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C’è chi non può mangiare

expoA breve l’Expo 2015 aprirà sul tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita: un tema importante, forse il tema dei temi.

Sarebbe bello che si lasciassero da parte le retoriche di sempre. Quelle proprie della propaganda cattolica, conservatrice e anche della autodefinitasi sinistra. Sarebbe bello che l’ideologismo parolaio di gran parte del mondo cosiddetto antagonista lasciasse spazio all’analisi della realtà e alle politiche concrete che si possono varare per la crescita sostenibile e la lotta alla miseria. Sarebbe bello che la Chiesa cattolica e il suo Pontefice si astenessero dalla propaganda populista e conservatrice che inneggia alla famiglia numerosa come speranza per il futuro; speranza di cosa?

Si pretende di combattere la povertà e la fame senza intervenire sugli aspetti nodali del problema: risorse e demografia.

Dal 1950 a oggi la popolazione mondiale è passata da 2.555 milioni agli attuali 7.292 milioni.

La crescita più forte è stata in Africa da 228 milioni a oltre 1.100 milioni.

Nel 2050, tenendo conto della riduzione in atto del tasso di crescita demografica, saremo in 9.550 milioni.

popolazioneDal 1950 a oggi la produzione di cereali è triplicata. Anche se di stretta misura, la superiore crescita produttiva dovrebbe soddisfare il maggior numero di bocche. Non è così, per molteplici le ragioni. Schematicamente.

1) Lo sviluppo delle economie emergenti determina maggiore capacità di spesa, per quanto contenuta, in tutta la popolazione: un indiano di oggi sta molto meglio di un indiano degli anni ’50. Ciò determina una maggiore richiesta di cereali e un aumento del consumo pro capite: il primo consumo alimentare che aumenta con il miglioramento delle disponibilità economiche. E’ successo in Cina, Brasile, sud est asiatico… Il fenomeno è noto: la stessa cosa avvenne in Italia a cavallo tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso. Finalmente, almeno pane e polenta potevano essere consumati a volontà. Poi i consumi di cereali si stabilizzano e continuano a crescere i consumi di carne. Oggi, la produzione mondiale di cereali è valutata insufficiente per oltre il 3%.

2) Il consumo di carne mondiale è quadruplicato in circa mezzo secolo. Nello stesso periodo la Cina ha moltiplicato per sei i consumi di carne: da 9 chili pro capite è passata a 55 chili pro capite (l’Italia è a 90 circa e gli USA e la Spagna – in cima alle classifiche mondiali – sono sopra i 120). Gli allevamenti assorbono un terzo della produzione mondiale di cereali. Per produrre un chilo di carne quanti cereali e acqua occorrono?

I 18 miliardi circa di animali destinati all’alimentazione umana inquinano l’atmosfera tanto quanto l’intero parco di autoveicoli circolanti; inquinano il suolo e le falde acquifere in modo rilevante, ponendo un serio problema di trattamento dei liquami e conseguente lievitazione dei costi, se vogliamo contenere il devastante effetto sull’ambiente.

3) L’agricoltura e la zootecnia sono sempre più dipendenti dal petrolio. La disponibilità di terra coltivabile e di acqua sono indispensabili, ma il petrolio ha assunto un ruolo determinante. Per i macchinari, le pompe che estraggono acqua dalle falde, i fertilizzanti azotati e i pesticidi prodotti dall’industria chimica, la produzione di mangimi; il trasporto, la trasformazione, il confezionamento e la refrigerazione dei prodotti agricoli: tutto dipende dal petrolio. L’aumento del prezzo del greggio ha determinato un forte impulso alla produzione di biocombustibili, sottraendo terreno coltivabile ai fini dell’alimentazione umana. Già adesso si calcola che circa il 7% della quota della produzione mondiale di cereali, già in sé insufficiente, è destinata alla produzione di etanolo.

