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Dal pugno alla sberla

pugnoDal pugno alla sberla: le nuove frontiere del pensiero pedagogico papista.

C’era un tizio che invitava a porgere l’altra guancia… a chi già una sberla ti aveva rifilato… Lo stesso tizio non escludeva l’uso del bastone per cacciare i mercanti dal tempio… Avrete senz’altro capito chi è il tizio a cui faccio riferimento.

Non è una contraddizione, ma un invito a ricorrere alla forza in casi estremi.

Adesso abbiamo il Papa che afferma quanto risulta evidente a chiunque: se offendi qualcuno o qualcosa che è caro ad altri devi attenderti che ti possa arrivare un pugno, che qualcuno possa reagire violentemente.

Ci sta, è ovvio: dal punto di vista della valutazione del rischio va contemplato il pugno tra le possibili reazioni…

Fatta questa banale premessa, una reazione violenta va giustificata, approvata o in ogni caso condannata?

Se la vittima di una offesa con il proprio comportamento è causa dell’offesa patita… ciò costituisce una attenuante, ma è questo che ci interessa considerare?

È una cosa ovvia e persino recepita dal nostro sistema giudiziario, ma forse dovremmo cercare di superarla se vogliamo costruire un mondo in cui si riesca a tenere a bada gli impulsi violenti.

In nome di questo concetto (il comportamento offensivo che è causa della reazione violenta) sino a ieri quasi si assolveva l’autore di omicidio per causa d’onore. In nome di un malinteso senso dell’onore si poteva uccidere il coniuge, la figlia, la sorella e colui con cui si intratteneva illegittima relazione carnale… non era contemplata la mamma tra le persone che si potevano allegramente eliminare… eh, la mamma è sempre la mamma!

Vogliamo rinverdire quei bei tempi andati?

Possiamo arrenderci alla evidenza che la violenza sia parte della natura umana o possiamo fare ogni sforzo necessario perché formazione e educazione aiutino ogni individuo a tenere a freno l’impulso aggressivo.

La violenza non è una risposta: a chi ti offende chiedi “perché“, chiedi di motivare il giudizio; è un comportamento molto più disarmante o se proprio non ti va giù… rivolgiti alla magistratura. Con un semplice perché, quasi sempre scoprirai che chi offende è un imbecille perché nelle generalizzazioni si annidano le peggiori stupidità e i più tristi pregiudizi.

Se l’offesa è rivolta specificamente a te, scoprirai dalle motivazioni che il tuo comportamento ha dei risvolti che avevi sottovalutato oppure che il tuo interlocutore è un cretino o ha dei risentimenti. Ottima occasione per chiarire.

Un conflitto, qualsiasi conflitto, ha in sé l’elemento dello scontro, ma anche quello della opportunità di ridefinire i rapporti e gli equilibri.

Se ci concentriamo solo sullo scontro… è finita, sarà sempre guerra.

Altra storia, ovviamente, l’uso della forza per legittima difesa.

Se invece l’invito del Papa è alla cautela perché determinate offese possono scatenare reazioni dalla violenza spropositata, allora torniamo  alla valutazione di rischio. Il rischio di tale atteggiamento ispirato a buon senso è che eviteremo gli eccessi per il timore delle conseguenze e non avremo ottenuto grandi risultati perché ci sarà sempre un debole di turno su cui infierire impunemente.

Non c’è moralità, non c’è crescita civile nella costrizione e nel non fare per paura della reazione.

Qualche osservazione merita anche la rivalutazione della sberla correttiva.

E’ scritto solo nella nostra pigrizia che talvolta ci vuole; se imparassimo a tenere a freno le mani scopriremmo che ci sono tanti modi per spiegare, insegnare, educare… senza ricorrere alla violenza. Un bambino è in grado di comprendere tutto ciò che serve al suo bene e alla sua incolumità senza bisogno alcuno di ricorrere alla forza, alle minacce, ai ricatti.

Certo, è più facile raccogliere consensi con affermazioni che suonano bene alle orecchie di chi vorrebbe sempre menare le mani e fare il mazzo a mezzo mondo, ma invece di fare il mazzo a qualcuno, facciamocelo… per affermare nella vita quotidiana – e non a parole – i principi in cui diciamo di credere.

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