenza crescente a ricorrere alla prostituzione per soddisfare bisogni di sopravvivenza, ma anche per soddisfare bisogni consumistici che fanno coincidere l’autostima con il possesso di beni materiali: una borsetta griffata, un abito alla moda…

Si tratta di vittime?
Certamente, ma forse della dominante cultura consumistico-produttiva che mercifica tutto, allora tutti rischiamo di essere vittime.

Poi c’è il mondo del porno, che spesso genera prostitute perché non tutte hanno successo… e talvolta emancipa la prostituta che dal marciapiede passa al palcoscenico…

Si diceva un tempo “la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica“, ma anche questo è stato molto criticato anche da movimenti femministi.

La prostituzione si avvia ad uscire dai confini del rapporto predatorio del maschio sulla femmina, sino a contemplare anche il suo opposto, e una visione consumistica del sesso porta a una accettazione del vendere sesso come forma per avere gratificazione e appagamento. Dovremmo parlare di sex worker.

La cultura mercantilista del corpo non si contrasta riducendo la prostituzione a una forma di violenza dell’uomo sulla donna.

Resta il tema più drammatico: l’esercito di donne sfruttate e schiavizzate, vittime della delinquenza organizzata.
In questa situazione non basta riaprire le case chiuse, sarebbe la legalizzazione dello sfruttamento. Esistono già in tutte le città italiane “casini” abusivi in cui lo sfruttamento è la norma.

Se consideriamo questa complessità, ci rendiamo conto che le proposte legislative in campo sono grezze e contraddittorie.

Non c’è un problema sicurezza generico; c’è un problema di sicurezza per le donne che vanno protette dalla riduzione in schiavitù, dalla sistematica violenza che subiscono, dallo sfruttamento.

Poiché le donne in queste condizioni sono in prevalenza immigrate, occorre una politica di accoglienza perché quella promessa di pane e lavoro che le ha condotte qui non si trasformi in un inferno.

Serve una politica sanitaria, serve attuare regolamentazioni perché l’assenza di regole rischia di creare la più drammatica clandestinità.

Serve una educazione che superi la mercificazione della sessualità e della donna in particolare.

Serve una azione repressiva forte e determinata contro lo sfruttamento della prostituzione.
La sensazione è che ci siano molte connivenze nel sostanziale lassismo che osserviamo nel modo in cui si svolgono gli affari sulle strade italiane.

Se vogliamo contrastare la cultura della mercificazione del corpo, se vogliamo affermare la cultura che vendere e comprare sesso è attività che offende la dignità della persona occorre agire sul fronte della educazione. Fronte sul quale non vedo impegno.

Riaprire o non riaprire i bordelli… discutiamo pure, ma i programmi di educazione potrebbero essere svolti a prescindere dalla normativa in vigore in un Paese. Perché non si fa? Campagne di sensibilizzazione aiuterebbero ad accrescere la percezione della negatività della prostituzione, che è pur sempre una forma di sfruttamento. Che facciamo su questo fronte?

Oggi, sono in tanti a mettere in discussione la politica dell’accoglienza e mi spiace profondamente che il nostro pessimo sistema informativo non metta in risalto il successo certificato ottenuto in Italia nel far uscire molte donne dallo sfruttamento e dalla miseria.

Grazie a interventi mirati e a una normativa d’avanguardia (l’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione, già art 16 della legge 40/1998), mediamente ogni anno in Italia circa mille vittime riescono a emanciparsi e denunciano i propri sfruttatori. L’originalità del modello italiano è che incentiva le vittime a collaborare con le autorità attraverso un programma di protezione sociale, al termine del quale le vittime non sono  semplicemente rimpatriate, come succede negli altri paesi, ma ottengono un permesso di soggiorno e sono aiutate a trovare una occupazione o a riprendere gli studi. Non va dimenticato che le persone che vogliono  uscire dalla situazione di costrizione, desiderano anche riuscire a restare in Italia o in Europa, continuare a mandare soldi a casa, realizzare il proprio progetto migratorio. Il successo italiano è stato reso possibile da una norma di legge ma è la rete di associazioni che lavorano a diretto contatto con le sex worker che consente di ottenere  questi splendidi risultati impegnandosi concretamente contro lo sfruttamento e la tratta, spesso superando visioni molto diverse sulla prostituzione.

Mentre riflettiamo su quale modello adottare per gestire e contenere il fenomeno prostituzione o per combattere la prostituzione sino a ipotizzarne la scomparsa,  attuiamo programmi educativi adeguati per contrastare l’idea che comprare e vendere sesso sia una ordinaria attività commerciale e potenziamo gli interventi a sostegno della stragrande maggioranza di persone che praticano la prostituzione e vorrebbe smettere, ma per farlo necessita di un sostegno adeguato, non di essere rimpatriate.

PS: per approfondimenti consiglio la lettura di Vendere e comprare sesso, Giulia Garofalo Geymonat, il Mulino, 2014

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