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Ossimoro costituzionale

moroQuando si dice che la famiglia è una società naturale, non ci si deve riferire immediatamente al vincolo sacramentale; si vuole riconoscere che la famiglia nelle sue fasi iniziali è una società naturale.
Pur essendo molto caro ai democristiani il concetto del vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale. Mettendo da parte il vincolo sacramentale, si può raffigurare la famiglia nella sua struttura come una società complessa non soltanto di interessi e di affetti, ma soprattutto dotata di una propria consistenza che trascende i vincoli che possono solo temporaneamente tenere unite due persone.” Aldo Moro, I Sottocommissione per la Costituente, discussione dell’art. 29 (5 novembre 1946).

Come si giunse da una posizione così avanzata alla formulazione finale dell’art. 29 che considera la famiglia “come società naturale fondata sul matrimonio”?

Come spesso avvenne in quella fase storica (e non solo allora) si trattò di un compromesso tra la sinistra e il mondo cattolico e conservatore.

donne2Il risultato del compromesso fu un autentico ossimoro: una società naturale che preesiste allo Stato non può fondarsi sul matrimonio che è un istituto giuridico determinato dallo Stato. Questa contraddizione fu evidenziata da tanti esponenti di tutte le forze politiche.  In sostanza, “la Costituzione riconosce come società naturale la famiglia legittima, ma non riconosce come società naturale la famiglia semplicemente naturale” (D. Pisapia, voce Famiglia – Diritto Privato, in Nuovo Digesto Italiano, vol. VII, Utet, Torino, 1965), appunto un ossimoro.

La “linea del compromesso con la Dc scelta dal Pci sulle questioni dei diritti civili, a partire dal divorzio”, costituì una delle cause dello “squilibrio tra diritti pubblici e privati delle donne nel testo costituzionale” (A. Rossi-Doria, Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne).

Le vicine elezioni sarebbero state tutte giocate sulla contrapposizione tra la DC, che assumeva il ruolo di paladino della Chiesa e della tradizione, e   le sinistre; in quel contesto, la famiglia era un argomento forte della propaganda democristiana al punto che Dossetti affermò apertamente che per la DC il tema della indissolubilità del matrimonio “ è il problema fondamentale di tutta la Costituzione che  “assume un’importanza assolutamente eccezionale”.

Alle sinistre premeva affermare i diritti delle donne e l’uguaglianza tra i coniugi; in ragione di tali obiettivi erano disposti a trovare compromessi con la DC per evitare crociate religiose dagli esiti incerti, considerata la diffusa cultura rurale e il forte condizionamento clericale.

Il mondo laico premeva per affermare i principi liberali e laici, il rispetto per la molteplicità delle scelte di vita, la terzietà dello Stato rispetto alle scelte individuali ma soprattutto che la Costituzione avesse una struttura aperta tale da consentire lo sviluppo della società.

Il dibattito fu acceso e DC, PSI e PCI furono determinati a portare avanti uno scontro ideologico in cui tutti tendevano alla creazione di uno Stato “etico”, fortemente connotato in ambito morale e culturale.

In Commissione passò l’indissolubilità del matrimonio. La formulazione approvata si articolava in due distinti articoli: in uno si affermava che la famiglia è una società naturale e nell’altro si affermava che il matrimonio indissolubile si fondava sulla uguaglianza dei coniugi. Non accostava pertanto la famiglia al matrimonio indissolubile.

In Assemblea Generale la formulazione licenziata dalla Commissione suscitò accese contrapposizioni.

Il PCI stava ben attento a non apparire contrario alla indissolubilità del matrimonio; conscio che la contrarietà sarebbe stata con facilità spacciata per posizione “divorzista”.

Si giunse persino a eccessi di “maschilismo” con taluni interventi. Tra tutti spiccò quello di Umberto Nobile, indipendente eletto nelle liste del PCI. Nobile, dopo aver snocciolato una serie di dati  statistici sulla diffusione del divorzio in diversi paesi solleticò astutamente la sensibilità dei comunisti mettendo a confronto il sistema USA con quello in vigore in URSS: “Come si vede, le due grandi Confederazioni, la nord-americana e la sovietica, hanno proceduto in senso nettamente opposto: negli Stati Uniti si va verso un progressivo indebolimento dell’istituto familiare; in Russia verso un rinsaldamento di esso. Ora, queste due esperienze ammoniscono ad essere molto guardinghi, a resistere alle suggestioni di coloro che patrocinano il divorzio.”

