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Quando c’era Berlinguer

quandoWalter Veltroni con un film-documentario rilancia e ripropone alla memoria collettiva la figura di Enrico Berlinguer: un uomo, un politico, un comunista, un mito.
Sì perché parlare di Berlinguer significa parlare di un mito, spesso anche per coloro che non lo conobbero e non vissero il periodo a cavallo tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 del secolo scorso.
Enrico Berlinguer fu il segretario del PCI dal 1972 al 1984, quando tragicamente si spense a causa di un ictus che lo colpì durante un comizio.

Ogni volta che si parla di Berlinguer riecheggia una domanda: “come è stato possibile scivolare così in basso?

Diffidare dalle ideologie e rinunciare ai miti è forse il modo migliore per onorare la vita e gli sforzi di Enrico Berlinguer.
In due essenziali punti può essere sintetizzata l’attività di Berlinguer:
– smarcare il PCI dal legame con il PCUS e con quel che il mondo sovietico rappresentava,
– trovare una strada in grado di coniugare l’aspirazione a una società giusta ed equa con i princìpi del pensiero liberale e la democrazia rappresentativa, libertà individuali e libertà d’impresa.

La figura di Berlinguer conobbe il processo di mitizzazione quando lui era ancora in vita: Berlinguer non è la madonna, fu un celebre titolo che Scalfari diede a un suo articolo per sottolineare che era ancora possibile criticare Berlinguer e ironizzare sul segretario del PCI.

La tendenza a mitizzare una persona, a trasformarla in icona è il modo migliore per offuscarne la vitalità, il ruolo storico… riducendo tutto a una liturgia esteriore.

Questo è quel che tanti compagni di Berlinguer e i suoi eredi hanno fatto: trasformare la sua figura in un santino, annullando analisi e tentativi di trasformazione che Berlinguer invano cercò di affermare.

pertini funerale berlinguerIntendiamoci, Berlinguer commise tanti gravi errori di analisi della società italiana di cui non colse l’evoluzione, ma il freno maggiore alla sua opera rinnovatrice fu proprio il PCI e la paura a parlare al popolo comunista.
Pasolini parlava di “chiesa comunista”.

Per spiegarmi ricorro a “La questione morale”, la celebre intervista – tanto citata e poco letta – che il 28 luglio 1981 Berlinguer rilasciò a Eugenio Scalfari; ne riporto alcuni stralci significativi.

E.S. Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

E.B. È quello che io penso.

E.S. Per quale motivo?

E.B. I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. (…) Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

E.S. Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E.B. E secondo lei non corrisponde alla situazione?

E.S. Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

E.B. La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Il cuore della questione morale è tutto racchiuso in questi due articolati pensieri di Enrico Berlinguer.

Prima di lui solo Marco Pannella, il Partito Radicale e i teorizzatori della partitocrazia, Pannunzio e pochi altri avevano fatto una analisi così lucida; mai un leader di un grande partito di massa, come si diceva allora.

Furono forse proprio le vittoriose battaglie sui diritti civili che resero evidente a Berlinguer – con ritardo – quanto fosse infondata l’idea della società imprigionata da concezioni ideologiche contrapposte, quella cattolica e quella comunista. Gli italiani votavano DC o i partiti satelliti della DC per mancanza di una alternativa credibile alla DC e ai governi incentrati su DC. Turatevi il naso, ma votate DC.

Il sistema di potere si fondava non su una ideologia o una arcaica concezione religiosa illiberale che non sa distinguere tra reato e peccato, ma su clientelismo, familismo, lottizzazione, corporativismo.

Ma attenzione, e questo è il passo cruciale, “i partiti hanno occupato lo Stato”.

I partiti, quindi anche il suo PCI.

Il suo PCI che era nella Rai, nei consigli d’amministrazione degli enti previdenziali, nelle banche di Stato e nelle industrie di Stato, nei consigli d’amministrazione delle aziende monopoliste. Aziende la cui missione era trasformarsi all’occorrenza in “postifici”.

Il PCI non governava, ma non poteva definirsi estraneo alla gestione del potere.

Berlinguer parlava anche al suo Partito in quella celebre intervista, ma si preferisce ricordarla come se fosse un j’accuse agli altri partiti.

Afferma Berlinguer…noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità.

Berlinguer rincara la dose: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.

Sembra di risentire Pannella o di leggere il manifesto dell’antipolitica!

Il problema non era e non è punire il corrotto; il problema è liberare il sistema dalla lottizzazione, dalla partitocrazia che genererà sistematicamente corruzione perché nessuno in un sistema di amici degli amici, di raccomandati e assenza di meritocrazia, trasparenza e controlli potrà garantire che ogni proprio soldatino sia irreprensibile.

Berlinguer parlava anche ai suoi, li ammoniva, li metteva in guardia dai rischi della partecipazione al sottogoverno.

Che ne è stato di questa lezione?

Possiamo in sincerità affermare che il PCI dagli anni ’70 sino ai primi ’90 sia stato estraneo al sistema partitocratico, alla occupazione dello Stato e della società civile?

Possiamo ricordare Berlinguer operando per la trasformazione dei Partiti nel senso previsto dalla Costituzione o possiamo insistere sulla strada fallimentare dei partiti “associazioni private” che decidono cosa il parlamento debba votare e approvare dopo aver riempito il Parlamento con soldatini scelti dalle segreterie di partito.

Oppure possiamo fingere di essere rivoluzionari siglando dal notaio un contratto vincolante per gli eletti… ovviamente un contratto che non ha alcun valore perché nessun accordo può essere concluso in violazione delle leggi dello Stato.

Come siamo scivolati così in basso?

Semplice trasformando Berlinguer in un santino ma non seguendo la strada che con lucidità lui indicò.

Esattamente come i mafiosi trasformano Gesù e la Madonna in amati santini ai quali sono molto devoti… ai santini.

Si vocifera di Terza Repubblica, ma siamo sempre fermi alla Prima Incompiuta.

E Italicum disastrosamente avanza.

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One thought on “Quando c’era Berlinguer

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