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Ho visto un merlo ubriaco

merloLa lettura di Il footing dell’ostruzionismo di Francesco Merlo, la Repubblica del 25 luglio 2014, mi ha ricordato la danza di un merlo ubriaco per essersi ingozzato di fichi strafatti al sole. Non è educato ironizzare sul cognome delle persone, ma Merlo se le va proprio a cercare con i suoi frequenti articoli privi di lucidità e obiettività, ma in compenso ricchi di parole svuotate di significato: logorrea onanistica.

Se bastasse l’uso e l’abuso del vocabolo “riforma” per essere dei riformisti… allora gli ultimi due decenni sarebbero per la politica e le Istituzioni italiane un trionfo di riformismo. Se non mi credete, interrogate Maria Stella Gelmini: in 30 secondi vi snocciolerà un elenco di riforme attuate da Berlusconi e dai suoi magnifici governi.

Necessario andare oltre le parole e analizzare nei fatti cosa avviene, cosa è avvenuto e cosa si preannuncia… prima di scrivere “ieri sera i giovani recitavano il ruolo dei vecchi, gli innovatori si degradavano a conservatori”.

Non basta proporre riforme per essere dei riformatori e non basta contestare tali riforme per essere arruolati tra i conservatori. Pessimo e inutile giornalismo quello che piega la realtà a parole abusate. Siamo alle riforme mestruali (ricordate lo slogan di Renzi, Una riforma al mese?), ma cosa c’è oltre le parole e gli slogan?

renzi_riformeTanto le riforme quanto le contestazioni alle proposte di riforme vanno valutate nel merito, senza necessità alcuna di considerare “riformista” la comica danza di un merlo ubriaco. Di tutte le decantate riforme al momento non abbiamo visto molto, se andiamo oltre le parole, gli annunci, gli slogan… e le riforme sul campo riformano la partitocrazia nel senso che la rafforzano. Perché tale è la portata della riforma del Senato e della legge elettorale, stando alle carte al momento sul tavolo: un colossale rafforzamento della oligarchia partitocratica comprimendo gli spazi di rappresentatività e di partecipazione in nome di una millantata governabilità ed efficienza legislativa.

La quasi totalità del tempo di discussione, in Assemblea e nelle Commissioni, è occupato dai progetti di legge governativi e dalla conversione dei decreti legge. E’ il Governo che da sempre intasa l’attività legislativa parlamentare. E’ il processo legislativo che va profondamente riformato, insieme alla cultura politica. Non solo. La maggioranza delle nuove leggi rimandano a decine di decreti attuativi mai scritti, cosicché le decantate riforme approvate restano sulla carta, complicando ancor di più la parossistica pubblica amministrazione. Persino il ministro Madia ha recentemente affermato che la sua prima attività sarà approvare alcuni decreti attuativi previsti dalla riforma Brunetta (2009) e ancora inesistenti.

Francamente non si comprende l’elogio di Merlo per l’ostruzionismo d’altri tempi, dato che in quei tempi era fortemente osteggiato e condannato da tutti, autori dell’ostruzionismo escluso. Non mi sembra di ricordare che l’ostruzionismo dei Radicali godesse di buona stampa, neanche su la Repubblica di Eugenio Scalfari. Stucchevole e fastidioso questo elogio con decenni di ritardo.

Allo stesso modo suona falso, perché è falso, quanto scrive Merlo: “ E tutta questa retorica è stata sventagliata in nome dell’ostruzionismo parlamentare, non per un progetto di Senato diverso, per una riforma migliore legge contro legge, ma per la libertà di bloccare l’orologio della democrazia”.

Merlo si documenti e provi a informare i malcapitati suoi lettori perché ci sono i progetti di Senato diverso e anche le proposte di modifiche di alcuni aspetti indifendibili di questa riforma del Senato. Sono sempre mancate, invece, le risposte precise e puntuali sulle critiche avanzate. Renzi e Boschi sanno rispondere solo con battute ridicole senza mai entrare nel merito delle critiche. “La non elettività dei senatori non è la fine del mondo”, afferma Renzi; infatti nessuno afferma che lo sia, ma qualcuno dovrebbe spiegare l’opportunità politica e l’efficienza istituzionale di affidare il compito di nominare i senatori a poche decine di persone che svolgono in ogni regione il ruolo di consigliere

Ricordiamolo. Si tratta di persone

  • selezionate dai partiti senza alcun metodo di trasparenza e partecipazione dei cittadini,
  • proposte dai partiti al voto degli elettori che, tra queste opache candidature, devono scegliere,
  • che hanno il record di avvisi di garanzia per peculato e altro
  • che, aldilà degli sviluppi giudiziari, sono colpevoli, con rarissime eccezioni, per aver dimostrato insensibilità e menefreghismo nell’utilizzo del denaro pubblico.