Ma ecco la perla di Nobile: “Ricordo il caso, capitato a New York, di una fanciulla di sedici anni, appartenente a famiglia oriunda italiana, la quale citò il proprio genitore davanti al magistrato, accusandolo di averla violentemente redarguita perché abitualmente tornava a casa tardi nella notte, dopo essersi accompagnata coi suoi amici. E il magistrato diede ragione alla fanciulla, trattando il padre da uomo di altri tempi. Del resto si conoscono dati che veramente ci riempiono di stupore sulla corruzione giovanile negli Stati Uniti. Ne citerò uno solo: la massima parte delle fanciulle delle High Schools, che corrispondono press’a poco al nostro ginnasio, giungono all’ultimo anno di corso senza essere più vergini”. L’intervento di Nobile fu pubblicato anche su L’Unità.

Il tono del dibattito rileva con quanta leggerezza e superficialità si scivolava dalla affermata esigenza di prevedere in Costituzione l’indissolubilità matrimoniale al ritenere che non prevedere ciò significasse aprire le porte non solo al divorzio ma alla dissoluzione della società. La morale imposta per legge, con i carabinieri, senza avere la cognizione etica che laddove c’è obbligo non c’è scelta etica. Questo atteggiamento culturale domina la storia repubblicana sino a oggi: dal divorzio al testamento biologico passando per aborto, contraccezione, coppie di fatto…

Benedetto Croce con veemenza affermò che l’indissolubilità del matrimonio non poteva trovare posto nella Costituzione, ricordò che solo lui nel 1929  era intervenuto contro i Patti lateranensi e attaccò duramente il conservatorismo dei democristiani, che pensavano di poter congelare la società italiana con un articolo della Costituzione, e l’ipocrisia di Togliatti che si dichiarava contrario al divorzio.

Decisivo fu l’intervento di Piero Calamandrei il quale ricordò che durante le trattative che precedettero l’approvazione dei Patti Lateranensi la Santa Sede aveva richiesto che fosse inserita la seguente norma: “In qualsiasi disposizione concernente il matrimonio, lo Stato si impegna a mantenere illeso il principio dell’indissolubilità”. Calamandrei tuonò ricordando che “il Governo di allora disse: «questo impegno io non intendo assumerlo, perché sarebbe una menomazione troppo grave, troppo penetrante, troppo profonda, della sovranità dello Stato italiano». Ora, onorevoli colleghi, io mi domando se questa menomazione di sovranità, che il Governo fascista non consentì, possa essere proprio la Repubblica democratica italiana a consentirla. Amici democratici cristiani, io credo di no, e ritengo che questa volta crederanno di no anche i comunisti”.

Calamandrei nello stesso intervento rimarcò che “in Italia l’annullamento del matrimonio […] assume una funzione vicaria di divorzio, di scioglimento matrimoniale. Nella pratica questo annullamento si è andato pian piano foggiando e adattando in modo di raggiungere occultamente e subdolamente quegli stessi fini che, se ci fosse il divorzio, verrebbero raggiunti chiaramente e legittimamente.” Non mancò di ricordare che “c’è il sistema degli annullamenti a San Marino, che ora è di moda. E a San Marino, onorevoli colleghi democristiani, è in vigore il diritto canonico”. Spiegò che il divorzio in realtà in Italia esisteva ma era per i ricchi e subdolamente consentito dal diritto canonico. Tra il divertimento generale ricordò che era ormai diffuso il ricorso all’annullamento “per impotentia coeundi. Se voi andate a vedere i repertori di giurisprudenza […] vedrete che da venti o da venticinque anni si è introdotto nella giurisprudenza italiana un andazzo […] pian piano sempre più diffuso nei vari tribunali e Corti, che ha introdotto […] il concetto che quella impotentia coeundi che può portare all’annullamento del matrimonio, non è soltanto la impotenza assoluta, l’impotenza del coniuge che sarebbe impotente qualunque fosse la persona dell’altro sesso con cui tentasse di avere dei rapporti sessuali, ma può essere l’impotenza anche relativa, cioè un’impotenza che si verifica soltanto nei confronti di quella determinata persona, in modo che solo questa coppia si trova di fronte agli inconvenienti di questa impotenza che è una specie di incompatibilità sessuale reciproca. Se questa coppia si scinde, e ciascuno dei coniugi va per conto suo, dell’impotenza relativa non c’è più traccia, e ciascuno recupera la pienezza delle proprie facoltà per un altro connubio.