In sostanza, si è radicalmente modificata la struttura sociale e nel contempo si è affermato in tutto il mondo il modello di sviluppo occidentale consumistico-produttivo. Questo modello chiuso, che corre tra produzione e consumo, fortemente ancorato al PIL, misuratore degli scambi, privilegia la produzione di merci e servizi, stimolando stili di vita consumistici basati su un indotto sentimento perenne di insoddisfazione. Anziché ricavare soddisfazione dall’uso delle cose, ricaviamo soddisfazione dal consumo delle cose: buttare cose ritenute vecchie per far posto a cose nuove dalle capacità fantasmagoriche che useremo più o meno come prima. In una corsa senza fine dove ciascuno di noi diventa un prodotto: cogito ergo sum è divenuto consumo ergo sum.

Questo sistema si basa sull’idea dell’inesauribilità delle risorse e sulla presunzione della loro infinita sostituibilità. Dal legno al carbone, dal carbone al petrolio e poi all’energia nucleare e poi… si vedrà. Tutto si riduce a una questione di tecniche da inventare. Ma la tecnologia può sostituire una risorsa con un’altra, non può creare nuove risorse. Le risorse sono limitate.

Lo sviluppo delle capacità industriali e della tecnologia ha nel corso del XX secolo indotto molti a ritenere che non ci fossero più limiti allo sviluppo del genere umano e che presto fame, carestie, miseria… sarebbero state un triste ricordo.

Se è vero che le capacità produttive sono notevoli, la stessa affermazione non può essere fatta per le risorse alimentari che hanno un limite oggettivo nel pianeta.

uso acquaLe risorse del pianeta non sono infinite e per l’alimentazione umana servono territorio, acqua, energia. Possiamo, infatti, produrre quel che vogliamo, ma non possiamo mangiare ogni cosa che produciamo.

La crescita economica non può prescindere dalla capacità di produrre risorse alimentari.

Il sistema nutrizionale investe direttamente il tema energetico, della lotta alla povertà, del modello di sviluppo e in ultima analisi il tema dello sviluppo sostenibile e del futuro del pianeta.

L’Europa per rispondere alla maggiore richiesta di carne, iniziata nel dopoguerra, ha intensificato la produzione in allevamento: gli animali non crescono più al suolo, ma in gabbie e stalle con alimentazione forzata e conseguente somministrazione di medicinali e prodotti chimici per accelerare la crescita.

Negli anni 50 un pollo viveva 3 mesi prima di finire in tavola; oggi solo 45 giorni; mucca pazza, vitello agli estrogeni, pollo all’antibiotico… sono solo alcuni prodotti di questa industrializzazione della zootecnia.

Per aumentare la produzione di carne servono territori e risorse idriche e alimentari. Oggi gli allevamenti assorbono un terzo della produzione mondiale di cereali.

Ripensare il modello di agricoltura, combattendo gli sprechi e riconvertendo le coltivazioni in eccesso; ripensare il modello di zootecnia, per migliorare la competitività, la qualità e la produttività; educare all’alimentazione sana e corretta, favorendo la diversificazione alimentare e riducendo l’apporto di proteine animali; sfruttare al meglio le risorse della tecnologia mi sembrano linee politiche da seguire con  urgenza. E su tutto, occorre avviare politiche che favoriscano la denatalità.

Mentre c’è ancora chi muore di fame, il mondo industrializzato rischia di morire per eccesso di cibo: diabete e obesità saranno a breve due emergenze sanitarie che rischieranno di mettere in ginocchio il nostro sistema sociale per l’insopportabile livello del costo della sanità.

Occorre ripensare anche al sistema distributivo, funzionale al sistema consumistico. La sempre maggiore concentrazione della popolazione nelle aree urbane, con il conseguente allontanamento dalle zone di produzione agricola, determina sprechi distributivi, con quantità ingenti di cibo che ogni giorno finisce nella spazzatura.

Manca un qualsiasi sforzo di educazione alimentare.

Se nel mondo occidentale i consumi alimentari diminuissero, sarebbe solo un bene; ma appena si registra un calo dell’1% del PIL nel settore alimentare c’è chi si lancia in grida allarmistiche… quando, in base alle stime, quel che finisce nella spazzatura va dal 5 al 10% degli acquisti alimentari.

Ovviamente, la soluzione di un problema così complesso non sta in una sola carta ma in un mazzo di carte che dobbiamo imparare a giocare.

