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Guerra all’evasione fiscale

Combattere l’evasione fiscale è necessario. Non convince però l’argomento utilizzato con troppa disinvoltura da sindacati, associazioni di categoria e partiti politici; vale a dire: se riusciamo a recuperare anche solo una parte dell’evasione fiscale sarà possibile ridurre le tasse.

Nel ragionamento c’è uno scarto logico che si traduce in una illusione che, con molta probabilità, lascerà il posto alla realtà che le tasse non diminuiranno mentre aumenterà la spesa pubblica.

Il problema dell’Italia non sta nelle entrate ma nelle uscite. Le entrate segnano una profonda ingiustizia sociale, poiché sono eccessivamente colpiti coloro che non possono sfuggire all’imposizione fiscale, ma l’entità delle entrate è allineata con quella di altri Stati paragonabili all’Italia e con una qualità di servizi pubblici e di welfare nettamente superiori.

Le uscite sono caratterizzate da sprechi inaccettabili a tutti i livelli. Da un sistema che sembra creato per facilitare lo spreco e la corruzione.

Un esempio noto a tutti. Si fa un bel dire che se un consigliere regionale utilizza in modo improprio il denaro pubblico ne deve rispondere il singolo individuo. Lasciamo queste banalità a Formigoni e analizziamo il comportamento stigmatizzato. Il problema non è il singolo consigliere, come non lo era al tempo del “mariuolo” di craxiana memoria. La questione è: perché si legifera consentendo che l’utilizzo del denaro pubblico avvenga senza un controllo preventivo? Perché non si  rimborsa quanto assertivamente speso per finalità istituzionali dopo opportune verifiche delle spese effettuate? Perché si lascia che il singolo consigliere possa costituire un “gruppo e così disporre incondizionatamente di un cospicuo malloppo?

Se ci poniamo queste domande, appare evidente che è stato legiferato in modo idiota, criminale e criminogeno.

Il problema non è dunque il comportamento di un singolo, ma la modalità con cui si decide e si dispone al di fuori di ogni controllo democratico e di ogni finalità istituzionale.

A quale esigenza di efficienza rispondono i criteri con cui sono state deliberate le modalità di utilizzo del denaro pubblico? Assolutamente nessuna.

Lo stesso criterio con cui si dispone il bilancio del Parlamento e il compenso dei parlamentari è demandato al principio di autoregolamentazione dell’organo assembleare, fuori da ogni logica democratica di controllo. Perché non lasciamo ai dipendenti della scuola decidere sul loro stipendio? Ricordate con quale veemenza e tempestività i pessimi presidenti del Parlamento hanno bloccato l’esecutivo Monti che tentava di ridurre i compensi dei parlamentari?

Questi esempi di come si dispone del denaro pubblico fanno intuire che se entrassero più soldi nelle casse dello stato con molta probabilità aumenterebbero le uscite mentre la riduzione delle tasse andrebbe immediatamente nel dimenticatoio.

Per ridurre le tasse concentriamo la battaglia sulla riduzione della spesa pubblica; intensifichiamo la lotta all’evasione  e destiniamo la gran parte del recupero di evasione per aumentare le pensioni minime, per sostenere l’occupazione, per assicurare mezzi di sostentamento a disoccupati e senza tetto, per il diritto allo studio. Se combattiamo l’evasione senza ridurre le uscite daremmo un ulteriore colpo all’economia: verrebbero sottratte ulteriori risorse disponibili sui mercati produttivi per alimentare corruzione e finanziare improduttiva e parassitaria spesa pubblica.

Dove tagliare?

La casalinga di Voghera saprebbe risolvere il problema con efficienza e buon senso. I boiardi di Stato, NO. Basta con i cretini istruiti.

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