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Maroni e l’infantilismo politico

maroni primaRicordiamo tutti lo stizzito Maroni che da ministro pretese di intervenire in una trasmissione televisiva. 
Ricordiamo tutti l’irritato Maroni affermare che nei fatti di Rosarno il Governo non aveva alcuna responsabilità. Ricordiamo tutti l’estraniato stupore di Maroni per i fatti che travolsero il vertice della Lega.
Ricordiamo tutti l’assoluta fedeltà di Maroni al fondatore e timoniere della Lega, Umberto Bossi.

Non suscita stupore, dunque, se adesso Maroni esordisce con uno splendido io non c’entro, la mia Giunta non c’entra, la mia gestione di Regione Lombardia non è coinvolta.

Come gestire il potere il tre mosse: negare, ridurre, accusare.

Il tutto si sintetizza, generalmente, nel “abbiamo ereditato questa situazione”, “sono fatti precedenti alla mia gestione”, “ho detto solo”, “non mi avete capito”, “ho reagito agli insulti”.

Aldilà delle vicende giudiziarie del momento e dei fatti contestati, mi riferisco in particolare al caso che ha travolto i vertici di Infrastrutture Lombarde, non c’è dubbio che Maroni sul piano giudiziario è fuori; ma sul piano politico?

Chi si candida alla guida di un Paese, di una Regione, di un Comune e ne prende il timone, intende proseguire nei problemi lasciati dai suoi predecessori o risolverli? Ha una visione di quanto successo o si ricomincia da zero?
Troppo comodo prendere il posto di comando e dire io non c’entro è tutta colpa della situazione che ho ereditato.
Bene, d’accordo, ma sei in grado di superare quelle situazioni o ci farai precipitare ancora più in basso?

Maroni, oltretutto, ha svolto per lungo tempo l’incarico di Ministro dell’Interno; ha avuto un osservatorio privilegiato per conoscere il Paese.
E’ stato considerato da tanti un buon ministro. Io non sono tra questi.

Maroni ha ridotto la lotta alla criminalità e alla corruzione a un fatto militare e repressivo senza alcuna attenzione alla prevenzione e alle situazioni che favoriscono il dilagare della corruzione e le infiltrazioni mafiose nella gestione della res publica.

Ricordavo la sua partecipazione alla trasmissione “Vieni via con me” richiesta con forza polemica per contestare l’affermazione che la criminalità organizzata si rivolge a chi ha il Potere e poiché il Potere in alcune zone d’Italia, guarda caso quelle più ricche, è in mano alla Lega o anche alla Lega… è naturale che la Lega rischi di diventare un punto di riferimento per la criminalità.
Ovvie considerazioni sollecitate anche da una  non indifferente quantità di inchieste e casi giudiziari già sul tappeto.

prima NordAndiamo a Rosarno, ma potremmo parlare del più recente caso di Prato e del “qui è un Far West”.
Abbiamo ereditato questa situazione, fu la sortita del ministro Maroni, che spiegò che a Rosarno non c’erano clandestini, erano quasi tutti a posto con il permesso di soggiorno ma non era regolare la posizione lavorativa di quei braccianti agricoli sfruttati come schiavi. Di chi la responsabilità? Delle autorità locali e di certi magistrati che non applicano le leggi. Si chiama direzione provinciale del lavoro, vi dice qualcosa provinciale? reagì stizzito Maroni al giornalista che si permetteva di chiedere cosa intendesse fare il Governo.

Peccato che le Direzioni provinciali del lavoro dipendano dal Ministero del Lavoro che dispone di Ispettori organizzati nella Direzione Generale dell’Attività Ispettiva. E poi ci sono le strutture dell’INPS, ente nazionale organizzato su base territoriale provinciale, ma regolato da leggi nazionali e anch’esso con proprie strutture ispettive. Poi ci sono le Prefetture che, guarda un po’, rispondono proprio al Ministero dell’Interno. Le Procure della Repubblica invece dipendono dai sindaci, vero?

Il Governo non ha responsabilità?
Certo che le ha su Rosarno come su Prato.
Tutto si può dire ma non che queste situazioni non fossero di pubblico dominio e che le autorità, governo centrale compreso, non fossero a conoscenza del grave livello di illegalità e disumanità che regna nelle campagne del meridione in occasione della raccolta dell’uva, degli agrumi, delle olive, dei pomodori… e in tante aree industriali d’Italia, a nord, al centro e al sud.

Tutto per la politica si riduce a un semplice puntare il dito contro e ripetere sino alla nausea “abbiamo ereditato questa situazione”.
Le colpe sono sempre degli altri, delle autorità locali e di certi magistrati che non applicano le leggi.