Occorre ritrovare la relazione tra abitudini alimentari e sviluppo sostenibile, intrecciando l’aspetto nutrizionale con il modello economico consumistico-produttivo e con l’aspetto energetico, tenendo conto della pressione demografica e dell’esigenza di preservare l’ambiente.

Crescita demografica e crescita economica determinano un aumento di consumi alimentari e inquinamento; ma poiché le risorse agricole e idriche sono limitate, se non perseguiamo una politica di riduzione della natalità, rimane un miraggio l’obiettivo fame zero.

L’eccessiva antropizzazione determina una continua alterazione dell’equilibrio naturale; equilibrio dinamico, e mai statico, che necessita di tempi per essere metabolizzato. Il rifiuto è caratteristica intrinseca di ogni forma di vita; basti pensare al metabolismo. La natura riesce a digerire i propri rifiuti, ma sino a una certa soglia, superata la quale si compromette l’equilibrio naturale e con esso si compromette l’esistenza stessa.

Occorre riflettere sul modello di sviluppo e interrogarsi sulla necessità di valutare quale sia lo sviluppo sostenibile per il nostro pianeta, e quindi anche per noi, possibilmente ponendoci qualche domanda su come sconfiggere fame e miseria. Sinora abbiamo fallito.

Tutto sarà vano, però, se non cominciamo ad affrontare il tema delle politiche per favorire la denatalità.

Va decisamente abbandonato l’atteggiamento culturale, ancora diffuso, che ignora le trasformazioni sociali degli ultimi decenni e la dimensione planetaria dei problemi demografici.

Non abbiamo bisogno di rievocare la politica d’incremento demografico di mussoliniana memoria e la desolante immagine delle braccia per i campi.

Politica che è cambiata nei toni, ma non nella sostanza. Facile a chiunque constatarlo, ascoltando sul tema i tanti interventi di esponenti politici e religiosi che sembrano non essersi accorti che gli italiani mettono al mondo pochi figli, ma la popolazione mondiale cresce a ritmi notevoli, vanificando ogni positività che può derivare dalla crescita economica per il miglioramento delle condizioni di vita. Basti osservare come il tema del controllo delle nascite sia ancora un tabù; e laddove non lo è viene affrontato in modi autoritari e discriminatori.

Dalla famiglia patriarcale, tipica di una società agricola, siamo passati in breve tempo alla famiglia mono-nucleare tipica della società industriale e post-industriale; il costo della vita è cambiato e spesso per vivere una famiglia ha bisogno di due stipendi; lo stile di vita è profondamente mutato, così come i bisogni individuali.

Eppure ancora oggi si presenta come un pericolo per il futuro il fatto che gli italiani facciano pochi figli, come se il mondo non fosse pieno di figli e come se non esistessero i milioni di disperati che premono alle nostre frontiere.

Dalla metà del secolo scorso l’Italia è passata da circa 48 milioni agli attuali circa 61 milioni.

Dal 1950 a oggi il Kenya è passato da 6 milioni a 46.

L’Etiopia da 20 a 98.
L’Egitto da 21 a 84.
Il Marocco da 9 a 34.
La Nigeria da 31 a 181.
Il Sudan da 8 a 39.
Il Brasile da 53 a 203.
Il Messico da 28 a 124.
L’Indonesia da 82 a 254.
L’Iran da 16 a 79.

L’Africa da 228 milioni a oltre 1.100 milioni, nonostante le guerre, le carestie, le epidemie. Il mondo ha quasi triplicato la popolazione in soli sei decenni e poco più.

Cosa sarebbe l’Italia se la popolazione nazionale fosse cresciuta con il ritmo del resto del mondo?

Con questi numeri, e i problemi che portano con sé, vogliamo ancora ragionare secondo i vetusti criteri della nazionalità? Siamo sicuri che l’incremento delle nascite sia un fattore di crescita, come si continua a ripetere?

In tanti proclami che sentiamo da politici ed esponenti del clero c’è l’enormità dei problemi che per i loro ottusi pregiudizi è tabù affrontare

L’alta mortalità infantile, ma non solo questa, induceva a elevata procreazione e quest’ultima rispondeva anche a criteri economici di aiuto nei lavori domestici e nei campi. Siamo ancora ancorati a questo costume sociale?