Basti riflettere su un dato: se la proposta modalità di elezione del Senato fosse già esistita da qualche anno… avremmo in Senato qualcuno dei consiglieri condannati in Piemonte, oppure Renzo Bossi detto il Trota o il noto statista Fiorito!

E non tirate in ballo la Francia o la Germania perché lì l’elezione del Senato va in altro modo rispetto alla misera riforma Renzi-Boschi.

Avremo quindi un Senato che sarà espressione dei potentati locali e delle segreterie partitiche. Infatti, è facile pronostico affermare che per eleggere i consiglieri all’obbediente ruolo di scodinzolante senatore si procederà ad accordi sottobanco tra i principali gruppi consiliari; vale a dire, voi votate i nostri, noi votiamo i vostri.

Avremo un Senato composto da persone elette per svolgere altri incarichi, che chissà perché saranno da poche decine di persone scelte per fare anche il Senatore.

Avremo un Senato che rischia di non avere maggioranza politica e nemmeno indirizzo politico.

Unico risultato certo: il rafforzamento del potere dei partiti.

Di quale “orologio della democrazia” straparla Merlo?

Le Regioni con i loro Consiglieri sono da molti anni al centro di tutto il sistema di corruzione e malaffare che infesta l’Italia. Però, senza attuare alcuna riforma dei Partiti, si decide di affidare alla più inaffidabile categoria di politici il compito di formare il Senato della Repubblica. Bella riforma e, soprattutto, un bel regalo alla partitocrazia e ai comitati d’affari che inquinano le Istituzioni.

I corrotti approvano festosi.

Se Merlo confonde la democrazia con il diritto della maggioranza di legiferare, è allora opportuno ricordare come si è giunti a questa maggioranza. A imporre al Parlamento una riforma della Costituzione è un Governo nato dalla più conservatrice scuola delle crisi extra-parlamentari. Ricordo allo smemorato Merlo la nascita del governo Tambroni; 1960, crisi di governo extra-parlamentare, dimissioni di Segni e nascita del governo Tambroni. Ricordiamolo. La direzione del PD decide di cambiare rotta e il presidente del consiglio Letta si dimette non perché così vogliono i gruppi parlamentari, che ancora pochi giorni prima gli avevano riconfermato la fiducia, ma perché così vuole l’apparato extra-parlamentare del suo partito.

Ancora, ad approvare questa riforma costituzionale è un Parlamento eletto con una legge incostituzionale; un Parlamento che non rappresenta nessuno, nemmeno i partiti che hanno “nominato” i parlamentari, dato che sono cambiate persino le formazioni politiche. Questo Parlamento, di cui è discutibile la legittimità giuridica di legiferare sulla Costituzione ma di cui è certa l’inopportunità politica di procedere alla riscrittura della Costituzione, travalica l’ambito del potere di revisione della costituzione e assume le vesti di potere costituente.

La differenza tra potere di revisione e potere costituente è da molti decenni dibattuta, ma in ogni caso è evidente che qui si sta andando oltre la semplice revisione costituzionale: non si stanno limitando a interventi manutentivi, stanno cambiando i connotati della Costituzione italiana. Basterebbe una analisi anche sommaria degli Atti della Costituente per rendersi conto di come l’assetto bicamerale fosse stato centrale nelle valutazioni dei Costituenti. Senza dubbio oggi il quadro storico è cambiato, ma è cambiato anche il rapporto tra politica e affari e tra politica e criminalità, sono cambiati i Partiti e i politici… in peggio.

Orologio della democrazia: un Parlamento eletto con modalità incostituzionali, con rapporti di forza alterati da un premio incostituzionale, su spinta di un esecutivo nato per obbedienza e disciplina di partito ma non per il venir meno della fiducia accordata dal parlamento all’esecutivo, decide di ridisegnare la Costituzione reclamando un potere costituente che non ha e imponendo tempi di discussione come se il Parlamento stesse discutendo di un qualsiasi decreto legge. Quando le parole perdono ogni valore e significato.

La crisi di rappresentanza è sempre più crisi di rappresentazione.

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