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Il fallimento del federalismo

lega2In Italia il federalismo vanta nobili origini e, considerata la nostra Costituzione, da molto tempo sarebbe stato agevole rafforzare il decentramento e giungere a un’organizzazione di tipo federale. La Costituzione da sempre prevede Regioni e Province a statuto speciale, con ampia autonomia, e anche le Regioni a Statuto Ordinario, che però saranno istituite solo nel 1970. Ciò non deve stupire, l’attuazione della Costituzione è stata lentissima, ampiamente ostacolata da larghi settori politici e in parte ancora incompiuta.

Non bastarono l’epoca tumultuosa e in parte tuttora oscura dell’autonomismo siciliano e la crisi altoatesina sfociata nel terrorismo, a imporre in Italia un serio dibattito sul superamento dello statalismo e sul federalismo. Temi per nulla cari alla DC e nemmeno al PCI che non andava oltre il “centralismo democratico”.

Agli inizi degli anni novanta, dopo Tangentopoli, il movimento leghista conosce soprattutto in Lombardia e nell’Italia settentrionale una crescita impetuosa. Il protagonista di questa crescita è Umberto Bossi e il gruppo dirigente al suo fianco. La linea politica oscilla tra la secessione e la trasformazione dell’Italia in una Repubblica Federale costituita da tre macro-regioni.

Nel ’94, con Berlusconi, la Lega arriva al Governo; in breve, abbandona la maggioranza capitanata dal “mafioso di Arcore” e alle nuove elezioni del 1996 le elezioni sono vinte dal centro-sinistra.

Nel centro-sinistra si apre un dibattito intorno alle funzioni delle Regioni e alla organizzazione dello Stato, con l’obiettivo di realizzare il cosiddetto federalismo fiscale, vale a dire l’autonomia finanziaria. Probabilmente la reale preoccupazione del centro-sinistra era spuntare le armi elettorali della Lega nel timore – poi verificatosi – che potesse tornare ad allearsi con il centro-destra di Berlusconi.

Si giunge così nel 2001 alla riforma del Titolo V della Costituzione. La potestà legislativa appartiene allo Stato e alle Regioni; le competenze sono divise per materia; ogni materia è esclusiva dello Stato o “concorrente”, in altre parole statale e regionale. La Regione ha autonomia amministrativa. E’ prevista anche l’autonomia finanziaria, ma su questo ancora oggi si arranca.

La riforma approvata sotto il governo di centro-sinistra di Amato, diventerà definitiva per conferma referendaria sotto il governo di Berlusconi, con la Lega nuovamente in maggioranza.

Subito quella riforma fu considerata pessima da più parti e, in effetti, aprì a un caos interpretativo mai esauritosi e sfociato in un perenne contenzioso tra Stato e Regioni. Non a caso, la nuova riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi, se approvata, riformerà in profondità la riforma varata appena 13 anni fa.

Perché il federalismo ha fallito?

Perché le Regioni sono in breve divenute tra gli Enti politico-amministrativi meno amati?

Perché in questi decenni le Regioni sono al centro della sistematica attività criminale intrecciata con la politica o con lo sperpero di ingenti risorse pubbliche?

lega3Come ricordato, si giunse ad approcciare il tema del decentramento e del federalismo sulla scia della crescita elettorale della Lega. Ciò non rese facile il dibattito, non solo per il continuo oscillare della Lega tra secessione e federalismo, non solo per la povertà della elaborazione culturale della Lega, ma soprattutto perché si caratterizzava come una esigenza avvertita dal settentrione d’Italia in contrapposizione con il meridione, presentato come una zavorra. Se si propone una lettura della realtà storica in cui il meridione lucra sull’assistenzialismo statale a spese del settentrione, si rischia il conflitto e la rottura dell’unità nazionale. Difficile affermare uno sviluppo federale se non si trova il punto di equilibrio che possa rendere vantaggiosa questa svolta per ogni parte del Paese.

Il punto di equilibrio in effetti si trovò.

La Lega Nord per l’indipendenza della Padania nel momento stesso in cui accantona l’ipotesi secessionista cessa di avere un progetto politico chiaro, per quanto velleitario e anacronistico.

Questa indeterminatezza progettuale ha finito per lasciare spazio a ogni opportunismo, rendendo possibile l’occupazione del potere per fini personali. Ciò non significa che nella Lega non vi siano persone capaci, oneste e anche ottimi amministratori (come d’altra parte ve ne sono stati nella DC, nel PSI…), ma che la Lega è stata dominata con cinismo, opportunismo e strumentalità da un gruppo dirigente che ha sfruttato i problemi dell’Italia per costruire la propria fortuna politica e non solo politica.

La Lega ha costruito il proprio successo sul motivato scontento verso lo Stato centralista e la burocrazia parassitaria, espressione delle volontà del governo centrale. Ha denunciato lo spreco di risorse per fini clientelari, la crescita elefantiaca della pubblica amministrazione e delle aziende monopoliste, le connivenze con la criminalità organizzata per il controllo totale del territorio… Tutte denunce, portate avanti più con la pancia che con la testa, contribuendo a determinare il trasferimento a livello locale dei problemi tipici del centralismo statale.

