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Elogio dell’analfabetismo

Or tu chi se’ che vuo’ sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta d’una spanna? (Dante, Paradiso, Canto XIX)

Questa terzina   calza alla perfezione sia all’attuale mondo politico sia a quello dei media. Qualcuno dirà “tu chi sei che ti ergi a giudice?”. La risposta è presto data: sono nessuno, non nel senso omerico ma proprio nel senso che non ho alcun titolo se non il mio analfabetismo che mi induce ad essere cauto quando sento tanti professoroni (si può dire sboroni?) sviluppare ragionamenti, che non reggono la verifica con i dati storici e documentali, o indicare soluzioni senza che si riesca a comprendere perché quelle stesse persone hanno fallito su tutta la linea quando avevano l’opportunità di fare. Da analfabeta sottopongo a verifica quel che sento e leggo. E più verifico più mi sorge il dubbio che tanti professoroni e opinion leader (si dice così?) non sono portatori di cultura ma di ignoranza, non aiutano a comprendere ma a confondere.

L’ennesimo spunto mi è giunto dalla trasmissione INONDA, la puntata del 2 marzo 2013. In studio i conduttori Porro e Telese insieme agli ospiti Mieli e Veltroni. Gli illustri oratori continuavano a ripeterci che l’attuale situazione di ingovernabilità è il prodotto della pessima legge elettorale a tutti nota con il nomignolo di porcellum.

Le cose stanno realmente così? Assolutamente no.

Il tema dell’ingovernabilità tiene banco nel dibattito politico italiano sin dai tempi della Costituente.

I Costituenti vollero un sistema bicamerale con identici poteri; vollero che il Governo avesse la fiducia da entrambe le Camere. Vollero che il “popolo” eleggesse il Parlamento e questo poi procedesse all’elezione di un Governo. All’origine la Costituzione prevedeva persino durata differente tra Camera dei Deputati e Senato. I Costituenti liquidarono la Costituzione senza mettere alcun punto fermo né sui Partiti Politici, ai quali consegnavano il monopolio della politica (l’ancora inattuato art. 49), né sulla selezione del personale politico, demandata da sempre agli apparati di Partito. I Costituenti fissarono pochi criteri per la legge elettorale e sono proprio questi criteri che hanno reso possibile il porcellum e ogni altra legge elettorale precedente; vale a dire:

–         corpo elettorale differente tra Camera e Senato

–         ripartizione dei seggi al Senato su base regionale, art. 57 Cost.

La differenza di elettorato tra Camera e Senato è pari a circa 4 milioni di elettori. Questo numero può fare la differenza nella costituzione di una maggioranza di Governo? Certamente sì, basti analizzare nelle passate elezioni i voti e le consistenze delle diverse formazioni tra una camera e l’altra.

I senatori eletti sono 315, dedotti i 6 della circoscrizione estero, rimangono 309, dedotti i 3 assegnati a Valle d’Aosta e Molise, rimangono 306.

A questo punto entra in gioco il disposto costituzionale che prevede che nessuna regione possa avere meno di 7 senatori. Ne consegue che la Basilicata e l’Abruzzo hanno gli stessi senatori pur avendo la seconda regione il doppio degli abitanti della prima; quindi, con un numero potenzialmente doppio di voti chi conquista l’Abruzzo ha gli stessi eletti di chi conquista la Basilicata. Alle due regioni citate si aggiungono: Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Umbria. Sono così 5 le regioni che hanno un numero di senatori artificiosamente elevato a 7.

Chi dovesse conquistare le citate 5 regioni si aggiudicherebbe un numero di senatori superiore a chi conquista il Lazio (in palio 28 seggi) pur prendendo presumibilmente meno voti poiché il Lazio ha una popolazione (e un numero di elettori) superiore alle 5 regioni messe insieme.

La nostra Costituzione rende vera l’equazione:

-voti = +seggi

L’assegnazione dei seggi ad ogni regione in base alla popolazione residente comporta un’altra anomalia per effetto della diversa composizione demografica: possono spettare più senatori in base alla popolazione anche in misura non proporzionale al numero di elettori.

Il porcellum ha quindi amplificato i problemi già presenti nella nostra Costituzione.