Il nostro stile di vita, il moltiplicarsi delle forme famiglia, il superamento della cultura proprietaria dei figli… hanno prodotto un nuovo modo d’intendere la genitorialità.

Perché, allora, quando si parla di famiglia ogni discorso pubblico va immancabilmente a uomo, donna, figli, aiuti alle famiglie numerose? Occorre ancora procreare braccia per i campi e per le fabbriche e per le guerre di Stato…?

La popolazione mondiale cresce a ritmi sostenuti; è un fatto che è quasi triplicata nel tempo che porta una donna italiana dalla nascita alla pensione.

Il controllo delle nascite è ineludibile, se vogliamo sconfiggere fame e miseria.

Molti dei Paesi da dove provengono tanti  immigrati hanno alle spalle ottime crescite economiche, ma nonostante ciò la miseria dilaga. Senza dubbio le cause sono tante, ma tra queste c’è anche da considerare che la crescita economica è aritmetica mentre quella demografica è esponenziale. Se la popolazione raddoppia nel giro di 15-20 anni non c’è crescita economica che tenga!

I bambini generano domanda, non c’è dubbio; generano anche costi: assistenza medica, scuola, inquinamento… e prima di contribuire al pagamento delle pensioni devono essere sfamati, educati, diventare adulti e trovare un lavoro.

Se pensiamo che i figli contribuiscano alla crescita del PIL, proseguiamo su questa strada, ma non dimentichiamoci che una maggiore popolazione richiede case, servizi, territorio… e i servizi richiedono entrate pubbliche, vale a dire tasse, e le risorse del pianeta non sono infinite.

Nel 1931 in Italia eravamo in 41 milioni; nel 1951, 47,5 milioni nonostante la guerra! Se la popolazione fosse aumentata con lo stesso ritmo, saremmo oggi in 80 milioni, ammesso che ci fosse stata una guerra in ogni ventennio, che fosse rimasto stabile l’indice di mortalità infantile e l’aspettativa di vita. Se invece consideriamo l’assenza di guerre, i progressi raggiunti che hanno abbattuto la mortalità infantile e ci pongono in cima alla classifica mondiale nell’aspettativa di vita, allora saremmo almeno in 100 milioni. Non credo sia difficile immaginare cosa sarebbe l’Italia se fosse abitata da 100 milioni di persone. Pensate ai problemi del traffico e dell’inquinamento o semplicemente alla gestione fallimentare dei rifiuti.

Il tema dei temi è poi l’immancabile affermazione: il sistema pensionistico sarebbe più bilanciato.

nasc disocNeanche per sogno. Se il sistema pensionistico non è bilanciato ciò è dovuto al fatto che la crescita dell’attesa di vita non è stata accompagnata da un allungamento della vita lavorativa e al pessimo sistema che consentiva di andare in pensione con appena 15 anni di lavoro, con un assegno pensionistico non commisurato ai contributi versati. In ogni caso, non siamo e non lo siamo mai stati in una situazione di piena occupazione. Una maggiore natalità significherebbe maggiori costi sociali e, nelle condizioni perenni dell’Italia, maggiore disoccupazione.

Chi pensa che l’economia sia in dipendenza anche della crescita demografica, si pone all’interno di una logica consumistico-produttiva, considerando la persona umana come un qualsiasi bene di produzione. Costoro, dovrebbero fare i conti anche con i milioni di persone che si affacciano sull’italico suolo: si cimentino a offrire loro servizi e lavoro come fossero nostri figli…

L’aspettativa di vita sta crescendo ovunque e a ritmi sostenuti nelle regioni a più alto tasso di crescita demografica: Africa, sud-est asiatico, America centro-meridionale.

In questo contesto, insistere sulle politiche per la natalità è follia pura, incapacità a confrontarsi con la realtà. Tra i tanti interventi possibili, occorre valutare l’opportunità di legare gli aiuti umanitari a programmi concreti per lo sviluppo dei diritti umani, la diffusione della contraccezione, programmi di educazione alla sessualità e genitorialità responsabile.

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