In quel formidabile intervento Calamandrei mise a nudo l’ipocrisia di un perbenismo di facciata, di un sistema di potere che utilizzava e piegava a proprio piacimento i valori della tradizione cattolica che invece imponeva con rigore alle masse. Denunciò l’uso dei “patti prematrimoniali” nelle classi agiate e fra cattolici per preordinare l’annullamento del matrimonio: “il terreno su cui opera questa funzione vicaria dell’annullamento che serve da divorzio è il terreno del vizio di consenso; perché, nel matrimonio cattolico, il consenso è tutto […] C’è un canone nel Codice di diritto canonico che dice che se le parti, al momento in cui si celebra il matrimonio, escludono positivo voluntatis actu, con un atto positivo di volontà, che però può anche non essere espresso, talune delle proprietà essenziali del matrimonio, il vincolo non sussiste e può essere dichiarato nullo. Quando io vi dirò che le proprietà essenziali che il matrimonio deve avere per essere valido nel diritto canonico e che devono essere volute al momento della cerebrazione, attengono ad coniugalem actum, cioè alla intenzione reciproca di prestarsi ai rapporti sessuali, al bonum prolis cioè all’intenzione reciproca che il matrimonio sia prolifico, al bonum sacramenti, cioè all’intenzione che il matrimonio sia indissolubile, al bonum fidei, cioè all’intenzione di serbarsi reciprocamente la fedeltà coniugale; voi comprendete con quale facilità il matrimonio può essere annullato per il semplice fatto che uno degli sposi escluda anche tacitamente una di queste qualità”. E continua “Agli sposi è data la possibilità, se vogliono, di celebrare un matrimonio, il quale ha in sé la chiave, il mezzo per essere annullato il giorno in cui gli sposi si pentono di essersi sposati e decidono di fare risultare questa nullità”. “Può accadere che vi siano uffici di consulenza preventiva che insegnano agli sposi come si fa a contrarre un matrimonio che dia la certezza, quando si vorrà, di poter essere annullato, magari, addirittura, che insegnano agli sposi di consacrare in iscritto, davanti al notaio, con un atto che si mette in una cassaforte, il modo con cui poi, quando gli sposi non si vorranno più bene, si arriverà ad ottenere l’annullamento.

Lo scontro in sede costituente fu tutto intorno al principio della indissolubilità del matrimonio, che la DC  voleva affermare in Costituzione. Come testimoniano le parole di Moro, una simile rozzezza non apparteneva alla cultura politica cattolica;  tale scelta fu in gran parte il frutto di una strategia politica: “stanare” i comunisti, costringerli a dichiararsi contrari alla indissolubilità del matrimonio in Costituzione e questo sarebbe stato sufficiente a presentare i comunisti come dei divorzisti che vogliono distruggere la sacralità della famiglia; tema propagandistico di grandissimo impatto. Togliatti non cadde nella rete, ma a quale prezzo?

I democristiani volevano portare il PCI sul terreno della lotta religiosa; Togliatti voleva a ogni costo evitare strumentalizzazioni propagandistiche sul terreno cattolico.

Si giunse così in Assemblea alla riunificazione dei due articoli in uno solo che recitava: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio indissolubile”.

La contraddizione giuridica era stridente e l’emendamento socialista per eliminare il principio della indissolubilità imponeva di dividere l’articolo e votare per singole parti.

Palmiro_TogliattiCalamandrei propose di dividere dopo le parole “società naturale”; Togliatti intervenne e propose di dividere dopofondata sul matrimonio”. Affermò Togliatti: “ Se dividiamo dopo il termine «naturale», cadiamo in un equivoco, perché suscitiamo l’impressione che coloro che voteranno in questo modo, cioè per sopprimere le parole «fondata sul matrimonio indissolubile» siano contro il matrimonio, cioè che vogliano una famiglia che non sia regolata dal matrimonio. Mi pare che questo sia un errore; noi non vogliamo questo.”

Evidente la preoccupazione di Togliatti. Calamandrei accettò la proposta comprendendo dalle parole di Togliatti che quella era l‘unica via per tentare di sopprimere l’indissolubilità, ma rilevò come sarebbe rimasta una grave contraddizione nella Costituzione. Così Calamandrei:Dal punto di vista logico ritengo che sia un gravissimo errore, che rimarrà nel testo della nostra Costituzione come una ingenuità, quello di congiungere l’idea di società naturale — che richiama al diritto naturale — colla frase successiva «fondata sul matrimonio», che è un istituto di diritto positivo. Parlare di una società naturale che sorge dal matrimonio, cioè, in sostanza, da un negozio giuridico è, per me una contraddizione in termini. Ma tuttavia, siccome di queste ingenuità nella nostra Costituzione ce ne sono tante, ce ne potrà essere una di più; per questo non insistiamo nella nostra richiesta ed aderiamo alla proposta di votazione per separazione nel senso che la prima frase da votare finisca alla parola «matrimonio» e prima della parola «indissolubile» come ha proposto l’onorevole Togliatti

Si giunse così alla votazione finale e per soli due voti fu cancellata l’indissolubilità del matrimonio e si giunse alla infelice formulazione dell’art. 29.

Passeranno decenni per riaprire il capitolo dei sacrificati diritti civili.

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