Prima di archiviare il centralismo statale occorreva comprendere quali fossero stati i meccanismi che avevano reso possibile la degenerazione dello Stato centrale.

Se si trasferiscono i poteri dal centro alla periferia, senza aver rimosso e superato le cause della degenerazione, otterremo come unico inevitabile risultato che ogni singola regione, provincia, comune… rischierà di divenire “degenerato” tanto quanto lo era lo Stato centralista.

Avremo moltiplicato i centri di corruzione e di clientelismo.

Questo è il risultato ottenuto.

La Lega ha sempre ondeggiato tra federalismo e indipendenza padana, tra posizioni razziste e disinteresse basato sul concetto “ciascuno padrone a casa propria”… e chissà dov’è la casa dei padani, invenzione mitologica che non ha alcuna base etnica, linguistica, storica…

La Lega stessa, pur ricoprendo importanti e strategici incarichi ministeriali, non ha contributo a modificare i meccanismi decisionali dello Stato centrale, non ha brillato in trasparenza e impegno per leggi di contrasto alla corruzione, non ha fatto nulla per superare i legami tra finanza e politica, tra gestione delle imprese pubbliche e politica d’indirizzo, tra res publica e connivenza con la criminalità organizzata. In breve, la Lega ha fatto proprie le logiche predatorie tipiche dello Stato centralista.

Con la Lega siamo passati da un centralismo malato a un federalismo malato.

La degenerazione avvenuta dal centro alla periferia è plasticamente rappresentata anche dalla degenerazione interna alla Lega, alla gestione di Bossi, ma anche dell’intero gruppo dirigente che non ha visto e sentito nulla fino all’esplosione dei casi che hanno occupato le cronache politiche per lungo tempo. Una sinfonia di “nulla so, nulla ho visto, nulla dico” in cui gli orchestrali sono stati Maroni, Castelli, Calderoli e tanti altri che o sono ingenui grulli o sono complici di quel sistema o silenziosi ignavi. E se invece hanno avuto dedizione e fiducia assoluta verso Bossi, la famiglia Bossi e i suoi stretti collaboratori… resta il problema che un Partito impegnato nel Governo centrale e in tanta parte del Governo locale non può essere gestito sulla base di un rapporto fiduciario come fosse un rapporto di coppia: ci vuole trasparenza nella gestione e nei processi decisionali, se si vuole essere in discontinuità con la lunga storia della Repubblica rappresentata da “Roma ladrona”.

La Lega inveiva contro i ladri ed esponeva cappi in Parlamento, ma ha contribuito al saccheggio delle casse pubbliche e si è sostituita ai precedenti partiti replicando le stesse logiche predatorie fondate su lottizzazione e clientelismo.

Ignavia, incapacità, complicità… non si sa ma quel che conta è che ancora una volta abbiamo la dimostrazione che non serve a nulla additare il colpevole (lo Stato centralista, la Roma ladrona) se non si ha la lucidità, l’intelligenza, il coraggio o forse l’onestà di porre rimedio alle tante storture che hanno permesso alla Stato centralista di divenire il centro e l’attivatore di un sistema organizzato di corruzione e complicità con la criminalità organizzata.

Le storture del nostro sistema sono state da decenni individuate e hanno un nome: familismo, clientelismo, corporativismo, lottizzazione.

A questo la Lega non si è opposta.

E’ da sciocchi pensare che basti passare dal centralismo al federalismo per risolvere i problemi. Occorre interviene sulle regole, sulla governance.

Il gruppo dirigente italiano si è esercitato nel corporativismo e nel clientelismo, fagocitando tutti nello scempio della cosa pubblica, corrompendo ampi strati della popolazione, che ha finito per accettare logiche illegali e immorali per vivere e talvolta solo per sopravvivere.

Il controllo del territorio, mediante nepotismo, familismo, corporativismo e lottizzazione, serve ad alterare i meccanismi di creazione del consenso. Queste pratiche indecenti di spartizione territoriale del potere sono il pilastro della cultura mafiosa e camorrista e si tratta di pratiche diffuse tanto al nord quanto al sud.

Controllare una Asl significa mettere il becco in chi fornirà servizi di manutenzione, forniture ospedaliere, smaltimento dei rifiuti pericolosi… Appalti, appalti, appalti. Fiumi di denaro. Moltiplichiamo ciò per ogni ambito controllato dalla politica: aziende pubbliche e partecipate, trasporti, rifiuti, fondazioni bancarie, scuole, lavori pubblici…

A tutto questo la Lega non si è opposta contribuendo a rendere più permeabili le Istituzioni alle lobby criminali.

Il federalismo in salsa padana ha trovato nel clientelismo e nelle logiche spartitorie il punto di equilibrio per rendere vantaggioso a ogni Regione l’evoluzione verso il federalismo.

E’ chiaro perché il federalismo ha fallito prima ancora di realizzarsi?

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