Come mai un ministro come Maroni, che appartiene a una formazione politica che pone al centro della propria iniziativa politica il tema della immigrazione clandestina, della lotta alla criminalità e alla corruzione, della legalità tanto da urlare a ogni occasione contro “Roma ladrona”, come mai afferma che la legge Bossi-Fini non è applicata ma non mobilita le Prefetture?
Come mai con il collega al Lavoro non scatena gli ispettori della Direzione Generale dell’Attività Ispettiva alla ricerca dei datori di lavoro che sfruttano gli irregolari?
Come mai con il collega alla Giustizia non scatena e gli Ispettori del Ministero di Giustizia alla ricerca dei cattivi procuratori che non applicano le leggi?
Nulla di tutto ciò abbiamo visto nella gestione ministeriale di Maroni.

Il ritornello “io non c’entro” continua.

La precedente gestione Formigoni di Regione Lombardia è caduta sotto il peso di inchieste, arresti, fatti di corruzione e mille dubbi su comportamenti e fatti sui quali la magistratura dirà prima o poi la sua.

Maroni avrebbe dovuto sin dal primo giorno della sua gestione porsi l’obiettivo di fare chiarezza sulla gestione, sulle nomine, sugli appalti.

Tutti sappiamo che è nel familismo, nel clientelismo, nel voto di scambio che si annidano i rischi di pesanti infiltrazioni criminali e dilaga la corruzione.

Vogliamo fare chiarezza?
Bene. Si passino in rassegna tutte le nomine politiche in essere nella miriade di società pubbliche. Si faccia chiarezza su ogni incarico discrezionale. Si verifichino tutte le procedure d’appalto istituendo commissioni indipendenti nominate come fossero “giurie popolari”.

Si ponga fine all’incarico di fiducia perché la gestione della res publica non può essere improntata al criterio della fiducia come se si trattasse di una questione di coppia. Con la fiducia gestitevi i vostri fatti personali e familiari, se volete, ma gli affari pubblici non conoscono fiducia ma solo regole, controlli, rigore, certezza delle norme. Trasparenza.

Sin da quando Milano è divenuta sede di Expo 2015 sono iniziate le corse alle poltrone, le faide politiche, le guerre tra correnti. Subito sono emersi strani rapporti di amicizia, relazioni pericolose e ben presto si sono accesi i riflettori della Magistratura.

Ma quando arrivano le Procure, è già troppo tardi.

Per definizione arrivano a cose fatte e significa che tutti i livelli precedenti sono saltati, sono stati inefficienti o addirittura assenti. E si tratta proprio di livelli politici e amministrativi, funzioni di controllo dove la Regione e chi la presiede ha ogni responsabilità politica.

Cavarsela con un infantile sono “fatti che riguardano il passato” significa dichiarare la propria inadeguatezza rispetto al ruolo che si ha la pretesa di ricoprire.

Siamo in totale continuità con il passato.

Ignavia, incapacità, complicità… non si sa ma quel che conta è che ancora una volta abbiamo la dimostrazione che non serve a nulla additare il colpevole (lo Stato centralista, la Roma ladrona) se non si ha la lucidità, l’intelligenza, il coraggio o forse l’onestà di porre rimedio alle tante storture che hanno permesso alla Stato centralista di divenire il centro e l’attivatore di un sistema organizzato di corruzione e complicità con la criminalità organizzata.

Queste storture sono state da decenni individuate: familismo, clientelismo, corporativismo, lottizzazione.

Se non si pone fine a queste pratiche oligarchiche e familistiche di gestione del potere non ne potremo venire fuori.

Pensare che basti passare dal centralismo al federalismo per risolvere i problemi è da schiocchi incompetenti: si otterrà l’unico risultato di moltiplicare i centri di malaffare e corruzione se non si interviene sulle regole, sulla governance.

Potevamo attenderci da Maroni un passo in avanti sul fronte della trasparenza?

Ovviamente no.
Aspettativa illogica da uno che non si è reso conto di come era gestito il partito nel quale si è formato, è cresciuto e ha sempre avuto un ruolo importante.

Illogico attendersi qualcosa da chi a proposito del voto per l’autorizzazione all’arresto del deputato Milanese disse “Ne discuteremo e voteremo come decide Bossi”.

Cosa attendersi da chi considera normale e regolare affidare una minore, sulla cui identità sono ancora in corso degli accertamenti, alla Minetti  perché con una telefonata al Capo Gabinetto della Questura di Milano “il presidente Berlusconi chiedeva informazioni in merito all’accompagnamento presso la Questura di una ragazza di origine nord-africana, che gli sarebbe in precedenza stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak”. La tesi che Berlusconi fosse intervenuto per il rilascio di Ruby al fine di evitare uno scandalo internazionale divenne poi dichiarazione sottoscritta dalla maggioranza assoluta dei parlamentari.

Chi assume come faro della propria azione politica l’appartenenza… offrirà solo continuità con il passato, con quella cultura del potere che ci ha condotto a questo stato di cose.

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