Il sistema non assicura la maggioranza assoluta dei seggi del Senato alla coalizione che ha conseguito più voti, per l’eventualità che i singoli premi regionali si neutralizzino a vicenda, né assicura che nei due rami del Parlamento si formi la stessa maggioranza. Del resto entrambi questi disallineamenti potevano verificarsi anche con la precedente disciplina elettorale e nessun meccanismo costituzionale invita a prefigurare la maggioranza prima del voto. Per decenni abbiamo infatti assistito a interminabili balletti per giungere dopo il voto a formare un governo. Tra Camera e Senato “la principale differenza è riconducibile alla necessità di tener fermo il principio costituzionale secondo cui il Senato è eletto su base regionale” (citazione da http://www.senato.it/1013?testo_generico=4&voce_sommario=58)

Occorre prendere atto che la Costituzione non si è curata di assicurare la governabilità attraverso il voto, demandando agli eletti il compito di formare il governo: la maggioranza si forma in parlamento, così vuole la Costituzione. Pretendere che la legge elettorale risolva il nodo della governabilità senza toccare la Costituzione significa continuare a fare pastrocchi (di volta in volta nell’interesse di una parte politica) che spacciano per realtà una rappresentazione istituzionale che invece è finzione. Eccoci così giunti all’affermazione che con il governo Monti si è attuato un golpe istituzionale perché il governo non era stato eletto dal popolo. Peccato che in Italia non c’è alcun governo e alcun premier eletto dal popolo. Il governo Monti è stato eletto dal Parlamento esattamente come quello Berlusconi: entrambi legittimi o entrambi illegittimi. Tertium non datur.

Gli eventi storici ci dimostrano che il problema della governabilità non è conseguenza diretta della pessima legge elettorale attuale tant’è che dopo aver accantonato e non risolto il problema in sede Costituente, i legislatori ritornarono sul punto e nel 1953 approvarono una legge che passò alla storia come “legge truffa”! Questa legge assegnava un premio di maggioranza (380 seggi pari al 65% dei seggi) alle formazioni politiche collegate che si aggiudicavano  il 50%+1 dei voti validi. La legge fu approvata, con formidabili forzature procedurali, a ridosso delle elezioni (esattamente come avvenne nel 2005)… il premio non scattò; la legge fu annullata nel 1954 ripristinando la legge precedente (poteva essere fatta la stessa cosa nel 2006 dalla maggioranza di csx, ma ciò non avvenne ). La legge del ’53 riscriveva le regole per l’elezione della Camera mentre per il Senato rimaneva in vigore la legge del ’48 (formalmente un maggioritario uninominale con assegnazione diretta dei seggi per i candidati che superavano il 65% e recupero dei migliori piazzati per tutti coloro che non conseguivano il predetto risultato).

Già allora (il Senato venne sciolto con un anno di anticipo per procedere contemporaneamente alla elezione di entrambe le Camere) esisteva il rischio concreto di diverse maggioranze tra Camera e Senato con la necessità di procedere con alleanze e collegamenti che spesso duravano fino al voto.

La ciliegina sulla torta era ed è rappresentata da quelli che una volta si chiamavano “franchi tiratori” e adesso si chiamano voltagabbana, turisti parlamentari, trasformisti… la sostanza non cambia: ogni parlamentare non ha alcun vincolo di mandato e una volta eletto è libero di fare quel che vuole. Il problema non fu affrontato nemmeno nel ’53.

Attribuire oggi tutte le responsabilità dell’ingovernabilità alla legge elettorale è quindi una operazione molto dubbia. Si vuole dare a intendere che il sistema è sano ma purtroppo c’è stata una sciagurata parentesi in cui ha governato un gruppo di irresponsabili; mettiamoli da parte e tutto andrà a posto. In altri termini, un’operazione simile a quella che voleva ridurre la corruzione politica al banale tema di qualche mariuolo di craxiana memoria.

Magari fosse vero. Il problema della governabilità è vecchio tanto quanto la Repubblica.

La Costituzione non ci ha dotato di anticorpi per evitare che la “promessa di democrazia” in essa contenuta si trasformasse  in “oligarchia partitocratica” o se preferite in dittatura dei partiti in sostituzione di quella che fu la dittatura di un solo partito: siamo passati dal Partito-Stato allo Stato dei Partiti. Ci abbiamo guadagnato?

Non so, perché oggi il nemico è più forte, più sofisticato e più subdolo;  può contare sull’ampio appoggio dei media che spesso fungono da amplificatori delle sciocchezze sparate dai politicazzi e puntualmente confermate da eminenti personalità della cultura: giornalisti, storici, politologi, costituzionalisti. In ogni caso, rimane una domanda: chi decide chi debba avere il microfono?

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